29 marzo 1973 – settori della classe operaia pongono il problema del potere – i “fazzoletti rossi”

In questa fine di marzo ’73, si era nelle fasi conclusive del contratto nazionale dei metalmeccanici. La Federmeccanica, spalleggiata dalla riedizione del centrismo, col governo Andreotti su posizioni molto conservatrici, punta a un CCNL basato sulla regolamentazione del diritto di sciopero, sulla piena utilizzazione degli impianti (che vuol dire aumento dei ritmi, dei turni e della produttività) e sul controllo fiscale dell’assenteismo. Un’offensiva padronale-governativa per azzerare il rapporto di forza che la classe operaia aveva costruito dal 1969 e che concretamente si manifestava in una maggior indipendenza dei lavoratori e delle lavoratrici nei confronti delle “necessità del capitale”.

A questa offensiva padronale i sindacati confederali  avevano offerto collaborazione nel nome del rilancio produttivo dell’azienda; aleggiava il timore, quasi la certezza di un contratto bidone.

Ma operai e operaie, spiazzando tutte le formazioni della sinistra extraparlamentare che proponevano di premere sui sindacati per farli tornare su posizioni conflittuali e non collaborative, manifestano di aver conquistato il senso completo dell’autonomia di classe. Dunque autonomia operaia, non come formazione politica organizzata, ma come coscienza di classe che si rende autonoma dalle logiche capitalistiche e dai legami sindacali e si pone sul terreno del potere. E decidono:

L’occupazione di Mirafiori del 29 marzo ’73: i «fazzoletti rossi»

Di fronte all’attacco padronale e governativo, ma anche repressivo, di fronte alla crisi che comincia a scomporre il tessuto proletario e rende più difficile la lotta, alcune componenti del movimento arretravano. Altre rilanciavano e il dibattito si riempiva di grandi interrogativi; a quel punto gli operai di Mirafiori sparigliarono i giochi.

In Fiat prese corpo una nuova «milizia operaia» con il fazzoletto rosso sul viso che affermò e consolidò una forma di lotta, il corteo interno, con «spazzolate» che arrivarono a trascinare via anche impiegati e dirigenti. Una ripresa operaia nel pieno della controffensiva padronale e statale nell’anno del golpe in Cile (vedi qui ), nell’anno in cui il Pci lanciava il compromesso storico, nell’anno il cui il governo preparava un duro attacco antioperaio e antiproletario. In quel contesto, i «fazzoletti rossi» lanciarono a tutto il movimento un appello: la battaglia rivendicativa, per quanto avanzata, trovava un limite davanti a sé. Questo limite era stato raggiunto. Gli operai non dovevano più vendersi meglio come forza lavoro ma aggredire l’ordine sociale complessivo. Era questo il senso delle bandiere rosse messe sui cancelli. Come a dire: qui abbiamo fatto tutto, ma oltre cosa c’è?, lo Stato.

In marzo […] quotidianamente i cortei interni spazzolavano le officine ma il 27 circolò la voce di un accordo inadeguato […]  la mattina del 29 i gruppi rivoluzionari, Lotta continua e Potere operaio e altri si presentano alle porte con dei volantini che rilanciavano lo sciopero a oltranza. Ma quando gli operai entrarono, quella mattina, il clima era più pesante del previsto. Poco dopo l’entrata del turno cominciarono ad arrivare fuori le notizie sul fatto che dentro si stava decidendo l’occupazione. Più tardi, mentre «La Stampa» annunciava che era stato fatto l’accordo, gli operai venivano fuori a piantare le bandiere rosse sui cancelli.

[Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro….]

Facciamo un passo indietro: dal rinnovo contrattuale dell’autunno-inverno 1972-73.

Autunno 1972, contratti dei metalmeccanici. La Federmeccanica, con l’appoggio del governo Andreotti, punta sulla regolamentazione del diritto di sciopero, piena utilizzazione degli impianti e controllo fiscale dell’assenteismo. Alla Fiat, un corteo interno di impiegati si unisce a quello degli operai, scatta la rappresaglia: cinque lettere di licenziamento a operai e impiegati individuati grazie alla rete spionistica interna. Il 17 novembre 1973 il vicecomandante dei guardioni si scaglia con l’automobile contro un picchetto: la polizia arresta due operai colpevoli di aver accennato una reazione. Altri quattro compagni ricevono lettere di licenziamento. Il 25 novembre, la sinistra extraparlamentare organizza una manifestazione a Torino, «contro le 600 denunce, contro il governo Andreotti, contro il fascismo». Polizia e carabinieri la reprimono violentemente. 26 novembre, le Br incendiano quasi contemporaneamente nove automobili di altrettanti fascisti scelti tra quelli che operavano in fabbrica al servizio dei guardioni di Agnelli. Tre giorni dopo gli incendi, nel corso di uno sciopero, un corteo interno di 4.000 lavoratori percorre con le bandiere rosse tutti i reparti spazzando crumiri e fascisti. Il capofficina del montaggio, considerato responsabile di un licenziamento, viene scacciato dalla fabbrica, insieme a un altro capetto, con al collo una bandiera rossa. Col passare dei giorni i cortei interni, divenuti oramai una pratica usuale, cominciano a porsi come momento di potere proletario in fabbrica. Il 9 dicembre 1972 la questura di Torino presenta denunce contro 800 lavoratori: molti sono operai accusati di «sequestro di persona con l’aggravante di aver compiuto il reato in più di cinque». Agnelli licenzia cinque compagni. Fiat e Flm firmano un comunicato congiunto, il cosiddetto «verbale di intesa», presto ribattezzato dagli operai «verbale di resa»: «Le parti si sono date atto di reciproca volontà di evitare ogni forma di degenerazione della vertenza aperta per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici, e di non introdurre in un conflitto di questo rilievo elementi di drammatizzazione che farebbero sorgere nuovi ostacoli al raggiungimento d’una intesa […]. L’azione sindacale esclude ogni forma di violenza». Un delegato viene arrestato con l’accusa di aver favorito la fuga di un’operaia rincorsa dai celerini.

Il 22 gennaio la direzione invia cinque preavvisi di licenziamento. Lo stesso giorno, alla Lancia, i celerini sfondano i picchetti sparando sugli operai: quattro feriti. Come rappresaglia a uno sciopero di 185.000 lavoratori, la Fiat il 2 febbraio 1973 sospende 5.000 operai. La risposta è un corteo interno di 20.000 operai che a Mirafiori spazza crumiri e fascisti. Fioccano i licenziamenti con le motivazioni più banali e provocatorie del tipo, per esempio, per aver disturbato il lavoro. Il 9 febbraio a Roma la più grande manifestazione operaia dà la misura della contraddizione tra la combattività delle masse e l’incapacità della direzione sindacale. Non si è ancora spenta l’eco della manifestazione di Roma, che a Torino il 12 febbraio 1973 alle ore 9,30 un nucleo delle Br sequestra Bruno Labate, segretario provinciale della Cisnal.

Il fascista messo alle strette rivelò alcune connessioni politiche tra la Cisnal e la direzione Fiat e tra questa e diverse agenzie private di investigazione. Sulla scorta di tali indicazioni fu agevole, sia all’avanguardia di fabbrica, sia ai collegamenti territoriali, riattivare politicamente – in funzione della lotta – il discorso sullo spionaggio Fiat. A due anni di distanza lo spettro delle schedature, della sorveglianza, della selezione, si reincarnava ufficialmente nella ignobile proliferazione di centrali fasciste, di assunzione e di controllo, protette e nutrite da notabili Fiat, devoti agli Agnelli. Dunque molte anime, forse, ma un solo corpo sempre teso alla prevenzione terroristica e alla rappresaglia esemplare.

Da «Il Giornale dei capi» edito dalla Fiat, con diffusione interna per i soli capi, n. 2, febbraio 1973:

Si fornisce un bilancio globale delle gravi conseguenze che le violenze hanno avuto: – feriti e contusi un centinaio […] – le macchine dei dipendenti danneggiate in novembre, dicembre e gennaio sono state 800 – danni alle strutture delle officine e degli uffici (cancelli di separazione […], porte sfondate, arredi di ufficio danneggiati, incendio di un ufficio sindacale…) […]. Chi compie questi atti tenta di sfuggire all’individuazione, e il più delle volte ci riesce nascondendosi nella massa: i bulloni lanciati dai cortei, le aggressioni collettive a persone e a cose offrono possibilità di impunità quasi certa“.

Dai «fazzoletti rossi» la lezione venne lanciata a tutto il movimento. Quale insegnamento trarne? Gli operai Fiat occupavano la cattedrale del capitalismo, scavalcando persino le indicazioni dei gruppi rivoluzionari, ponevano con chiarezza il problema del potere. Ma il movimento nelle sue varie articolazioni non era pronto.

Potere Operaio decise di sciogliersi per passare a nuove e diverse forme organizzate. Anche all’interno di Lotta Continua iniziò una disgregazione che portò alla sua fine nel ’76. Si sciolse anche il Gruppo Gramsci, presente  soprattutto a Milano.

«In quei mesi (’72-73) eravamo su un crinale, a un passo dal finire di qua o di là, e ci siamo rimasti per un anno e mezzo. Poi abbiamo fatto la scelta giusta, ma potevamo anche fare l’altra, quella della lotta armata». 

[Lanfranco Bolis, dirigente di Lotta continua, in: Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978. Storia critica di Lotta continua, 2006].

Il giornale «Potere operaio» comunica lo scioglimento del gruppo:

«Il 29- marzo a Mirafiori, Rivalta, in tutte le sezioni Fiat lo sciopero a oltranza si trasforma in occupazione armata. È in questa forma che agli operai si rivela l’effettualità di un esercizio diretto del potere contro l’insieme delle condizioni repressive messe in atto da padroni e sindacati dal settembre ’69 a oggi. Il partito di Mirafiori si forma per mostrare l’impossibilità capitalistica di uso degli strumenti di repressione e di ristrutturazione».[Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro…, cit.].

«Dopo cinque mesi di lotta per il rinnovo del contratto, e quasi duecento ore di sciopero, giovedì 29 marzo 1973 alla Fiat Mirafiori di Torino il primo turno aderiva alla nuova astensione dal lavoro proclamata dai sindacati. Circa 10.000 operai formavano un corteo interno, poi si dividevano in diversi gruppi che bloccavano i 12 cancelli d’ingresso nello stabilimento esponendo bandiere rosse, striscioni, cartelli. Aveva inizio l’occupazione di Mirafiori che, all’epoca, raccoglieva tutti i giorni circa 60.000 dipendenti, una vera e propria città nella città, con enormi officine e chilometri di recinzione. Il blocco della produzione e i picchetti ai cancelli continuavano venerdì 30 marzo e proseguiva lunedì primo aprile. La lotta si estendeva ad altri stabilimenti cittadini e nella provincia. Il protagonismo di massa e l’organizzazione basata sui delegati eletti dagli operai nei reparti erano il nerbo e la direzione del movimento. Diego Novelli su «L’Unità» del 3 aprile riferiva dell’alto grado di maturità e intelligenza raggiunto dal movimento, della forza dei nuovi strumenti rappresentativi di base (delegati e consigli) che consentiva una rapida crescita del livello politico. Nella tarda serata di lunedì la Flm e la Federmeccanica raggiungevano un accordo i cui punti salienti erano: abolizione delle categorie e delle qualifiche mediante l’inquadramento unico; aumento salariale di 16.000 lire al mese uguale per tutti; riduzione dell’orario di lavoro settimanale a 39 ore mediante la concessione di una giornata di riposo ogni otto settimane lavorative; una settimana in più di ferie; riconoscimento del diritto allo studio mediante l’ottenimento delle 150 ore retribuite».

[Diego Giachetti, L’occupazioni di Mirafiori, in: «Carta», 22 maggio 2003].

Era il 9 aprile e la Fiat era stata convinta ad abbandonare la propria arroganza, i sindacati la subalternità. La forza operaia si era imposta!

Dopo l’occupazione di Mirafiori la classe operaia italiana ottenne l’accordo più alto della sua storia. Per la prima volta, in ambito capitalistico, si abolivano le categorie a solo due e si scendeva sotto le 40 ore settimanali. Questo risultato trascinò l’accordo del ’75 sul «punto unico di contingenza» e l’ampliamento della gamma degli automatismi salariali (passaggi automatici di categoria ecc.). L’accordo sul punto unico di contingenza produsse effetti a cascata: da un lato fu un potente fattore di restringimento del ventaglio retributivo, dall’altro finì per assorbire quasi per intero la dinamica salariale.

I padroni avevano aperto la borsa oltre le previsioni. Quello era l’unico modo, per i padroni, di cercare di mantenere nell’ambito della dinamica sindacale uno scontro di classe che si andava caratterizzando come scontro complessivo di potere. Avevano visto giusto i «fazzoletti rossi» non accettando quell’accordo. Il problema non era più in fabbrica, non era più nel salario. Sganciare i soldi, per i padroni è possibile, possono recuperarli tempo dopo, ma perdere il potere è una strada senza ritorno.

Ma per quel livello alto di scontro di classe il movimento non era adeguato, non era pronto, eravamo tutti in ritardo. Lo scontro si frantumò. Ci voleva una idea-forza, una prospettiva concreta e unificante per ricomporre il tessuto di classe che si andava sgretolando, non produzioni organizzative.

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