Cerchiamo di conoscere cosa è il TSO e come combatterlo

Sul problema dei TSO (trattamento sanitario obbligatorio), a proposito della morte di Francesco Mastrogiovanni, ne discutiamo con l’intervento del dott. Giorgio Antonucci e della dott. Maria Rosaria D’Oronzo, puoi ascoltarla qui

   

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otto anni fa: 4 agosto 2009 veniva ucciso Francesco Mastrogiovanni

Ucciso da un  T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio)

Il 4 agosto 2009 Francesco Mastrogiovanni, un maestro di 58 anni, un compagno anarchico, dopo essere stato fermato per una presunta violazione al codice della strada, viene sottoposto a una caccia all’uomo, inseguito, catturato e rinchiuso nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania e sottoposto a Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Ne uscirà 82 ore dopo morto, ucciso da questo Stato. Dalle sue istituzioni psichiatriche. …

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La riforma Fornero ora aggredisce gli ultimi degli ultimi!

La riforma Fornero ora aggredisce gli ultimi degli ultimi! Azzerate pensioni, invalidità e disoccupazione a detenuti e detenute

Emanata sotto il governo Monti nel 2011 con il decreto “salva Italia“( ma quale Italia?) per diminuire la spesa pubblica in materia di pensioni, la riforma, ha cominciato a operare dal 2011 e continuerà fino al 2018, colpendo, via via, le categorie più deboli che percepiscono le residue tipologie di ammortizzatori sociali. Dopo aver colpito lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, pensionati e pensionate e anche invalidi civili, dal mese di maggio 2017, anche decine e decine di detenuti/e, tra cui tanti invalidi civili, si sono visti revocare il trattamento previdenziale ammesso precedentemente all’approvazione della legge Fornero. Come tutti/e dovrebbero sapere una legge non può operare retroattivamente, ossia non può cancellare trattamenti e benefici ammessi prima della data di approvazione della legge che li vuole cancellare.

Nella legge Fornero  all’art. 2, comma 58 si afferma che :  «il giudice disponga ulteriori accertamenti per verificare che le forme di assistenza previdenziale percepite e/o riconosciute abbiano origine, in tutto o in parte, da lavoro fittizio o a copertura di attività illecite».

Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di indennizzi di disoccupazione,  riconosciuti a detenuti/e dopo prestazioni di lavoro svolte in carcere come porta-vitto, pulizie, cucina, ecc., pagate molto al di sotto del minimo sindacale. Si tratta di pensioni sociali che vengono riconosciute per sopraggiunta età, di pensioni di invalidità alle migliaia di detenuti/e che soffrono delle più disparate patologie e disabilità, contratte in ambiente carcerario, perché è proprio quell’ambiente, come è scientificamente dimostrato, che produce patologie che portano, con gli anni, gradi di invalidità.

E questa sarebbe la rieducazione e il reinserimento tanto osannati?

Alle  migliaia di detenuti/e in carcere  o in misura alternativa, oppure appena usciti/e, che si vedono togliere quel minimo di possibilità di sopravvivenza, è come dire loro: tornate a fare quello che facevate prima oppure ammazzatevi!

Grande prova di civiltà! Non c’è che dire!

Ascolta la trasmissione di RadiOndaRossa, La Conta che, tra le altre cose, ha trattato questo argomento:  qui

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NON dimenticare, NON scordare, NON tralasciare, NON abbandonare, NON trascurare… Non piegarti nel ricordare ciò che vogliono loro!

Genova NON è finita! Non dimentichiamo!

Nei giorni dal 19 al 22 luglio 2001 a Genova la ferocia delle “forze dell’ordine” si abbatté sui manifestanti che contestavano il vertice dei potenti, il G8.

Nelle strade, alla Diaz, a Bolzaneto gli apparati statali chiarirono a tutti quale fosse, d’ora in avanti, lo spazio di azione dei movimenti di contestazione.

La stampa mondiale i giorni dopo:

Le Monde 24.07.2001 “Notte da incubo a Bolzaneto”, “Difficile immaginare tali comportamenti polizieschi in un Paese dellUnione europea“.

Frankfurter Allgemeine Zeitung  “violenza di Stato

Tagesspiegel L’Italia sulla via di un regime autoritario

The Observer  Il debutto di Berlusconi sulla scena mondiale è un bagno di di sangue, e così sarà ricordato per sempre

The Indipendent  Forse c’è stato un piccolo equivoco. Avevamo l’impressione che l’Italia fosse un membro rispettato dell’Unione Europea, il club esclusivo che si aspetta dai suoi soci alti standard in materia di diritti umani

Daily Telegraph 27.07.2001 “… trattamento da dittatura del Terzo Mondo

Washington Post 12.08.2001 [titolo] “Incarceration, Italian Style

… … … … … … …      Continua a leggere

Per la logica delle condanne alle e ai compagni/e vedi qui

Per le sentenze contro gli sbirri torturatori vedi qui

Per le cadute di stile del “movimento” l’anno successivo vedi qui

 

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Martedì 18 Luglio dalle ore 8,30 presidio davanti allo Spallanzani (via Portuense 292- Roma)

 

 

 

 

CONFEDERAZIONE COBAS
COBAS Sanità, Università e Ricerca
Viale Manzoni 55 – 00185 ROMA  tel. 0677591926 fax 0677206060 sanita@cobas.it

IL DOVERE DIRITTO DI DENUNCIARE…

Come operatori della salute è un nostro dovere cercare soluzioni ai tanti problemi sanitari con i responsabili ma dobbiamo dire che nella maggior parte dei casi non ci si riesce. A questo punto due sono le strade percorribili o in nome della cosiddetta “immagine della Azienda si rimane in silenzio subendo e diventando anche complici o ci si rivolge anche agli utenti- finanziatori della sanità pubblica per metterli al corrente, da un punto di vista dei lavoratori, di quelle che sono le attuali offerte sanitarie. Non è un lamentarsi senza senso o ancora peggio un tentativo “furbesco” per non lavorare, ma un percorso di conoscenza che la cittadinanza HA IL DIRITTO DI SAPERE.

Inoltre se attraverso un’interpretazione restrittiva di una norma nata per tutelare l’’immagine Aziendale non si vuole permettere neanche a rappresentanti dei lavoratori di dire ciò che accade all’interno di una struttura sanitaria pubblica siamo alla frutta o forse sarebbe meglio dire alla “ TURCA”

Essere chiamati a rispondere a un consiglio di disciplina, come sta accadendo a Alessia e Lorenzo dello Spallanzani, con la minaccia del licenziamento, per aver denunciato la carenza degli organici e il continuo rischio per chi oggi richiede cura nelle nostre strutture sanitarie, è vergognoso, perchè IL VERO REATO è come siamo costretti a lavorare.

Tutti lo denunciano su giornali e TV quando succedono i “fattacci” (pazienti ricoverati sui pavimenti ai Dea, operatori aggrediti da masse di utenti esasperati, totale impossibilità di garantire  assistenza per mancanza di posti letto, di servizi territoriali che continuano a essere chiusi e tagliati…),ma non ci risulta che i dirigenti  aziendali siano licenziati o inviati a consigli di disciplina per responsabilità che sono molto più grandi e molto ben remunerate…

La Regione e tutti i Direttori Generali conoscono bene la situazione che si è generata con i tagli sul personale ma invece di risolvere il problema minacciano il licenziamento di due rappresentanti sindacali che denunciano fuori dell’’orario di lavoro le condizioni critiche che si sono determinate.

Loro, ipocritamente, così si salvano la faccia e mantengono l’’immagine di una sanità pubblica ormai solamente virtuale …ma dentro i reparti di tutto il Lazio e di tutta Italia, viene ridotto il personale turnante, si obbligano straordinari, non si concedono ferie, si aggiungono barelle, si impongono tempi di attesa disumani …e, in una logica imperante di distruzione del pubblico, l’’offerta di un privato invasivo e dilagante diventa, per chi gestisce la sanità, l’’obbiettivo da concretizzare.

NOI COME OPERATORI DELLA SANITA’’ PUBBLICA CI DIFENDIAMO LA NOSTRA PROFESSIONALITA’’ E DIGNITA’ ’…non possiamo/dobbiamo dire bugie a chi, disperato, si rivolge a noi per ricevere risposte concrete su prevenzione, cura e riabilitazione, per una salute complessiva e non solo rispondente ad una emergenza che ormai sta diventando quotidianità: “Appuntamento fra 8 mesi..per una visita..una ecografia..un ricovero.”… “Siamo alla dodicesima ora di servizio, come ieri e l’’altro ieri”…  “Siamo in attesa che la situazione migliori ”.

NOI DOBBIAMO DENUNCIARE LA SITUAZIONE DI RISCHIO E RIFIUTARE DI LAVORARE IN SOTT’ORGANICO E SENZA GARANZIE PER LA SALUTE DEGLI UTENTI E DEGLI OPERATORI, E NON POSSIAMO PERMETTERE CHE QUESTO CI FACCIA PURE SUBIRE CONSIGLI DI DISCIPLINA CON MINACCIA DI LICENZIAMENTI.

Essere solidali con questi due lavoratori non è solo dovuto nei loro confronti e contro l’’arroganza e l’’ipocrisia dei nostri dirigenti sanitari, ma è la battaglia che TUTTI/E dobbiamo fare per il DIRITTO ALLA SALUTE.

Martedì 18/7 dalle ore 8,30 presidio davanti allo Spallanzani (via Portuense 292).

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L’assemblea cittadina delle lavoratrici e dei lavoratori organizzata dal Coordinamento Lotte Unite e partecipata da numerose realtà di lotta, esprime sostegno e solidarietà ad Alessia e Lorenzo del Coordinamento Lavoratori dello Spallanzani, vittime dell’azione repressiva della libertà di espressione e lotta. Pertanto l’assemblea cittadina del 7 luglio dichiara che sarà al fianco di questi lavoratori nel presidio del prossimo 18 luglio davanti allo Spallanzani e in tutte le iniziative di lotta che si renderanno necessarie.

L’assemblea cittadina del 7 luglio ritiene imprescindibile la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori dello Spallanzani come prerequisito per la conquista di una sanità pubblica, gratuita e sotto il controllo delle assemblee dei lavoratori e utenti

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Assemblea cittadina per organizzare la “Vertenza Roma”

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Sistema carcerario italiano: aumentano le presenze e crescono le sanzioni disciplinari

La popolazione detenuta è cresciuta dalle 54.912 presenze del 31 ottobre 2016 alle 56.436 presenze del 30 aprile 2017, con una crescita di 1.524 detenuti nel semestre.

Eppure i reati diminuiscono sensibilmente.

Come mai le leggi svuota-carceri non funzionano permanentemente e non sono in grado di fermare il sovraffollamento? Eppure sono tutte in vigore (tranne quella che portava la liberazione anticipata – lo sconto di pena- da 45 a 75 gg. per ogni semestre di carcerazione effettuata; questa è scaduta nel 2015). La risposta è semplice: perché quelle leggi sono state realizzate sotto la pressione di organismi internazionali – Corte europea Diritti dell’Uomo– non sono state prodotte da proteste interne e conflitto esterno, che avrebbe avuto un’efficacia maggiore nell’attuazione delle leggi, perché le lotte ne avrebbero controllate l’applicazione.

Alla fine del 2015 ancora il 5,3% di detenute/i sconta una pena inferiore ad un anno; e ben il 23% sconta una pena  inferiore ai 3 anni. La legge 199 del 2010, ha previsto la possibilità di scontare l’ultimo anno di pena (limite poi esteso a 18 mesi) presso la propria abitazione o altro luogo privato o pubblico di cura e accoglienza.

Quelle leggi dovevano sostituire la presenza in carcere per condanne lievi con misure alternative: la legge 94 del 9.08.2013 ha rimosso alcuni ostacoli nell’accesso alla detenzione domiciliare e alla semi-libertà per i recidivi (ostacoli posti dalla ex-Cirielli nel 2005) e ha ridotto la possibilità di applicare la custodia cautelare, mentre la legge 67 del 28.04.2014 ha istituito la messa alla prova (1), ossia la possibilità di richiedere la sospensione del procedimento penale per reati considerati di minore gravità.

Al 31 Gennaio 2017 erano in corso 9.207 misure di messa alla prova e 12.190 indagini preliminari alla concessione della misura. Le semi-libertà l’8,9%; la detenzione domiciliare il 6,8%.

 Altrettanto in aumento sono i Provvedimenti disciplinari nelle carceri italiane.

Vediamo il confronto tra il 2010  e il 2016.

I comportamenti dei/delle detenuti/e che vengono puniti con provvedimenti disciplinari sono questi:

-Atteggiamenti offensivi

-Intimidazione o sopraffazione dei compagni

-Ritardo rientro

-Atteggiamento molesto verso i compagni

-Abbandono ingiustificato di posto

-Appropriazione o danneggiamento dei beni dell’amministrazione

-Traffico di beni consentiti

-Inosservanza degli ordini

I primi tre raccolgono circa i  2/3 delle punizioni che ammontano a un totale di 27.675 nel 2016 (nel 2010 erano 21.633)

Nel 2010 si aveva un provvedimento disciplinare ogni 3 detenuti/e

Nel 2016 si è avuto un provvedimento disciplinare  ogni 2 detenuti/e

Eppure nel 2010 la popolazione detenuta era di gran lunga superiore (67.961) a quella dello scorso anno. Quali le cause?

C’è stato un aumento degli atti di insubordinazione da parte di detenuti/e, oppure un più rigido livello di sorveglianza punitiva da parte delle guardie penitenziarie e una maggiore severità verso detenuti/e?  Per conoscerlo dobbiamo intensificare la comunicazione interno-esterno

Le varie sanzioni disciplinari che “puniscono” i comportamenti di detenuti/e ritenuti trasgressivi, divise per tipologia nel confronto tra il 2010  e il 2016 

Queste le sanzioni più diffuse. La prima cifra si riferisce al 2016, la seconda al 2010

-Ammonizione del direttore                                6.354  – 5.056

Esclusione da attività ricreative e sportive   5.434  – 4.358

Esclusione da attività in comune                     8.091  – 6.377

—————

(1) A questo istituto si può accedere in caso di reato punibile con un massimo di 4 anni di reclusione, consiste nella sospensione del procedimento e nello svolgimento di un programma di trattamento sotto la supervisione dell’Ufficio per l’Esecuzione Penale Esterna che prevede l’esecuzione del lavoro di pubblica utilità, il risarcimento del danno e la riparazione, oltre all’osservanza di una serie di obblighi relativamente a dimora, libertà di movimento, divieto di frequentare certi luoghi, ecc.
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Un libro: Pasquale Abatangelo -Correvo pensando ad Anna

Ciao Pasquale,

grazie per il tuo libro: Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni settanta, Edizioni Dea, Firenze 2017, pag. 325, € 16,00

Grazie di averci riportato, col tuo attento e fedele racconto, negli anni delle nostre passioni forti, quelle passioni che ci hanno permesso di portare una sfida all’ordine capitalistico in una società con un sistema economico e militare che la collocano al settimo posto tra le potenze. Passioni forti che ben si contrappongono con l’attuale epoca intrisa di passioni deboli e tristi che vorrebbero irretire le giovani generazioni, rendendole docili. Fiacchezza, indolenza che non è stata infranta nemmeno un po’ dai rituali troppo commemorativi dei 40 anni del movimento del ’77.

Leggendoti ti ho sentito al mio fianco, con tanti altri,  a ripercorrere di nuovo quei polverosi passeggi pavimentati di ruvido cemento, ruvido come il clima che si respirava negli “speciali”. Di nuovo nelle celle, svegliati all’alba dalle perquisizioni (perquise) o dalle partenze improvvise (sballi), negli scontri con le guardie, nei progetti di evasione, nelle continue ideazioni di tentativi di fuga spesso falliti o franati all’ultimo momento o, a volte, riusciti, nell’imboscare nei posti più impensati tutto quello che ci ingegnavamo di recuperare e che ci facevamo arrivare da fuori, escogitando fantasiose modalità. Alle lettere che scrivevamo appollaiati sulla branda e quelle attese con ansia al passeggio, quando alla voce della guardia “posta!” ci precipitavamo verso la porta del passeggio dove si distribuivano le lettere già abbondantemente censurate. Ai libri, ai gruppi di studio, agli appunti scritti con calligrafia minuta in quaderni squadernati dai continui trasferimenti e perquisizioni, oppure nei messaggi scritti sulle cartine delle sigarette per renderli invisibili alle guardie. La voglia insopprimibile di conoscere, convinti che ci dovesse essere una strada che corrispondesse alla nostra voglia di realizzare una società diversa da quella che ci aveva costretti a odiarla così forte da volerne l’abbattimento.

Quelle passioni forti, in testa la solidarietà, sono il filo rosso del tuo racconto, perché erano la nostra identità in quegli anni, dentro e fuori. Talmente forti che riuscivano a contagiare chiunque arrivasse a tiro, purché dalla stesa parte della barricata di classe.

Tutte e tutti noi provenivamo dai più disparati ambienti e il tuo racconto fa ben emergere quella comunanza cosi stretta tra diversi soggetti sociali da somigliare a una fratellanza. Ma non è, come si dice da alcune parti,  un incontro tra “sessantottini” intellettuali piccolo borghesi e “rapinatori” banditi di strada, sorto per soddisfare la curiosità, quasi morbosa, tra estremi contrastanti. Macché! Se una  caratteristica è stata preminente nei movimenti degli anni Settanta è stata proprio quella di aver fatto volentieri a meno, nella crescita dello scontro, degli intellettuali piccolo borghesi. Certo, ci sono stati e hanno cercato di indirizzare quei movimenti tumultuosi, ma, non riuscendovi, di lì a poco hanno abbandonato, oppure hanno avuto un ruolo del tutto marginale. Coloro che hanno continuato, con quella asprezza propria della classe di provenienza, sono stati gli operai, i giovani dei quartieri proletari, i lavoratori dei servizi, e anche studenti provenienti da realtà proletarie, facendo anche degli errori, ma non certo per seguire le indicazioni dell’ideologo di turno. Per questo l’incontro col proletariato extralegale non è stata la scoperta stuzzicante di annoiati figli-di-papà in cerca di brividi avventurosi, ma riproduzione di ciò che avveniva nei quartieri, nelle periferie. Ho già raccontato come nelle Ferrovie, nei primi anni Sessanta, fossero diffuse le pratiche extralegali a sostegno di compagni di lavoro sfortunati, così nei cantieri edili; sono le due situazioni lavorative che ho frequentato, ma era pratica diffusa anche in altri settori lavorativi. Stranezze che succedono raramente in società segmentate in cui ogni gruppo sociale, oggi sempre più, si rinchiude nel microcosmo corporativo. Stranezze che quando si mostrano, ci dicono che siamo in presenza di possibili grandi cambiamenti epocali. E noi, questo insolito miscuglio di diversità, non ci facevamo condizionare dal “mito” della legalità, come si rischia oggi.

Non avevamo certezze, se non quella di voler rivoluzionare lo stato di cose presenti, non avevamo percorsi predefiniti, né tappe programmate. Non teorie rigide e precostituite che ci guidassero meccanicamente nell’azione, piuttosto il contrario, era l’azione che dettava le scelte teoriche. Almeno finché è durata l’offensiva! Il buio è arrivato quando è cambiato segno, quando l’offensiva si è arenata. In quel tempo c’è stato un prolificare di teorie costruite su realtà immaginate; lì è stato l’inizio della disfatta. Noi, come tutti i movimenti di quegli anni, movimenti convinti di mordere concretamente la realtà, abbiamo voluto  iniziare un viaggio aspro senza avere certezze dei suoi esiti, né punti di arrivo precisi. Volevamo cambiare l’esistente che si nutriva di sfruttamento e oppressione, che produceva guerre e devastazioni, che si arroccava circondandosi di mura, carceri, manicomi e alienazione.

Tutto questo per noi era il comunismo, un comunismo in movimento, un comunismo come movimento che trasforma il presente. Il percorso di quel movimento puntava al cambiamento radicale dell’esistente, all’abolizione del sistema capitalistico e del suo Stato e anche del suo armamentario giuridico. Pensate quanto ci potevano interessare gli steccati costruiti sul mito della legalità? Puntavamo alla costruzione di un’altra società tutta da inventare, ma fondata sulla democrazia diretta del proletariato. Chiamavamo questo percorso comunismo.

Sei stato bravissimo, Pasquale, a restituire con schiettezza la solidarietà spinta fino alla complicità, che ci caratterizzava, la si vedeva, a volte, in quella specie di gara nell’assumere, di fronte al capo delle guardie schierate per il pestaggio o la punizione severa, la propria responsabilità di fronte ad un accadimento che aveva violato l’ordine rigoroso carcerario. Una solidarietà cui si accompagnava una fiducia estrema, dell’uno verso l’altro e di tutti verso l’aggregato. Fiducia talmente rilevante che, al suo opposto ha espresso, alla conclusione del ciclo offensivo, una rabbia distruttiva verso chi quella fiducia tradiva. Ed è successo, purtroppo è successo che momenti di rabbia devastante siano esplosi al nostro interno. È successo aprendo interrogativi enormi. È successo in termini di frantumazione astiosa e di ferocia verso nostri compagni deboli di fronte alle pressioni nemiche. Tutto è successo e probabilmente non poteva non succedere quando si inizia un percorso e ci si pongono obiettivi, come quelli che ci siamo posti, di scontrarci con i poteri più potenti che l’umanità abbia mai visto, per abbatterli e trasformare il mondo in cui vivere.

Carcere speciale di Trani, la rivolta, i Gis dei carabinieri con gli elicotteri e le raffiche di mitra, il pestaggio totale, poi la ripresa della lotta benché acciaccati, la partenza per Nuoro, il punitivo Badu ‘e Carros, e poi… Bei momenti! D’altronde le botte si dimenticano, qualche cicatrice qua e là che nemmeno si nota, ma i bei rapporti si ricordano, e come! E sono il sale delle vita.

Un’ultima cosa vorrei aggiungere e riguarda più da vicino la tua interessante esperienza: da extralegale emarginato a militante comunista. Sarà possibile anche oggi? Deve Esserlo! Certo, oggi i banditi, gli extralegali non sono quei ribelli dei tuoi anni giovani, lo sappiamo, però oggi, le difficoltà lavorative e soprattutto salariali, costringono molti lavoratori, in diversi settori, a dover arrotondare il magrissimo salario con un secondo lavoro, quello che si riesce a trovare. Quale si trova oggi? Può succedere, e succede molto spesso, che operai e proletari debbano “arrotondare” i magri salari con attività extralegali, perché quelle si trovano, altre no. È la loro condizione di esistenza, la loro e di chi da loro dipende, e non possono aspettare. Da qui reitero quello che vado proponendo da tempo, finora inascoltato: liberiamoci del saio della legalità, gettiamolo via e affrontiamo insieme a questi proletari il problema di come organizzare tutti e tutte coloro che lavorano in ogni settore – anche l’extralegalità è un settore produttivo- e che avrebbero tutto da guadagnare nell’abbattere e rivoluzionare questa società.

Un libro molto utile soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, cui ne consiglio la lettura. Un libro che, ripeto, mi ha entusiasmato. Meno entusiasmo ho provato nel notare tentativi di utilizzare la tua/nostra storia a sostegno di posizioni politiche attuali. Ogni punto di vista politico può esprimersi liberamente e verificarsi nella realtà, ma lo si fa mettendosi in gioco, mettendoci la faccia e tutto il resto, rischiando. È questa la verifica. È questa la lezione degli anni Settanta!

Ciao Pasquale, a presto

Salvatore Ricciardi
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Pubblicate le motivazioni della sentenza di Mastrogiovanni

Da: rivista anarchica anno 47 n. 416 maggio 2017

Caso Mastrogiovanni/Pubblicate le motivazioni della sentenza

Dopo circa quattro mesi dall’emanazione della sentenza emessa dalla corte d’appello del Tribunale di Salerno per la morte di Francesco Mastrogiovanni, nella quale sono state confermate, seppur dimezzate, le pene per i sei medici del reparto di psichiatria dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania (Sa) e sono stati condannati undici dei dodici infermieri loro collaboratori (assolti in prima istanza), sono state rese note le motivazioni della sentenza di secondo grado. Quali sono state le pene comminate e le relative motivazioni?

Le richieste
Nella requisitoria del 10 aprile 2015 il Procuratore Generale Elio Fioretti aveva chiesto pene variabili da cinque anni e quattro mesi a quattro anni sia per i sei medici che per gli undici infermieri. La dr.ssa Maddalena Russo, subentrata nel corso del processo al dr. Fioretti, nella sua brevissima replica ha confermato le richieste del collega, ribadendo la responsabilità anche degli infermieri.

Le condanne
La Corte d’Appello di Salerno, presieduta dal Dott. Michelangelo Russo, nonostante le richieste di inasprimento delle pene avanzate dai due Procuratori Generali ha condannato gli infermieri: Giuseppe Forino, Alfredo Gaudio, Antonio Luongo, Nicola Oricchio e Marco Scarano a un anno e tre mesi di reclusione; Maria D’Agostino Cirillo, Carmela Cortazzo, Antonio De Vita, Massimo Minghetti, Raffaele Russo e Antonio Tardio a pene lievissime di un anno e due mesi per aver dato “un contributo materiale consapevole alle condotte dei medici, contribuendo consapevolmente, con comportamento commissivo od omissivo, alla privazione della libertà personale dei pazienti e senza esercitare il potere/dovere di rifiutarsi o comunque di segnalare l’illeicità, connesso alla loro funzione e comunque loro conferito dall’art.51, comma 3 C.P.,”.
Per la prima volta i giudici hanno affermato che non basta ubbidire ad un ordine per non essere ritenuti responsabili di un reato.
Per quanto riguarda i medici Rocco Barone e Raffaele Basso la pena comminata è di due anni; Michele Di Genio, primario, è stato condannato a un anno e undici mesi; Amerigo Mazza e Anna Angela Ruberto ad un anno e dieci mesi; Michele Della Pepa a un anno e un mese per aver messo in atto: “una contenzione disumana”, che non può essere giustificata con finalità di protezione del paziente e appare come una prassi legata a carenze di personale e volontà organizzative. Il fatto che nessuno dei medici l’abbia annotata in cartella clinica dimostra per i giudici la consapevolezza di quanto non vi fosse alcun presupposto per legittimarla. Se le pene previste in primo grado sono state ridotte è solo nel rispetto di criteri di commisurazione della pena, “che non devono tenere conto di fattori emotivi” e in considerazione di un contesto temporale in cui la sensibilità a certi temi era meno avvertita.

Emanuela Bussolati – “Angelo costretto”. Illustrazione a sostegno della
campagna per l’abolizione della contenzione “…E tu slegalo subito”

Lo sconcerto dei familiari
L’esiguità delle pene e la sospensione per i medici dell’interdizione dai pubblici uffici hanno prodotto nei familiari dell’insegnante un grande sconcerto. Caterina Mastrogiovanni, sorella di Franco, intervistata dal TG3, visibilmente turbata ha dichiarato: “Resto molto delusa, molto delusa soprattutto per il reintegro (del personale sanitario, n.d.a.), mio fratello è stato ammazzato in quel reparto”. Anche Grazia Serra, figlia di Caterina e nipote dell’insegnante cilentano ha dichiarato con forza: “Sono molto preoccupata, è stata sospesa l’interdizione dal lavoro per i medici, noi quello che vogliamo è che non accada mai più e invece questi medici continueranno a lavorare”. Se necessario, continua Grazia, ci rivolgeremo alla Corte Europea per i diritti dell’uomo.

La “Legge Mastrogiovanni”
A seguito dei tanti morti e degli abusi consumati nell’esecuzione dei ricoveri coatti, i Radicali hanno preannunciato che presenteranno, in Parlamento, una proposta di “Legge Mastrogiovanni” che riveda il Trattamento sanitario obbligatorio. Altre battaglie che ci attendono sono quelle per l’introduzione nel codice penale dei reati di tortura e trattamenti degradanti. A chiederlo, tra gli altri, è il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che ha ritenuto insufficienti le misure sinora prese dall’Italia per dare esecuzione alla sentenza di condanna della Corte europea dei diritti umani sul caso Cestaro (irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova) emessa il 7 aprile 2015.

Angelo Pagliaro

 

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A proposito del panico di massa a Torino: i “rimedi” sono poliziesco-militari

Prima si infonde la paura per meglio governare un popolo e lo si porta in preda di angosce e inquietudini, …  poi si propongono “rimedi” poliziesco-militari

Il ministro Minniti: “protezione civile e vigili urbani per gestire la sicurezza in piazza”  –

leggo da: La Stampa dell’ 8 giugno 2017 (art, firmato da Lodovico Poletto)

      Il ministro degli Interni Minniti si è recato sulla scena di Piazza S. Carlo e dopo i preliminari di rito: «Sono qui a Torino perché l’Italia vuole essere vicina ai feriti e ai soccorritori. Ho incontrato sia gli uni che gli altri e mi sono reso conto del lavoro straordinario che il sistema sanitario di Torino ha svolto quella notte. Certo qualcosa non ha funzionato. Bisogna ricostruire nel dettaglio affinché non si ripeta più, né a Torino né in altre parti del Paese», ci ha spiegato il suo impegno per «Studiare nuovi metodi di prevenzione e gestione del panico per evitare il ripetersi di nuovi drammi collettivi come quello avvenuto sabato sera a Piazza San Carlo».

Il ministro ci ha assicurato che, «sta elaborando una nuova dottrina di sicurezza per proteggere i cittadini dalla paura. La formula con cui farlo è “far coincidere la safety e la security” », (sono due termini per dire la parola “sicurezza”, anche se al primo si attribuisce anche il senso di “scampo”, “salvezza”,).

Il lodevole intento di Minniti è «battere una “psicosi che genera ansie e che mette a rischio l’incolumità dei cittadini e crea un problema di sicurezza“. In quanto alla fine tutto ha una radice. “Perché – spiega ancora il ministro – c’è un collegamento emotivo diretto tra l’attentato di Manchester e il panico di Torino. Là c’è stato l’attacco, qui s’è innescata la paura: l’effetto che i terroristi volevano creare lo abbiamo avuto noi”».

Minniti afferma che la direttiva per evitare tutto questo, «richiede un cambio di visione complessiva del problema”. E che passa attraverso quella che lui chiama “gestione integrata della piazza” da parte di “forze dell’ordine assieme a Protezione civile, Vigili del fuoco e vigili urbani».

Infine ci delinea il suo modello: «Il modello di sicurezza che noi oggi applichiamo prevede l’integrazione fra le forze di sicurezza e l’esercito. Cosa che è stata fatta, e con successo, anche in occasione delle celebrazioni dei sessant’anni dei Trattati di Roma e per il G7 di Taormina. E questa è la security. Ma sul fronte della “safety” è fondamentale pensare, ed agire, in modo differente».

Ecco la sua soluzione per la safety, ovvero come scampare al panico senza esserne travolti. Dopo aver analizzato dettagliatamente quello che è successo a Torino, ha affermato che: «Per evitare che ciò avvenga servono tecniche innovative. Come “indicare le vie di fuga prima dell’evento, ad esempio utilizzando una star oppure un calciatore che sale sul palco e spiega al pubblico dove andare in caso di necessità è una ipotesi sulla quale lavorare”, spiega ancora Minniti: “Bisogna saper governare gli animi anche in caso di emergenza. E anche questo è uno dei compiti di uno Stato che intende garantire la sicurezza e l’incolumità ai suoi cittadini».

Non è venuto in mente al ministro di dire che il “panico” di Torino altro non è che il risultato del martellamento ossessivo sui temi della “in-sicurezza”, del “terrore”, degli “attentati”, insomma del “nemico che vuole distruggere il nostro meraviglioso stile di vita”. [vedi il “Diritto Penale del Nemico” qui]

Intanto le TV e i giornali, ma anche i film, le fiction, e tutta la produzione mediatica, continua a spargere paura e terrore tra la popolazione. Lo fanno anche gli stessi politici, soprattutto in periodi elettorali, non volendo parlare delle scelte economiche e politiche che non faranno oppure faranno contro di noi. Non è una novità, da secoli nella cultura dominante delle classi dirigenti (tutte) è radicata la tecnica del “governo della paura”, che mostra come sia agevole governare una popolazione impaurita, terrorizzata, intimorita che non governare settori popolari attenti ai propri interessi, pronti a organizzarsi e lottare, senza farsi gabellare da fandonie e panzane.

 

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