Si muore nei manicomi interni alle carceri!

Le condizioni disumane della reclusione in carcere continuano a mietere vittime.

Al 18 aprile 2018 sono 31 le morti in carcere di cui 11 suicidi.

Cifre drammatiche, su cui nessuno batte ciglio, come le morti sul lavoro. Sono donne e uomini che appartengono alle classi subalterne. La condizione di queste classi è notevolmente peggiorata negli ultimi decenni a causa dell’offensiva liberista e privatista del capitalismo. Offensiva a cui, finora, non è stato risposto con una lotta adeguata.

Oggi vogliamo soffermarci su uno degli ultimi suicidi avvenuto nelle carceri italiane per le particolarità che presenta, da analizzare dettagliatamente.  Questa la notizia:

Firenze, 9 aprile 2018 – Suicidio di un detenuto nel carcere di Sollicciano. E’ successo ieri. “Nel primo pomeriggio (di ieri 8 aprile), un detenuto di origine marocchina ubicato al Reparto assistiti si è impiccato alla finestra del bagno della cella dove era allocato. L’intervento del personale di polizia penitenziaria ha consentito l’invio del detenuto al pronto soccorso dell’ospedale cittadino, dove è deceduto in ospedale. Il detenuto era in attesa di giudizio ed era stato ubicato al reparto degenza per problemi psichici. E` deceduto in ospedale alle 17.45″.

Un comunicato troppo stringato per una vita distrutta. I giornali di Firenze riportano il  comunicato della polizia penitenziaria, che segnala il suicidio soltanto per reclamare aumenti di organico nella Polizia Penitenziaria e un loro miglior trattamento.

Da altre fonti abbiamo saputo l’età di questo ragazzo, 26 anni, non sappiamo per quali violazione di legge era stato arrestato e tenuto in custodia cautelare in attesa del processo e della sentenza. Ma soprattutto non sappiamo per quali motivi era stato rinchiuso in un “Reparto degenza per problemi psichici”.

È un dramma nella tragedia: aver bollato questo ragazzo del marchio di “infermo di mente”, cioè folle, matto, probabilmente ha molto a che vedere con la sua decisione di por termine alla propria vita. Dopo aver subito il trauma dell’arresto, si è visto appioppare lo stigma di matto, un marchio che sappiamo non è facile cancellare e non ha retto alla duplice esclusione: delinquente e per di più pazzo.  Hamed (si chiamava Hamed Benhouira), non trovando altri modi per sfuggire a quella emarginazione è evaso nel solo modo concesso a chi non può contare su appoggi e aiuti, il suicidio.

Alcune domande si pongono con estrema urgenza : quale autorità affibbia con tanta leggerezza lo stigma di “persona con problemi psichici”?

Chi ha l’autorità, indiscussa e non appellabile, di rinchiudere delle persone nei reparti  per matti presenti nelle carceri italiane?

Come mai si sta diffondendo la presenza nelle carceri italiane di questi reparti affiancati da infermerie psichiatriche? Sembra la volontà, subdola, delle associazioni psichiatriche di ripristinare i manicomi a 40 anni dalla loro chiusura?

Queste associazioni hanno dichiarato, recentemente in sontuosi convegni, che la gran parte delle persone detenute, a causa della reclusione, diventano “insane di mente”, “matte”. Ben oltre il 60% delle persone recluse, affermano.  Dopo questa dichiarazione, le persone sensate si sarebbero aspettate una durissima battaglia di queste associazioni per far chiudere le carceri, perché nessun essere umano può accettare che lo stato di cui è cittadino/a, può tenere attive delle strutture che costringono le persone ivi recluse a diventare pazzi! Sarebbe un crimine contro l’umanità. Invece no, con nonchalance  queste associazioni hanno concluso il loro convegno richiedendo allo stato e al governo di insediare nelle carceri dei piccoli manicomi.

Traete voi la conclusione di questa orribile situazione. Se non si vuole essere complici del peggior crimine dell’umanità, facciamo qualcosa. Subito!!!

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