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Il controllo psichiatrico 40 anni dopo la “legge Basaglia”
40 anni dalla legge Basaglia
Sono passati 40 anni dall’approvazione della legge 13 maggio 1978 n. 180, detta erroneamente “legge Basaglia” . La legge riguardava gli “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Viene ricordata come la legge che ha chiuso i manicomi, ossia 98 ospedali psichiatrici che ospitavano circa 89.000 internati. In realtà lo stesso Basaglia ritenne la legge un passo indietro rispetto alle esperienze maturate sul campo a Trieste, ma anche ad Arezzo e Perugia. E comunque la legge fu seguita da un caos normativo che non ne permise la piena attuazione. Questo perché la legge fu scritta in fretta, come succede spesso, grazie alle forti mobilitazioni di quel tempo e al clima incandescente, prodotto dal forte scontro di classe, che premeva per modifiche radicali.
Pochi mesi dopo fu approvata la legge che istituiva il “Servizio Sanitario Nazionale” (legge
23 dicembre 1978 n. 833) che, al proprio interno racchiuse aspetti della legge 180, in parte modificati in senso peggiorativo.
La chiusura effettiva dei manicomi, si è realizzata nel 1994.
La squadra che a Gorizia impostò, per la prima volta, le attività che portarono a questa svolta sono stati, in tempi diversi, Franco Basaglia; Franca Ongaro; Antonio Slavich; Lucio Schittar; Agostino Pirella; Domenico Casagrande; Leopoldo Tesi; Giorgio Antonucci ; Maria Pia Bombonato; Giovanni Jervis:; Letizia Comba Jervis.
Ma non è cessata la contenzione psichiatrica, né lo stigma che ne consegue, poiché oggi vi sono 800.000 persone seguite dai servizi di salute mentale, metà sono maschi e metà sono donne. A queste persone vanno aggiunte quelle persone che si rivolgono alle numerose strutture private che realizzano notevoli profitti.
Per quanto riguarda le strutture pubbliche, oggi vi sono 285 Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura) con 3.623 posti letto e 22 strutture ospedaliere in convenzione con circa 1.200 posti.
Su 98.000 ricoveri annui, sono 8.000 i Tso (Trattamenti Sanitari Obbligatori), fatto esttremamente grave e che annulla il rispetto per la persona!
Oggi, in questo clima politico ultra reazionario, viene diffusa l’opinione che, le persone che subiscono traumi, ad esempio dopo il terremoti, devono essere rinchiuse in spazi separati, difatti dopo il terremoto de l’Aquila la protezione civile decise di “costruire una tendopoli dedicata ai servizi psichiatrici e ai loro pazienti, e solo a loro, ben distante dalla città”.
Così le persone sottoposte a emarginazione e ristrettezze, ad esempio le persone carcerate, diventano soggetti di disturbi mentali e quindi devono essere imbottiti di psicofarmaci e contenzione: oltre il 60% della popolazione detenuta vengono imbattiti con psicofarmaci.
La battaglia è appena iniziata, va continuata!!!
Ascolta qui (27 minuti) e qui (7 minuti) un’intervista su Basaglia e le prime esperienze, con Giorgio Antonucci (deceduto il 18 novembre 2017). Nella prima intervista, fatta da RadiOndaRossa c’è un untervento di Maria Rosaria D’Oronzo.
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Contrassegnato contenzione, Franco Basaglia, Giorgio Antonucci, malattia mentale, manicomi, spdc, Tso
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Sosteniamo la lotta delle lavoratrici e lavoratori GSE
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Contrassegnato Almaviva, Casale Alba 2, Contact Center GSE, licenziamenti
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Si muore nei manicomi interni alle carceri!
Le condizioni disumane della reclusione in carcere continuano a mietere vittime.
Al 18 aprile 2018 sono 31 le morti in carcere di cui 11 suicidi.
Cifre drammatiche, su cui nessuno batte ciglio, come le morti sul lavoro. Sono donne e uomini che appartengono alle classi subalterne. La condizione di queste classi è notevolmente peggiorata negli ultimi decenni a causa dell’offensiva liberista e privatista del capitalismo. Offensiva a cui, finora, non è stato risposto con una lotta adeguata.
Oggi vogliamo soffermarci su uno degli ultimi suicidi avvenuto nelle carceri italiane per le particolarità che presenta, da analizzare dettagliatamente. Questa la notizia:
Firenze, 9 aprile 2018 – Suicidio di un detenuto nel carcere di Sollicciano. E’ successo ieri. “Nel primo pomeriggio (di ieri 8 aprile), un detenuto di origine marocchina ubicato al Reparto assistiti si è impiccato alla finestra del bagno della cella dove era allocato. L’intervento del personale di polizia penitenziaria ha consentito l’invio del detenuto al pronto soccorso dell’ospedale cittadino, dove è deceduto in ospedale. Il detenuto era in attesa di giudizio ed era stato ubicato al reparto degenza per problemi psichici. E` deceduto in ospedale alle 17.45″.
Un comunicato troppo stringato per una vita distrutta. I giornali di Firenze riportano il comunicato della polizia penitenziaria, che segnala il suicidio soltanto per reclamare aumenti di organico nella Polizia Penitenziaria e un loro miglior trattamento.
Da altre fonti abbiamo saputo l’età di questo ragazzo, 26 anni, non sappiamo per quali violazione di legge era stato arrestato e tenuto in custodia cautelare in attesa del processo e della sentenza. Ma soprattutto non sappiamo per quali motivi era stato rinchiuso in un “Reparto degenza per problemi psichici”.
È un dramma nella tragedia: aver bollato questo ragazzo del marchio di “infermo di mente”, cioè folle, matto, probabilmente ha molto a che vedere con la sua decisione di por termine alla propria vita. Dopo aver subito il trauma dell’arresto, si è visto appioppare lo stigma di matto, un marchio che sappiamo non è facile cancellare e non ha retto alla duplice esclusione: delinquente e per di più pazzo. Hamed (si chiamava Hamed Benhouira), non trovando altri modi per sfuggire a quella emarginazione è evaso nel solo modo concesso a chi non può contare su appoggi e aiuti, il suicidio.
Alcune domande si pongono con estrema urgenza : quale autorità affibbia con tanta leggerezza lo stigma di “persona con problemi psichici”?
Chi ha l’autorità, indiscussa e non appellabile, di rinchiudere delle persone nei reparti per matti presenti nelle carceri italiane?
Come mai si sta diffondendo la presenza nelle carceri italiane di questi reparti affiancati da infermerie psichiatriche? Sembra la volontà, subdola, delle associazioni psichiatriche di ripristinare i manicomi a 40 anni dalla loro chiusura?
Queste associazioni hanno dichiarato, recentemente in sontuosi convegni, che la gran parte delle persone detenute, a causa della reclusione, diventano “insane di mente”, “matte”. Ben oltre il 60% delle persone recluse, affermano. Dopo questa dichiarazione, le persone sensate si sarebbero aspettate una durissima battaglia di queste associazioni per far chiudere le carceri, perché nessun essere umano può accettare che lo stato di cui è cittadino/a, può tenere attive delle strutture che costringono le persone ivi recluse a diventare pazzi! Sarebbe un crimine contro l’umanità. Invece no, con nonchalance queste associazioni hanno concluso il loro convegno richiedendo allo stato e al governo di insediare nelle carceri dei piccoli manicomi.
Traete voi la conclusione di questa orribile situazione. Se non si vuole essere complici del peggior crimine dell’umanità, facciamo qualcosa. Subito!!!
80 anni fa l’esercito italiano fece ampio uso di armi chimiche
Uso delle armi chimiche da parte dell’esercito italiano
Gli aggressivi chimici furono utilizzati per la prima volta durante la Grande Guerra. […] I morti causati da questa condotta della guerra furono moltissimi, soprattutto all’inizio del conflitto, quando i soldati non avevano una dotazione individuale per la difesa.
[…]I paesi membri della SdN (Società delle Nazioni) il 17 giugno 1925 sottoscrissero il Protocollo per la proibizione dei gas asfissianti, tossici o di altri gas, e degli strumenti di guerra batteriologici. Nonostante questa limitazione, gli eserciti non smantellarono i reparti chimici e continuarono a fare studi sui procedimenti, prodotti e armi. Addetti militari, tecnici, alti ufficiali dei diversi eserciti si scambiavano informazioni e organizzavano esercitazioni congiunte.
[…] l’impiego delle armi chimiche da parte delle forze armate italiane, aggiornato e fatto con documentazione d’archivio, in merito alla guerra d’Etiopia grazie alle ricerche svolte da Angelo Del Boca, Giorgio Rochat e Roberto Gentili, le informazioni più importanti sono note, anche se rimarrebbe ancora molto da scrivere. La tematica è ampia e complessa, non si limita alla storia militare ma tocca nodi importanti della storia l’Italia, come i rapporti tra industria, mondo scientifico, regime e forze armate.
Il Servizio chimico militare, che dal 1926 era ridotto a 5 compagnie di corpo d’armata e a 2 battaglioni di 2 compagnie, crebbe notevolmente in vista della campagna d’Etiopia. Il 28 luglio 1935 ad Asmara fu costituito un apposito ufficio chimico composto da 43 ufficiali, 71 sottufficiali, 1.487 soldati, con a disposizione 270 tonnellate di aggressivi. Anche i reparti lanciafiamme erano di competenza del Servizio chimico, ma il loro impiego fu limitato perché le apparecchiature erano pesanti e pericolose.
Gli aggressivi chimici nel corso della guerra furono impiegati dall’aeronautica, dall’artiglieria e da reparti appiedati del Servizio chimico. Tra il gennaio 1936 e la fine della guerra, a Massaua furono inviate – stando ai dati riportati da Giorgio Rochat – decine di migliaia di proietti per artiglieria da 105/28caricati ad arsine. Questi colpi furono sparati nel corso del conflitto solamente durante la battaglia dell’Amba Aradam l’11, il 12 e il 15 febbraio 1936, poi furono lasciati nei depositi.
L’aeronautica fu la forza armata che utilizzò la quasi totalità degli aggressivi chimici. Era dotata di due tipi di bombe: C500T da 280 kg caricate a iprite (212 kg), che esplodevano a circa 250 metri dal suolo vaporizzando il liquido e contaminando un’area di 500-800 metri per 100-200, e le C100P caricate ad arsine (100 kg). In Eritrea e Somalia furono inviate 540 C100P, 3.300 C500T e diverse migliaia di bombe da 21, 31 e 40 kg caricate a iprite e fosgene, in parte già presenti in colonia. Sul fronte nord Badoglio fece sganciare un migliaio di C500T, in Somalia l’aeronautica sganciò un totale di 30.500 kg di bombe all’iprite e 13.300 kg di bombe al fosgene. Badoglio fu il primo a fare ricorso agli aggressivi chimici, il 22 dicembre 1935, nella battaglia dell’Endertà contro gli armati di ras Immirù; sul fronte sud l’aeronautica utilizzò il gas per la prima volta due giorni dopo, contro la località di Areri. Da fine dicembre 1935 e per tutto il resto della guerra, il lancio di gas diventò una pratica di routine … Graziani proseguì anche in aprile e maggio.
I gas furono utilizzati nelle operazioni di polizia coloniale anche dopo la proclamazione dell’impero del maggio 1936….Seppure in maniera ridotta, l’aeronautica proseguì con i gas fino al 1939… L’artiglieria , oltre che sull’Amba Aradam, utilizzò i colpi ad arsine almeno una seconda volta, nello Scioa, nel villaggio di Zeret nell’aprile del 1939.
[Matteo Dominioni, Lo sfascio dell’impero, Laterza 2008, pag 33 segg]
*****
«Fu uno spettacolo terrificante. Io stesso sfuggii per un caso alla morte. Era la mattina del 23 dicembre, ed avevo da poco attraversato il Tacazzè, quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani. Il fatto, tuttavia, non ci allarmò troppo, perché ormai ci eravamo abituati ai bombardamenti. Quel mattino però non lanciarono bombe, ma strani fusti che si rompevano appena toccavano il suolo o l’acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido ed urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri, che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in una agonia che durò ore. Fra i colpiti c’erano anche contadini, che avevano portato le loro mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini».
[Testimonianza del ras Immirù, in Angelo Del Boca, La guerra d’Abissinia 1935-1941, Feltrinelli, 1965, pag 74]
IL NEMICO PRINCIPALE E’ SEMPRE IN CASA NOSTRA!!!
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Sanità pubblica: basta repressione!
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E’ La Psichiatria Socialmente Pericolosa
E’ LA PSICHIATRIA SOCIALMENTE PERICOLOSA
La Legge n°81/2014 ha chiuso gli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), e ha previsto l’entrata in funzione delle REMS (Residenze Esecutiva per le Misure di Sicurezza).
La REMS di Volterra è un mini OPG, una struttura manicomiale, una istituzione totale.
Cambia il nome, cambia in parte la gestione e cambiano alcune procedure, forse queste strutture saranno “più pulite, moderne”, ma non cambia la sostanza. La logica concentrazionaria che ne è alla base, resta quella del fascista Codice Rocco, basata su un meccanismo d’internamento/custodia manicomiale per i cosiddetti “socialmente pericolosi”, un paradigma totalizzante/escludente per contenere una umanità “eccedente”. Chiudere i manicomi criminali senza cambiare il codice penale che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più accoglienti, ma all’interno delle quali finirebbero sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere. Per abolire realmente le REMS (e gli OPG ) bisogna non riproporre i criteri e i modelli di custodia e occorre metter mano a una riforma degli articoli del codice penale e di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio alle REMS.
La questione non è solo la chiusura di questi posti: non si tratta solo di chiudere una scatola, per aprirne tante altre più piccole. Il problema è superare il modello di internamento, è non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il problema non è se sono grossi o piccoli, il problema è che cosa sono. Il manicomio non è solo una questione di dove lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio.
Prima della fine dell’ultima legislatura è stato fatto passare un emendamento dal PD che dispone il ricovero nelle REMS esattamente come se fossero i vecchi OPG, dei detenuti considerati “rei folli”, quelli in osservazione psichiatrica e le persone con la misura di sicurezza provvisoria.
Il rischio che si corre nel momento in cui si dice che qualunque persona che si trova in carcere, o in una struttura psichiatrica, anche in attesa di giudizio, venga mandata nelle REMS, e’ quello che si ricostituiscano le strutture manicomiali. L’emendamento in questione ripristina la vecchia normativa prima della legge 81/2014, invece di affrontare il problema della legittimità delle misure di sicurezza provvisorie decise dai Gip, e di quelle che rimangono non eseguite, si ipotizza una violazione della legge 81 ripristinando la logica e le pratiche dei vecchi OPG.
Di fatto una parte consistente degli internati già dovrebbe essere fuori per le stesse regole statali; la gran parte non ha commesso violenze gravi su vittime indifese, come invece spesso viene detto strumentalmente; in ogni caso, come dimostra la realtà, gli apparati d’ internamento/controllo sistemici riproducono disastri sul piano sociale e individuale.
L’istituzione totale è un dispositivo classista e gerarchico, funzionale a logiche di profitto e dominio elitari, al contempo di omologazione e separazione. Per noi occorre partire da un nuovo paradigma non escludente, a cominciare dal fatto che la libertà è terapeutica e che occorre costruire relazioni sociali diverse e migliori, rivoluzionando l’esistente, rompendo così, a 360 gradi, la gabbia sistemica della cosiddetta “malattia mentale”, costruendo percorsi “altri”.
Crediamo che ci sia bisogno d’immaginare e sperimentare dal basso forme di sostegno socializzanti, come già avviene in alcune realtà autogestite, con persone che hanno cortocircuiti mentali e sofferenza psichica, che poi è sofferenza esistenziale, antitetici al sistemico internamento/controllo. Percorsi di apertura umana e interazione, coinvolgenti rispetto ai contesti territoriali e comunitari, in cui affrontare dal basso le vari situazioni critiche rigettando dispositivi segreganti. Sperimentazioni che possano usare risorse realmente pubbliche, in cui siano protagoniste le persone, nelle varie dimensioni, nel rispetto dell’integrità, dell’autonomia e della dignità di tutti/e i soggetti in campo, senza sbarre e contenzioni manicomiali.
Come libertari pensiamo che sia fondamentale la costituzione e sperimentazione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi rispetto al sistema imperante, lo svilupparsi di una varietà di percorsi di vita costruiti dal basso e basati sul mutuo aiuto e sul protagonismo delle persone.
Lo Spazio Libertario Pietro Gori e il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud rimangono contrari a tutte le istituzioni totali. A partire da ciò, con altri aspetti ancora da approfondire data la complessità della questione, pensiamo che sia importante aprire un confronto sociale e culturale.
Spazio Libertario Pietro Gori Volterra, Via Don Minzoni 58
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud, via San Lorenzo 38 Pisa antipsichiatriapisa@inventati.org
Pubblicato in Controllo psichiatrico
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Quale terreno privilegiare: la Distribuzione o la Produzione?
Distribuire in maniera egualitaria. Distribuire per combattere la diseguaglianza.
Distribuire! Distribuire!
Distribuire la ricchezza prodotta!, si sente gridare con entusiasmo. E l’entusiasmo non va smorzato. Va incoraggiato, è bene che cresca!
Proprio per incoraggiare l’entusiasmo poniamoci qualche interrogativo.
Chi produce tutto ciò che si dovrebbe distribuire in maniera egualitaria? E dove sono quelle e quelli che producono tutto quello che ricade sotto i nostri sensi, tutto quello che ci circonda?
Torniamo quindi all’annoso dilemma: mettere mano alla distribuzione oppure alla produzione?
Un dilemma che si riapre? Macché è un dilemma sempre rimasto aperto. Non si è mai chiuso.
Affrontare prioritariamente la distribuzione o la produzione è stato dibattuto per più di un secolo dentro il movimento operaio e rivoluzionario. Quel movimento impegnato a combattere questo sistema economico-sociale fondato sullo sfruttamento, sulla diseguaglianza e sull’oppressione.
Proviamo a raccogliere qualche suggerimento giunto da altre esplosioni di entusiasmo che ci hanno offerto i punti più alti interni allo scontro di classe, intenso e significativo, di qualche decennio fa.
Era il 1973, mese di marzo.
Un settore della classe operaia era impegnato in un rinnovo contrattuale all’interno del quale aveva individuato un pesante attacco padronale, sottovalutato oppure, secondo alcuni, agevolato dai sindacati confederali.
Quel settore di classe ignorò i tentennamenti sindacali. Non ascoltò nemmeno le indicazioni delle formazioni rivoluzionarie che proponevano uno sciopero a oltranza.
Dalla pratica di lotta degli anni precedenti e dalle laceranti tensioni urbane e lavorative, che vivevano quotidianamente, quelle operaie e quegli operai avevano maturato la consapevolezza che le rivendicazioni conquistate nei periodi di espansione dell’economia venivano poi rosicchiate nei periodi di contrazione. Avevano capito che questo era l’andamento dell’economia capitalista e rifiutavano di sottomettere la propria vita e le proprie necessità a tali andamenti ondivaghi.
Operaie e operai si erano convinti che restare all’interno delle rivendicazioni significava comunque perpetuare il proprio ruolo subalterno di forza-lavoro scambiata con salario (anche se migliorato temporaneamente). Significava isolarsi dalle tensioni metropolitane che loro stessi/e vivevano insieme ai non occupati/e, a chi lavorava al nero, a chi non aveva casa, a chi subiva una vita precaria, ecc. Insomma rifiutavano una prospettiva di progresso all’interno dell’universo della distribuzione e dello scambio, rimanendo schiavi al servizio della produzione per il capitale.
Scelsero la prospettiva del “rifiuto del lavoro salariato”.
Si posero il compito di individuare il centro del dilemma:
- a) esercitare potere sulla produzione, occupando la fabbrica e impedendone l’agibilità, anche per mezzo della spazzolatura della palazzina degli impiegati e dei dirigenti; operazioni che venivano fatte con grande entusiasmo!
- b) urlare a tutto il movimento, perché si rendesse conto che, se si vuole decidere cosa produrre e come produrlo, se non si vuole più essere schiavi della merce, se non si vuole essere noi stessi merce, allora si deve porre il controllo operaio sulla produzione, sapendo che a quel punto si apre lo scontro con lo stato, che è il garante del mantenimento dell’ordine produttivo capitalistico!
Produzione e stato i due capisaldi su cui si gioca lo scontro di potere, se si vuole costruire il potere proletario.
Quel settore di classe aveva i volti delle operaie e degli operai Fiat che in quei giorni della fine del marzo ’73 si definirono fazzoletti rossi, per un pezzo di stoffa rosso messo sul volto anche per sottolineare il proprio entusiasmo.
Quel settore di classe non era solo. Ve ne erano in moltissime fabbriche e in moltissimi territori.
Quei settori di classe non amavano disquisire su equilibri di governi in formazione o di quelli in divenire, sia nazionali, sia locali.
Quei settori di classe non chiedevano le briciole di una politica distributiva meno carogna e più dispensatrice, cambiando equilibri parlamentari o formule di governo, perché avevano capito che comunque si trattava di distribuire merci corrotte che si sarebbero ricevute secondo gli andamenti del mercato.
Quei settori di classe avevano capito che “il nemico è in casa nostra!” 
Quei settori di classe non intendevano ornarsi di attributi “politici” prendendo a prestito slogan contro le politiche del governo e gli infami trattati internazionali.
No!, loro volevano dare un segno dello scontro di potere da intensificare: controllo operaio della produzione e attacco allo stato.
Quei settori di classe hanno proposto un grande insegnamento, certo non nuovo, ma che rischiava e rischia continuamente di affievolirsi. Non nuovo perché qualcuno l’aveva anche scritto:
«Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perché tornare nuovamente indietro»? … «Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da lui una parte della democrazia) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla sua distribuzione». (K.Marx, Critica del programma di Gotha -1875)
Perché al primo posto la produzione? Semplicemente perché siamo sottomessi, sfruttati, egemonizzati e inglobati da questo modo di produzione, che è capitalistico. Possiamo risiedere in una regione o in un paese con “piena sovranità”, oppure in una regione inserita in una federazione o altro tipo di aggregato di più paesi, ovunque l’economia, se capitalista, deve sottostare a quelle regole. Ovunque la mannaia di qualsiasi governo si abbatterà sulle classi lavoratrici e sulle classi proletarie quando le esigenze di accumulazione del capitale lo prescrivono.
Sono tanti gli strumenti con cui queste leggi operano: il mercato e la competizione tra realtà produttive, le banche, la finanza, la borsa, gli scambi, i trattati, ecc. Sono tutti strumenti che non hanno vita propria; la loro vita proviene dalle leggi del capitale, dall’andamento delle sue necessità. Su questi strumenti non è facile operare cambiandone il corso, non è possibile se non aspettando i rari momenti in cui il capitale abbia margini di profitto e sia disponibile a concedere qualcosa, per toglierla poco dopo. I governi, le maggioranze o gli equilibri parlamentari, non sono attrezzati per mutarne il corso, ma possono solo apportare piccoli correttivi nelle fasi espansive, che poi vengono di nuovo ri-corretti dalle mutate esigenze della logica capitalistica.
Le politiche distributive sono sottomesse a quelle regole e la storia insegna che qualunque sia l’equilibrio di forze politiche, stante il capitalismo, ci sono pochi, pochissimi spazi di azione. In questa fase il capitale multinazionale, ben impiantato nella finanza, ha rafforzato le briglie, esautorando quasi del tutto la sfera politica e, con più violenza, pratica l’abbassamento del costo del lavoro e l’aumento della produttività per rilanciare la competizione e l’accumulazione del capitale. Ciò avviene in ogni regione, stato o area capitalista, basta guardarsi intorno.
Il capitalismo non è riformabile!
La strada da percorrere è altra, forse più complicata, ma non ammette scorciatoie e non prevede il mandato alle capacità e alle virtù di qualche ceto politico di nuovo, nuovissimo o di vecchio conio.
È urgente riprendere il filo rosso e organizzare la critica pratica all’intera vita sociale, ai suoi ritmi, alle devastate relazioni umane e sociali, alle priorità e alle prospettive. Va messo in discussione e riorganizzato il modo di vivere e di consumare, il modo insensato e convulso di comunicare, l’individualismo e la competizione sfrenata, il regime della proprietà e del possesso e le mille altre cose, ma con i tempi dettati dalla gestione diretta ed egemone di tutte e tutti coloro che appartengono alle classi subalterne organizzati/e in strutture orizzontali consiliari.
È utile prendere spunto dall’insegnamento dei “fazzoletti rossi”, come degli altri (molti) punti alti sedimentati dalla lotta di classe per il potere proletario; ignorarlo è inammissibile!
Da quel 1973 ne è passato di tempo, i padroni ne hanno fatti di passi avanti, più o meno quanti ne abbiamo fatti noi di passi indietro, sui contenuti e sugli obiettivi, sulle forme di organizzazione consiliare, sulle strategie di attacco, e tante altre.
Proviamo ora a considerare di non voler più fare passi indietro. Per ripartire da una buona posizione, proviamo a riagganciarci ai punti più alti espressi dallo scontro di classe in questo paese, nei decenni alle nostre spalle. E mettiamoci in marcia.
Se vuoi leggere più ampliamente l’esperienza di lotta di operaie e operai alla Fiat nel 1973, detta dei “fazzoletti rossi”, vai qui e qui:
Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie
Contrassegnato controllo operaio della produzione, Fazzoletti rossi, Fiat, K. Marx, marzo1973, politiche distributive, potere proletario
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Basta repressione al Policlinico e Spallanzani
Il 7 febbraio scorso tre lavoratori, del Coordinamento lavoratori e lavoratrici del Policlinico Umberto
I, che lavorano al Pronto Soccorso – finito il turno di lavoro–hanno rilasciato un’intervista su
richiesta dell’on. Roberta Lombard i impegnata nella campagna elettorale per la Presidenza della
Regione Lazio.
In tale intervista i lavoratori hanno evidenziato le carenze dell’ospedale: privatizzazione ed
esternalizzazione dei servizi; organico carente rispetto alle necessità di assistenza dei pazienti e precarizzazione dei lavoratori; mancanza di letti e strutture ricettive con conseguente congestiamento del Pronto Soccorso e lunghe permanenze dei malati in corridoio e sulle barelle.
Insomma una semplice elencazione di una drammatica condizione della sanità pubblica che
determina la rinuncia alle cure di milioni di persone, liste di attesa interminabili e la conseguente
impennata delle morti, che da anni vengono rilevate dalle statistiche ufficiali.
Per aver dato evidenza a queste condizioni, questi lavoratori sono soggetti alla contestazione
disciplinare e alla minaccia di gravi provvedimenti, fino al licenziamento, dalla Direzione del
Policlinico, nominata dalla giunta Zingaretti a pochi mesi dalle elezioni. E queste contestazioni sono
gi unte puntuali a due giorni dall’esito elettorale.
Dopo i quattro mesi di sospensione a una lavoratrice e un lavoratore del Coordinamento
Spallanzani–per una analoga intervista radiofonica–assistiamo, quindi, nuovamente all’uso della
repressione per cercare di tappare la bocca a chi, a partire dalla propria condizione, agisce e lotta
per conquistare una sanità pubblica universale, gratuita e umanizzata.
Non possiamo permettere che diventi “normale” impedire ai lavoratori di esprimere le proprie
critiche al criminale taglio alla sanità pubblica, con la conseguente desertificazione dei servizi di
cura e assistenza.
Non possiamo accettare che sulla nostra pelle si producano profitti per i privati e occasioni di
corruzione per gli amministratori pubblici.
Per questo continueremo a lottare per una sanità pubblica, universale, gratuita e umanizzata senza
lasciarci intimidire dalla repressione.
Per questo siamo al fianco del Coordinamento lavoratrici e lavoratori del Policlinico Umberto I in
tutte le iniziative c he verranno convocate per la loro difesa e la loro lotta.
Sono stati indetti due presidi in occasione della convocazione dei consigli
di disciplina:
29 marzo 2018 ore 9:30
Rettorato dell’Università
“La Sapienza” di Roma
Piazzale della Minerva;
11 aprile 2018 ore 12:00
Direzione del Policlinico
Umberto I di Roma
viale del Policlinico n. 155.
Coordinamento cittadino sanità
Pubblicato in Movimenti odierni
Contrassegnato Policlinico Roma, sanità pubblica, Spallanzani Roma
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