Un libro: Pasquale Abatangelo -Correvo pensando ad Anna

Ciao Pasquale,

grazie per il tuo libro: Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni settanta, Edizioni Dea, Firenze 2017, pag. 325, € 16,00

Grazie di averci riportato, col tuo attento e fedele racconto, negli anni delle nostre passioni forti, quelle passioni che ci hanno permesso di portare una sfida all’ordine capitalistico in una società con un sistema economico e militare che la collocano al settimo posto tra le potenze. Passioni forti che ben si contrappongono con l’attuale epoca intrisa di passioni deboli e tristi che vorrebbero irretire le giovani generazioni, rendendole docili. Fiacchezza, indolenza che non è stata infranta nemmeno un po’ dai rituali troppo commemorativi dei 40 anni del movimento del ’77.

Leggendoti ti ho sentito al mio fianco, con tanti altri,  a ripercorrere di nuovo quei polverosi passeggi pavimentati di ruvido cemento, ruvido come il clima che si respirava negli “speciali”. Di nuovo nelle celle, svegliati all’alba dalle perquisizioni (perquise) o dalle partenze improvvise (sballi), negli scontri con le guardie, nei progetti di evasione, nelle continue ideazioni di tentativi di fuga spesso falliti o franati all’ultimo momento o, a volte, riusciti, nell’imboscare nei posti più impensati tutto quello che ci ingegnavamo di recuperare e che ci facevamo arrivare da fuori, escogitando fantasiose modalità. Alle lettere che scrivevamo appollaiati sulla branda e quelle attese con ansia al passeggio, quando alla voce della guardia “posta!” ci precipitavamo verso la porta del passeggio dove si distribuivano le lettere già abbondantemente censurate. Ai libri, ai gruppi di studio, agli appunti scritti con calligrafia minuta in quaderni squadernati dai continui trasferimenti e perquisizioni, oppure nei messaggi scritti sulle cartine delle sigarette per renderli invisibili alle guardie. La voglia insopprimibile di conoscere, convinti che ci dovesse essere una strada che corrispondesse alla nostra voglia di realizzare una società diversa da quella che ci aveva costretti a odiarla così forte da volerne l’abbattimento.

Quelle passioni forti, in testa la solidarietà, sono il filo rosso del tuo racconto, perché erano la nostra identità in quegli anni, dentro e fuori. Talmente forti che riuscivano a contagiare chiunque arrivasse a tiro, purché dalla stesa parte della barricata di classe.

Tutte e tutti noi provenivamo dai più disparati ambienti e il tuo racconto fa ben emergere quella comunanza cosi stretta tra diversi soggetti sociali da somigliare a una fratellanza. Ma non è, come si dice da alcune parti,  un incontro tra “sessantottini” intellettuali piccolo borghesi e “rapinatori” banditi di strada, sorto per soddisfare la curiosità, quasi morbosa, tra estremi contrastanti. Macché! Se una  caratteristica è stata preminente nei movimenti degli anni Settanta è stata proprio quella di aver fatto volentieri a meno, nella crescita dello scontro, degli intellettuali piccolo borghesi. Certo, ci sono stati e hanno cercato di indirizzare quei movimenti tumultuosi, ma, non riuscendovi, di lì a poco hanno abbandonato, oppure hanno avuto un ruolo del tutto marginale. Coloro che hanno continuato, con quella asprezza propria della classe di provenienza, sono stati gli operai, i giovani dei quartieri proletari, i lavoratori dei servizi, e anche studenti provenienti da realtà proletarie, facendo anche degli errori, ma non certo per seguire le indicazioni dell’ideologo di turno. Per questo l’incontro col proletariato extralegale non è stata la scoperta stuzzicante di annoiati figli-di-papà in cerca di brividi avventurosi, ma riproduzione di ciò che avveniva nei quartieri, nelle periferie. Ho già raccontato come nelle Ferrovie, nei primi anni Sessanta, fossero diffuse le pratiche extralegali a sostegno di compagni di lavoro sfortunati, così nei cantieri edili; sono le due situazioni lavorative che ho frequentato, ma era pratica diffusa anche in altri settori lavorativi. Stranezze che succedono raramente in società segmentate in cui ogni gruppo sociale, oggi sempre più, si rinchiude nel microcosmo corporativo. Stranezze che quando si mostrano, ci dicono che siamo in presenza di possibili grandi cambiamenti epocali. E noi, questo insolito miscuglio di diversità, non ci facevamo condizionare dal “mito” della legalità, come si rischia oggi.

Non avevamo certezze, se non quella di voler rivoluzionare lo stato di cose presenti, non avevamo percorsi predefiniti, né tappe programmate. Non teorie rigide e precostituite che ci guidassero meccanicamente nell’azione, piuttosto il contrario, era l’azione che dettava le scelte teoriche. Almeno finché è durata l’offensiva! Il buio è arrivato quando è cambiato segno, quando l’offensiva si è arenata. In quel tempo c’è stato un prolificare di teorie costruite su realtà immaginate; lì è stato l’inizio della disfatta. Noi, come tutti i movimenti di quegli anni, movimenti convinti di mordere concretamente la realtà, abbiamo voluto  iniziare un viaggio aspro senza avere certezze dei suoi esiti, né punti di arrivo precisi. Volevamo cambiare l’esistente che si nutriva di sfruttamento e oppressione, che produceva guerre e devastazioni, che si arroccava circondandosi di mura, carceri, manicomi e alienazione.

Tutto questo per noi era il comunismo, un comunismo in movimento, un comunismo come movimento che trasforma il presente. Il percorso di quel movimento puntava al cambiamento radicale dell’esistente, all’abolizione del sistema capitalistico e del suo Stato e anche del suo armamentario giuridico. Pensate quanto ci potevano interessare gli steccati costruiti sul mito della legalità? Puntavamo alla costruzione di un’altra società tutta da inventare, ma fondata sulla democrazia diretta del proletariato. Chiamavamo questo percorso comunismo.

Sei stato bravissimo, Pasquale, a restituire con schiettezza la solidarietà spinta fino alla complicità, che ci caratterizzava, la si vedeva, a volte, in quella specie di gara nell’assumere, di fronte al capo delle guardie schierate per il pestaggio o la punizione severa, la propria responsabilità di fronte ad un accadimento che aveva violato l’ordine rigoroso carcerario. Una solidarietà cui si accompagnava una fiducia estrema, dell’uno verso l’altro e di tutti verso l’aggregato. Fiducia talmente rilevante che, al suo opposto ha espresso, alla conclusione del ciclo offensivo, una rabbia distruttiva verso chi quella fiducia tradiva. Ed è successo, purtroppo è successo che momenti di rabbia devastante siano esplosi al nostro interno. È successo aprendo interrogativi enormi. È successo in termini di frantumazione astiosa e di ferocia verso nostri compagni deboli di fronte alle pressioni nemiche. Tutto è successo e probabilmente non poteva non succedere quando si inizia un percorso e ci si pongono obiettivi, come quelli che ci siamo posti, di scontrarci con i poteri più potenti che l’umanità abbia mai visto, per abbatterli e trasformare il mondo in cui vivere.

Carcere speciale di Trani, la rivolta, i Gis dei carabinieri con gli elicotteri e le raffiche di mitra, il pestaggio totale, poi la ripresa della lotta benché acciaccati, la partenza per Nuoro, il punitivo Badu ‘e Carros, e poi… Bei momenti! D’altronde le botte si dimenticano, qualche cicatrice qua e là che nemmeno si nota, ma i bei rapporti si ricordano, e come! E sono il sale delle vita.

Un’ultima cosa vorrei aggiungere e riguarda più da vicino la tua interessante esperienza: da extralegale emarginato a militante comunista. Sarà possibile anche oggi? Deve Esserlo! Certo, oggi i banditi, gli extralegali non sono quei ribelli dei tuoi anni giovani, lo sappiamo, però oggi, le difficoltà lavorative e soprattutto salariali, costringono molti lavoratori, in diversi settori, a dover arrotondare il magrissimo salario con un secondo lavoro, quello che si riesce a trovare. Quale si trova oggi? Può succedere, e succede molto spesso, che operai e proletari debbano “arrotondare” i magri salari con attività extralegali, perché quelle si trovano, altre no. È la loro condizione di esistenza, la loro e di chi da loro dipende, e non possono aspettare. Da qui reitero quello che vado proponendo da tempo, finora inascoltato: liberiamoci del saio della legalità, gettiamolo via e affrontiamo insieme a questi proletari il problema di come organizzare tutti e tutte coloro che lavorano in ogni settore – anche l’extralegalità è un settore produttivo- e che avrebbero tutto da guadagnare nell’abbattere e rivoluzionare questa società.

Un libro molto utile soprattutto alle ragazze e ai ragazzi, cui ne consiglio la lettura. Un libro che, ripeto, mi ha entusiasmato. Meno entusiasmo ho provato nel notare tentativi di utilizzare la tua/nostra storia a sostegno di posizioni politiche attuali. Ogni punto di vista politico può esprimersi liberamente e verificarsi nella realtà, ma lo si fa mettendosi in gioco, mettendoci la faccia e tutto il resto, rischiando. È questa la verifica. È questa la lezione degli anni Settanta!

Ciao Pasquale, a presto

Salvatore Ricciardi
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4 risposte a Un libro: Pasquale Abatangelo -Correvo pensando ad Anna

  1. Pingback: Ένα βιβλίο: Pasquale Abatangelo -Correvo pensando ad Anna, Έτρεχα σκεπτόμενος την Άννα, του Salvatore Ricciardi – Αέναη κίνηση

  2. Gianni Landi ha detto:

    Ho condiviso la tua recensione al libro di Pasquale, sottolineando le tue riflessioni-indicazioni, senza trionfalismi a favore di questa o quella Organizzazione, ma con concretezza, senza inutili ideologismi. Un forte abbraccio fraterno con quei sentimenti che ci fecero apprezzare reciprocamente fino dal primo nostro incontro.

  3. contromaelstrom ha detto:

    Grazie Gianni, avevo letto le tue riflessioni sul libro di Pasquale, che tu avevi letto prima di me, le condivido e ho provato a esprimerle. Un abbraccio

  4. Gianni Landi ha detto:

    Le hai espresse meglio di me, sia perchè io sono più bravo con le formule ed i numeri, sia perchè hai condiviso con Pasquale una “pratica” di lunga durata 😉 ! Ti apprezzo e ti stmo e sono sempre disponibile a diffondere i tuoi suggerimenti, anche su FB. Oggi ho ricordato il tuo libro sul carcere e quello di Giorgio La danza degli aghi. Ti ho sempre nei miei pensieri. Gianni

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