Quale terreno privilegiare: la Distribuzione o la Produzione?

Distribuire in maniera egualitaria. Distribuire per combattere la diseguaglianza.

Distribuire!  Distribuire!

Distribuire la ricchezza prodotta!, si sente gridare con entusiasmo. E l’entusiasmo non va smorzato. Va incoraggiato, è bene che cresca!

Proprio per incoraggiare l’entusiasmo poniamoci qualche interrogativo.

Chi produce tutto ciò che si dovrebbe distribuire in maniera egualitaria? E dove sono quelle e quelli che producono tutto quello che ricade sotto i nostri sensi, tutto quello che ci circonda?

Torniamo quindi all’annoso dilemma: mettere mano alla distribuzione oppure alla produzione?

Un dilemma che si riapre? Macché è un dilemma sempre rimasto aperto. Non si è mai chiuso.

Affrontare prioritariamente la distribuzione o la produzione è stato dibattuto per più di un secolo dentro il movimento operaio e rivoluzionario. Quel movimento impegnato a combattere questo sistema economico-sociale fondato sullo sfruttamento, sulla diseguaglianza e sull’oppressione.

Proviamo a raccogliere qualche suggerimento giunto da altre esplosioni di entusiasmo che ci hanno offerto i punti più alti interni allo scontro di classe, intenso e significativo, di qualche decennio fa.

Era il 1973, mese di marzo.

Un settore della classe operaia era impegnato in un rinnovo contrattuale all’interno del quale aveva individuato un pesante attacco padronale, sottovalutato oppure, secondo alcuni, agevolato dai sindacati confederali.

Quel settore di classe ignorò i tentennamenti sindacali. Non ascoltò nemmeno le indicazioni delle formazioni rivoluzionarie che proponevano uno sciopero a oltranza.

Dalla pratica di lotta degli anni precedenti e dalle laceranti tensioni urbane e lavorative, che vivevano quotidianamente, quelle operaie e quegli operai avevano maturato la consapevolezza che le rivendicazioni conquistate nei periodi di espansione dell’economia venivano poi rosicchiate nei periodi di contrazione. Avevano capito che questo era l’andamento dell’economia capitalista e rifiutavano di sottomettere la propria vita e le proprie necessità a tali andamenti ondivaghi.

Operaie e operai si erano convinti che restare all’interno delle rivendicazioni significava comunque perpetuare il proprio ruolo subalterno di forza-lavoro scambiata con salario (anche se migliorato temporaneamente). Significava isolarsi dalle tensioni metropolitane che loro stessi/e vivevano insieme ai non occupati/e, a chi lavorava al nero, a chi non aveva casa, a chi subiva una vita precaria, ecc. Insomma rifiutavano una prospettiva di progresso all’interno dell’universo della distribuzione e dello scambio, rimanendo schiavi al servizio della produzione per il capitale.

Scelsero la prospettiva del “rifiuto del lavoro salariato”.

Si posero il compito di individuare il centro del dilemma:

  1. a) esercitare potere sulla produzione, occupando la fabbrica e impedendone l’agibilità, anche per mezzo della spazzolatura della palazzina degli impiegati e dei dirigenti; operazioni che venivano fatte con grande entusiasmo!
  2. b) urlare a tutto il movimento, perché si rendesse conto che, se si vuole decidere cosa produrre e come produrlo, se non si vuole più essere schiavi della merce, se non si vuole essere noi stessi merce, allora si deve porre il controllo operaio sulla produzione, sapendo che a quel punto si apre lo scontro con lo stato, che è il garante del mantenimento dell’ordine produttivo capitalistico!

Produzione e stato i due capisaldi su cui si gioca lo scontro di potere,  se si vuole costruire il potere proletario.

Quel settore di classe aveva i volti delle operaie e degli operai Fiat che in quei giorni della fine del marzo ’73 si definirono fazzoletti rossi, per un pezzo di stoffa rosso messo sul volto anche per sottolineare il proprio entusiasmo.

Quel settore di classe non era solo. Ve ne erano in moltissime fabbriche e in moltissimi territori.

Quei settori di classe non amavano disquisire su equilibri di governi in formazione o di quelli in divenire, sia nazionali, sia locali.

Quei settori di classe non chiedevano le briciole di una politica distributiva meno carogna e più dispensatrice, cambiando equilibri parlamentari o formule di governo, perché avevano capito che comunque si trattava di distribuire merci corrotte che si sarebbero ricevute secondo gli andamenti del mercato.

Quei settori di classe avevano capito che “il nemico è in casa nostra!”

Quei settori di classe non intendevano ornarsi di attributi “politici” prendendo a prestito slogan contro le politiche del governo e gli infami trattati internazionali.

No!, loro volevano dare un segno dello scontro di potere da intensificare: controllo operaio della produzione e attacco allo stato.

Quei settori di classe hanno proposto un grande insegnamento, certo non nuovo, ma che rischiava e rischia continuamente di affievolirsi. Non nuovo perché qualcuno l’aveva anche scritto:

«Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perché tornare nuovamente indietro»? «Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da lui una parte della democrazia) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla sua distribuzione».  (K.Marx, Critica del programma di Gotha -1875)

Perché al primo posto la produzione? Semplicemente perché siamo sottomessi, sfruttati, egemonizzati e inglobati da questo modo di produzione, che è capitalistico. Possiamo risiedere in una regione o in un paese con “piena sovranità”, oppure in una regione inserita in una federazione o altro tipo di aggregato di più paesi, ovunque l’economia, se capitalista, deve sottostare a quelle regole. Ovunque la mannaia di qualsiasi governo si abbatterà sulle classi lavoratrici e sulle classi proletarie quando le esigenze di accumulazione del capitale lo prescrivono.

Sono tanti gli strumenti con cui queste leggi operano: il mercato e la competizione tra realtà produttive, le banche, la finanza, la borsa, gli scambi, i trattati, ecc. Sono tutti strumenti che non hanno vita propria; la loro vita proviene dalle leggi del capitale, dall’andamento delle sue necessità. Su questi strumenti non è facile operare cambiandone il corso, non è possibile se non aspettando i rari momenti in cui il capitale abbia margini di profitto e sia disponibile a concedere qualcosa, per toglierla poco dopo. I governi, le maggioranze o gli equilibri parlamentari, non sono attrezzati per mutarne il corso, ma possono solo apportare piccoli correttivi nelle fasi espansive, che poi vengono di nuovo ri-corretti dalle mutate esigenze della logica capitalistica.

Le politiche distributive sono sottomesse a quelle regole e la storia insegna che qualunque sia l’equilibrio di forze politiche, stante il capitalismo, ci sono pochi, pochissimi spazi di azione. In questa fase il capitale multinazionale, ben impiantato nella finanza, ha rafforzato le briglie, esautorando quasi del tutto la sfera politica e, con più violenza, pratica l’abbassamento del costo del lavoro e l’aumento della produttività per rilanciare la competizione e l’accumulazione del capitale. Ciò avviene in ogni regione, stato o area capitalista, basta guardarsi intorno.

Il capitalismo non è riformabile!

La strada da percorrere è altra, forse più complicata, ma non ammette scorciatoie e non prevede il mandato alle capacità e alle virtù di qualche ceto politico di nuovo, nuovissimo o di vecchio conio.

È urgente riprendere il filo rosso e organizzare la critica pratica all’intera vita sociale, ai suoi ritmi, alle devastate relazioni umane e sociali, alle priorità e alle prospettive. Va messo in discussione e riorganizzato il modo di vivere e di consumare, il modo insensato e convulso di comunicare, l’individualismo e la competizione sfrenata, il regime della proprietà e del possesso e le mille altre cose, ma con i tempi dettati dalla gestione diretta ed egemone di tutte e tutti coloro che appartengono alle classi subalterne organizzati/e in strutture orizzontali consiliari.

È utile prendere spunto dall’insegnamento dei “fazzoletti rossi”, come degli altri (molti) punti alti sedimentati dalla lotta di classe per il potere proletario; ignorarlo è inammissibile!

Da quel 1973 ne è passato di tempo, i padroni ne hanno fatti di passi avanti, più o meno quanti ne abbiamo fatti noi di passi indietro, sui contenuti e sugli obiettivi, sulle forme di organizzazione consiliare, sulle strategie di attacco, e tante altre.

Proviamo ora a considerare di non voler più fare passi indietro. Per ripartire da una buona posizione, proviamo a riagganciarci ai punti più alti espressi dallo scontro di classe in questo paese, nei decenni alle nostre spalle. E mettiamoci in marcia.

Se vuoi leggere più ampliamente l’esperienza di lotta di operaie e operai alla Fiat nel 1973, detta dei “fazzoletti rossi”, vai qui qui:

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