La situazione nelle carceri italiane nel nuovo anno

Tutto come prima, tutto peggio di prima

Il sistema sanzionatorio italiano si conferma come  sistema carcero centrico

*Alla fine del mese di febbraio le presenze in carcere sono: 60.348, di cui donne 2.623 e di cui stranieri 20.325, di questi 964 sono donne.

*Condannati definitivi sono 40.338; le persone in carcere non condannate definitivamente sono 19.595, di cui: in attesa del primo giudizio 9.945; non definitivi (appellanti e ricorrenti) 9.650.

*Inoltre vi sono rinchiuse 49 donne con 53 bambine/i da zero a tre anni.

*Dall’inizio di questo 2019 sono morte per carenza di cure o per causa da accertare 20 persone detenute, di cui 6 suicidate.

*In esecuzione penale esterna, ossia in misure alternative sono 55.990 (49.937 uomini e 6.053 donne)

*In totale le persone sottoposte a controllo intramurario (carcere) e controllo penale esterno (misure alternative) sono: 116.338

Va notato che al crescere delle misure alternative al carcere, che dovrebbero far calare le presenze intramurarie, da un po’ di anni si verifica che crescono entrambe.

* Gli ingressi in carcere segnalano una diminuzione: nel 2018 sono entrate in carcere circa 47.000 persone mentre nel 2017 erano state 49.000. la tendenza alla diminuzione è attiva da alcuni anni anche grazie alla forte diminuzione dei reati, difatti nel 2006 ne entrarono 81.000. Dunque l’incremento delle presenze in carcere e il conseguente sovraffollamento non è dovuto a maggiori ingressi, che invece sono in diminuzione, ma alle minori uscite. Il motivo delle minori uscite ben chiarisce come il carcere sia sempre più “classista”. Coloro che rimangono dentro sono quelli che non hanno una tutela legale ben pagata e quindi appropriata a utilizzare tutti i meccanismi delle regole per renderle meno gravose, ma anche quelli che non hanno nemmeno un domicilio da fornire al magistrato per ottenere un permesso oppure una misura alternativa.

*Che il carcere sia sempre più classista lo si evince anche dai dati del residuo pena da scontare: da 0 a 1 anno, 8.487; da 1 a 2 anni, 7.504; da 2 a 3 anni, 5.816; in totale sono 21.807 persone con meno di tre anni da scontare che non dovrebbero stare in carcere secondo le leggi italiane. Invece in questo paese dove le istituzioni ogni due giorni inneggiano alla “legalità” spesso senza senso, non applicano le leggi dello Stato italiano nei rari casi in cui queste leggi siano a favore delle classi subalterne (per completezza dei dati: da scontare da 3 a 5 anni, 6.730; da 5 a 10 anni, 5.631; da 10 a 20 anni, 2.375; oltre i 20 anni, 440; ergastolo, 1.726).

*un altro elemento lo ricaviamo dal titolo di studio delle persone detenute (DAP al 31 dic 2018): laurea 607; scuola media superiore 4.648; scuola professionale 607; scuola media inferiore 18.978; scuola elementare 6.601; privo di titolo di studio 924; analfabeta 1.019; non rilevato 26.201.

*Invece di affrontare questi problemi che sono quelli reali, il capo del Dap, Francesco Basentini a nome del governo, ha annunciato la costruzione con i nostri soldi di tre nuove carceri. Così i problemi delle persone detenute continuano a marcire insieme a quelli della società, mentre crescono i profitti delle imprese che costruiscono carceri.

Sono questi numeri che dimostrano nella realtà il fallimento del carcere. un fallimento totale e senza appello. Attrezziamoci per un percorso che liberi l’umanità da ogni carcere.

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5 Marzo 1943- Sciopero insurrezionale nelle fabbriche

Lo sciopero insurrezionale del 5 marzo 1943 e del 12 marzo!

Il 5 marzo 1943 la sirena della fabbrica, che suonava regolarmente ogni mattina alle dieci, rimase silenziosa: il segnale che doveva far partire il primo sciopero dopo diciotto anni di niente era stato disinnescato dalla direzione. Qualcuno aveva avvertito la Fiat. All’officina 19 di Mirafiori, Leo Lanfranco – manutentore specializzato, reduce dal confino e assunto nonostante il suo curriculum di comunista perché «sapeva dominare il ferro» – decise di muoversi lo stesso, lasciò la macchina, fece un gesto con le mani e tutta l’officina si fermò. Il piccolo corteo si mosse in direzione delle presse raccogliendo qua e là l’adesione di altri operai. Non era un blocco massiccio, ma era la prima volta. Da quel giorno le fabbriche di Torino cominciarono a fermarsi, con un crescendo che fece impazzire questura e partito fascista, fino al blocco totale del 12 marzo e all’estensione dello sciopero a Milano, all’Emilia, al Veneto. Un marzo di fuoco. Appena dopo Stalingrado, prima del 25 luglio, molto prima dell’8 settembre, sono gli scioperi del marzo `43 a segnare l’inizio della fine del ventennio fascista. Scioperi contro la guerra, contro la fame, contro il regime; quando la borghesia italiana è ancora muta, i partiti antifascisti solo l’ombra di quel che erano e ridotti alla dimensione di gruppetti clandestini, gli intellettuali combattuti tra fedeltà alla patria e disaffezione per l’uomo del destino; quando le fabbriche sono militarizzate e scioperare può costare il tribunale speciale, l’accusa di tradimento, la galera, e, poi, la deportazione, la prospettiva del lager. Il 5 marzo del `43 è la data del «risveglio operaio», il riannodarsi del filo rosso spezzato nel `22 e reciso – sembrava definitivamente – con la guerra di Spagna. Il vero inizio della Resistenza.

[leggi ancora]

22 marzo 1943, ore 13, Falck: si ferma il reparto Bulloneria            A Sesto San Giovanni, la città-fabbrica, lo sciopero si estende a macchia d’olio.

 

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NO ALLO SGOMBERO DELLA TENDOPOLI DI SAN FERDINANDO!

A CHI LOTTA CONTRO SFRUTTAMENTO E REPRESSIONE: NON SI PUÒ RESTARE IN SILENZIO! NO ALLO SGOMBERO DELLA TENDOPOLI!

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Per la soddisfazione di molti, gli annunci del governo si sono avverati. Noi, gli abitanti della vecchia tendopoli di San Ferdinando, mercoledì 6 marzo saremo sgomberati, per ordine del comune, dal luogo in cui abitiamo, che abbiamo costruito in questi anni con fatica e molti soldi, non avendo altre alternative per vivere. Vogliamo far sapere a tutti che non accetteremo di stare in altre tende, controllati notte e giorno, e nemmeno nei centri di accoglienza (campi), lontani da dove lavoriamo e sempre sorvegliati. E non vogliamo finire per strada se non abbiamo un documento. Vogliamo vivere liberi e vogliamo vivere nelle case, a prescindere dall’avere o no un documento. La nostra presenza in questo territorio non è un’emergenza, ma da anni contribuisce all’economia di questo  paese. Ma voi, se doveste cercare lavoro in un posto diverso, accettereste di vivere in una tenda o in un campo? A Rosarno ci sono già molte case, alcune addirittura costruite con i soldi dell’Unione europea e destinate agli immigrati che vivono e lavorano nella piana di Gioia Tauro, ma restano disabitate perché le istituzioni non vogliono consegnarle. BASTA! Siamo stufi delle bugie e delle false promesse di associazioni e sindacati (CGIL e USB), che fingono di sostenere le nostre richieste e invece continuano a fare i loro interessi. Sono le stesse persone che, mentre in altri luoghi si battono contro il governo razzista, qui sostengono lo sgombero e propongono i campi  come soluzione. Sappiamo che la risposta ai nostri problemi è avere i documenti per poter vivere una vita normale: una casa, un contratto di lavoro e libertà di movimento. Cose per cui stiamo lottando da tempo.

È ARRIVATO IL MOMENTO DI DIRE BASTA! Non ci faremo intimidire da chi ci minaccia e ci vuole zitti e tranquilli, per aiutare la polizia a svolgere lo sgombero. Non accetteremo compromessi se non ci danno case dove vivere. Chiediamo a tutte le persone solidali, a chi si dichiara antirazzista e antifascista, a chi lotta contro repressione e sfruttamento, di non restare in silenzio davanti a questo ennesimo atto di violenza!

Invitiamo tutti e tutte a raggiungerci e unirsi a noi nei prossimi giorni e di aiutarci a diffondere il più possibile la nostra voce, per raccontare quello che succede qui davvero! Lo Stato ci vuole dividere ma  noi resteremo uniti! La solidarietà è l’arma più forte del mondo!

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Per far vivere RadiOndaRossa: campagna di radioabbonamento annuale

Ogni conquista di parte proletaria, lo sappiamo per esperienza, assume una forma precaria in questa società dello sfruttamento. Per chi vive e combatte nel mondo del lavoro è pane quotidiano, se non difendi quotidianamente gli obiettivi raggiunti, i progressi sono illusori.

È anche la storia di RadiOndaRossa, da 42 nell’etere per dar voce ai senza voce e per incrinare il potere dei potenti. Per 42 anni siamo riusciti a mantenere la radio attiva, nonostante gli attacchi subiti, da quelli polizieschi a quelli giudiziari, comprese le aggressioni con le bombe che abbiamo respinto. Oggi il sistema sfodera il suo punto di forza: lo strangolamento economico. Gli idoli più osannati oggi, mercato e profitto, impongono una omologazione alle regole dell’ordine capitalista, o ti adegui oppure verrai spazzato via.

A meno che …

A meno che la determinazione di donne e uomini liberi e rispettosi della propria identità, non volendo chinarsi di fronte al monarca, decidano di non subire l’omologazione passiva e si attivano per far vivere una creatura avversaria e antagonista all’ordine esistente.

È stata la storia di RadiOndaRossa fino ad ora …

… da oggi c’è una sfida in più da vincere: è urgente reperire 30.000 euro l’anno; i costi di gestione aumentano e le entrate non riescono a coprirli. Dal lato delle spese tutto costa inesorabilmente di più: utenze telefoniche ed elettriche (degli studi e del trasmettitore di Monte Cavo, cambiato lo scorso anno – di nuovo grazie al sostegno di chi, ascoltandola, sente sua questa radio), tasse, gabelle, spese di gestione, manutenzione e sostituzione delle attrezzature. Tutto questo, trasformato in soldi, significa un costo complessivo di 30.000 euro l’anno.

Dal lato delle entrate non può essere lasciato al buon esito di un concerto, né possono farvi fronte da soli i compagni e le compagne che trasmettono dai microfoni della radio. L’anno scorso, in una situazione emergenziale per la necessità di acquistare un nuovo trasmettitore, abbiamo lanciato un crowdfunding che ha superato ogni nostra più rosea previsione.

Questa nuova battaglia è iniziata, il tuo contributo è importante, come nell’ascolto e nell’apporto critico e conoscitivo ai temi che trattiamo, puoi partecipare a questa sfida per la campagna di radioabbonamento annuale cliccando su questo link: http://www.ondarossa.info/radioabbonamento2019/    seguendo le indicazioni contenute.

 

 

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Si vuole abbassare l’età imputabile da 14 a 12 anni!

Prosegue l’offensiva ultra-reazionaria della Lega, ma anche di chi regge il gioco, tesa alla devastazione del vivere sociale. Un’offensiva condotta a colpi di decreti e disegni di legge.

Dopo il mostruoso decreto Salvini sulla sicurezza (vedi qui), si sono succeduti molti progetti di legge con l’obiettivo esplicito di portare indietro il paese, addirittura in epoca feudale, alla barbarie assoluta.

Vergognoso il disegno di legge Pillon ( vedi commenti critici qui), altrettanto quello sulla “legittima difesa” che offre libertà di sparare a chiunque venga derubato senza dover rispettare il “principio di proporzionalità” (più fascista dello stesso codice Rocco del 1930 che prevede la proporzionalità); e tanti altri.

L’obiettivo è far diventare l’Italia un paese militarizzato e iper-burocratico nel quale sia chiara la brutale dittatura dei ceti medi e della borghesia rampante.

Mettiamo in luce un altro vergognoso passaggio di quest’offensiva: i primi giorni di febbraio nella Commissione Giustizia della Camera è stata presentato (dalla Lega) il disegno di legge numero 1580, con cui si propone, con tre articoli, di modificare le norme del processo penale minorile (legge 448/88, che norma il processo penale per i minori), abbassando l’età imputabile da 14 a 12 anni.

Già nel 2002, il deputato di Forza Italia Biondi aveva proposto un cambiamento analogo e, sull’incitamento dei fatti di cronaca ampliati a dismisura dai media, altre volte cambiamenti simili sono stati proposti da settori politici di destra e estrema destra. Le urla dei media hanno fatto percepire alle persone disattente, a quelle non informate e negligenti una esplosione della criminalità minorile. La realtà ci dice proprio il contrario di quanto afferma la relazione di accompagnamento del disegno di legge: l’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia ha subito criticato questa proposta, affermando che «i presupposti su cui poggiano le considerazioni dei proponenti la modifica legislativa non trovano riscontro nei dati a disposizione del Ministero della Giustizia. I trent’anni di applicazione del dPR n. 448/1988, codice regolatore del processo penale minorile (addirittura in anticipo di un anno sulla Convenzione Onu sui diritti del fanciullo del 1989), contrariamente a quanto riferisce la relazione di accompagnamento al disegno di legge, ha portato il livello della recidiva minorile in Italia  fra i più bassi d’Europa (niente a che vedere con l’altissimo percentuale della recidiva fra gli adulti del 75%) perché pone l’accento sui bisogni della specifica persona in fase di evoluzione e di costruzione della sua personalità, con l’obiettivo del recupero alla vita civile prima ancora che della punizione».

È di qualche anno fa uno studio del Centro nazionale documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza di Firenze dal titolo Indicatori europei dell’infanzia e dell’adolescenza che attribuisce all’Italia il più basso tasso di delinquenza minorile rispetto agli altri Paesi europei e soprattutto agli Stati Uniti d’America.

Afferma Susanna Marietti coordinatrice dell’Associazione Antigone che «la giustizia minorile lavora su personalità in evoluzione di ragazzi che comunque sono considerati capaci di intendere e di volere. Tra l’altro il magistrato nella giustizia minorile deve fare obbligatoriamente una valutazione caso per caso della capacità di intendere e di volere fra i 14 e 18 anni prima di procedere con il procedimento penale. Abbiamo invece valutato che prima dei 14 anni il ragazzo non sia capace di rispondere delle proprie azioni, perché questa personalità in evoluzione non è arrivata neanche al punto di non essere totalmente influenzata dal contesto familiare, sociale, che ha intorno. Quel sistema ha funzionato per la categoria per il quale è stato costruito, mentre non potrebbe funzionare al di fuori da quella»

In Parlamento, questa vergognosa proposta troverà la maggioranza per essere approvata? Stando alle dichiarazioni dei leader dei partiti al governo (ed anche di gran parte dell’opposizione), soprattutto quelle fatte durante le campagne elettorali, potrebbe essere un tragico “si”. La gran parte dei raggruppamenti politici ha fatto la scelta di sottomettersi all’ideologia retrograda del sistema di sanzioni carcero-centrico, che vede nel carcere è l’unica sanzione possibile.

A questo punto la palla passa a noi tutte e tutti. Vogliamo continuare a far finta di niente mentre quattro cialtroni stravolgono e portano indietro le relazioni sociali ancor più di quanto lo siano oggi?

Vogliamo fermare questo oscurantista panorama sociale che ci stanno preparando?  E allora muoviamoci!

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Sotto le lenti del revisionismo anche il macellaio Scià iraniano, Reza Pahlavi, diventa un progressista

L’ondata tossica del revisionismo non ha confini né soste

Era appena terminata la raffica revisionista sulla vicenda delle foibe (vedi qui) che l’altro ieri, mercoledì 13 febbraio, nel Tg di RaiNews24 delle ore 13,00 ho ascoltato e visto un servizio che mi ha fatto accapponare la pelle: il pianista iraniano, da decenni in Italia, Ramin Bahrami ha presentato un libro: L’ultimo scià d’Iran di Francesco De Leo, in cui addirittura viene magnificato il regno del monarca iraniano Reza Pahlavi, il peggior macellaio, filo-nazista di quest’area del mondo. Esaltato come fosse un eroe progressista, per controbilanciare i festeggiamenti in Iran dei 40 anni dalla “rivoluzione islamica”. L’autore Francesco De Leo è del partito radicale, difatti in questi giorni quel libro è stato presentato in vari posti dal partito radicale con la partecipazione di esponenti politici di rilievo di destra, di estrema destra, ma non solo.

La prima falsità degli esaltatori del macellaio nazista è stata di attribuire ai Pahlavi la continuità con la storica monarchia persiana dei Qajar. Niente di più falso, i Pahlavi presero il potere con un golpe militare, sul modello di tutti i colpi di stato, perché Reza Khan era un ufficiale dell’esercito iraniano legato ai settori più reazionari. Il golpe del 1921 depose il sovrano Ahmad Qajar, e Reza utilizzò i quattro anni successivi per consolidare il proprio potere personale sopprimendo ogni opposizione. Nel 1925 il Parlamento iraniano (Majlis), convocato in seduta speciale, depose l’ultimo rappresentante della dinastia Qajar e nominò Reza Khan, denominatosi Pahlavi, quale nuovo scià.

Chi furono i Pahlavi? Massacratori e sfruttatori della popolazione iraniana, fedeli servitori della potenza angloamericana, cui Reza Khan concesse alla Anglo-Iranian Oil Company l’estrazione e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, in cambio del controllo militare britannico nel golfo persico. Movimenti liberali e nazionalisti si opposero a questa svendita. Agli inizi degli anni Cinquanta un parlamentare liberale, Mossadeq guidò un movimento parlamentare che si oppose al rinnovo della concessione, a capo della Commissione parlamentare propose la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, costituendo la National Iranian Oil Company.

Per tutta risposta la Gran Bretagna congelò i capitali iraniani che si trovavano in gran parte nelle sue banche, rafforzò la presenza militare nel Golfo Persico, attuò un blocco navale che impediva l’esportazione di petrolio e dispose un embargo commerciale.

Mohammad Mossadeq diventò comunque capo di un governo che concesse al Parlamento poteri straordinari per limitare l’influenza dello Scià. Diminuì il budget della Corte e delle forze armate per finanziare la sanità, vietò al sovrano di mantenere contatti con i capi di governi esteri, prerogativa che spettava al ministero degli Esteri, fece approvare una riforma agraria che tendeva a un minimo di ridistribuzione dei raccolti (nelle campagne vigeva ancora una sorta di sistema feudale) e impose una riforma fiscale efficace in un paese in cui i ricchi e i potenti non pagavano le tasse.

Il governo Mossadeq fu abbattuto dal terrorismo britannico e da un’operazione dei servizi segreti americani e inglesi, denominata Operazione Ajax, ideata dalla CIA, per mezzo di un colpo si stato militare e Mossadeq fu sostituito da Fazlollah Zahedi, gradito agli inglesi.

Mohammad Reza Pahlavi aveva preso i totali poteri di Scià iraniano dal settembre 1941 all’età di 22 anni, poteri lasciatogli dal padre.

L’Iran non partecipò alla seconda guerra mondiale ma Reza Pahlavi era un simpatizzante della Germania Nazista e l’Iran era piena di ufficiali nazisti, al punto che le potenza alleate dovettero occuparla.

Reza Pahlavi compì arresti in massa, migliaia di cittadini vennero torturati e molti (si stima oltre 7.000) vennero uccisi. Nel 1975 lo scià dichiarò illegali tutti i partiti politici, dissolvendo di fatto ogni forma di opposizione legale e favorendo la nascita di movimenti clandestini di resistenza. Attraverso il ruolo della polizia politica, la SAVAK, operò una brutale repressione di ogni tipo di opposizione.

Il ‘68 in Iran vide i giovani in rivolta contro il governo e il sistema fortemente militarizzato e dittatoriale. Il movimento fu schiacciato dalla repressione feroce con le torture della Savak che vennero conosciute e fecero inorridire tutto il mondo.

Nel 1979 (che non è stata, come il revisionismo vuol far credere, una rivoluzione islamica) ci fu una rivoluzione veramente di massa in Iran, condotta da un fronte popolare composto da sciti, fedeyyin e comunisti (Tudeh- il partito comunista iraniano).

A guidare la guerriglia furono all’inizio i Fedeyyin-e khalq (volontari del popolo) d’ispirazione marxista, che presto decisero di unirsi ai mujaheddin islamici per coinvolgere nella lotta sempre più ampi strati della popolazione ed allargare le basi della protesta. Le forze di sinistra ritennero erroneamente di poter gestire e limitare il potere del clero scita in un paese ormai laico e moderno, dove l’applicazione della shari’a sembrava un’ipotesi lontana dal potersi effettivamente realizzare. Ma all’indomani della rivoluzione, lo scontro fra le tre componenti fu feroce e la realtà dimostrò che il clero scita ( fedele a Khomeyni) era molto radicato tra gli strati popolari che mise in campo masse di combattenti in grado di divenire in breve tempo la guida della rivolta esautorando gli altri gruppi di ispirazione politica.

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REVISIONISMO DI STATO: falsificazioni sulle Foibe per capovolgere la storia del colonialismo italiano

Il Giorno del ricordo è una ricorrenza nazionale, a differenza del Giorno della Memoria che è una ricorrenza internazionale fissata per il 27 gennaio di ogni anno, come giornata in commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Il giorno del ricordo stato fissato per il 10 febbraio di ogni anno con la legge 30 marzo 2004 n. 9, detta anche “delle foibe” e che si propone di falsificare ciò che è avvenuto ai confini est dell’Italia, alla fine della seconda guerra mondiale, cercando di far passare gli eserciti italiani invasori e colonialisti per vittime delle formazioni partigiane jugoslave che difendevano la loro terra. È stato da sempre un obiettivo dell’estrema destra, ma poi è stata fatta propria anche dalla cosiddetta “sinistra”. Così recita: all’Art.1: «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». La proposta di legge venne firmata da parlamentari di Alleanza nazionale e Forza Italia, dell’UDC, ma anche della Margherita/Ulivo.

Qui la registrazioni di alcune trasmissioni che ho tenuto su Radio Onda Rossa su questi argomenti:

14Gen 2009  Docum 1989 BBC su Occupazione italiana nei Balcani di Ken Kirby  (1 ora e 6 min)

11 Feb 2009-  Intervista allo storico Santi Wolf    (55 min)

18Feb 2009Intervista allo storico Davide Conti sulle foibe    (1 ora e 1 min)

Altro che giornata della memoria? Il senso delle commemorazioni richiamanogiornata della dimenticanza” vista la cancellazione dell’esistenza dei campi di concentramento che l’esercito italiano e il Ministero dell’Interno predisposero per gli oppositori politici, per i prigionieri e per i civili, ossia le popolazioni slave deportandole dai propri territori per popolarli con “italiani”. Una vera e propria “Pulizia Etnica“.

Oltre 50.000 uomini, donne, vecchi e bambini vennero deportati e internati in campi di concentramento, all’interno dei quali vigevano delle condizioni al limite della sopravvivenza. Difatti ne morirono migliaia di stenti. Il 5 agosto 1943 il vescovo di Veglia, Srebrnic scrive: “Ad Arbe, … nel mese di luglio 1942 si aprì un campo di concentramento nelle condizioni più miserabili che si possono immaginare, morirono fino al mese di aprile dell’anno corrente in base agli esistenti verbali, più di 1.200 internati; però testimoni vivi ed oculari, che cooperavano alle sepolture dei morti, affermano decisamente che il numero dei morti per il detto periodo ammonta almeno a 3.500, più verosimile a 4.500 e più...” [Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi 2004, pag. 146]

Da un “Appunto per il Duce” dell’estate 1942 «..provvedere a sistemare nelle province del Regno un complesso di altri 50.000 elementi circa, sgombrati dai territori della frontiera orientalein seguito alle operazioni di polizia in corso… » [Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista, Gonars. Ed Kappa Vu 2003, pag.79, seg.]

Accampamenti di morte e di sterminio“, dove “La gente muore di fame. La minestra è acqua nella quale nuotano due chicchi di riso e due maccheroni“. Il peggiore di queste decine e decine di “campi” è stato quello di Gonars, poi quello di Arbe (Rab), Visco, Monigo, Chiesanuova, Renicci, Ellera, Colfiorito, Pietrafitta, Tavernelle, Cairo Montenotte, ecc…: “Avevo 6 anni e pesavo 13 chili. Con altri bambini cercavamo il cibo nei bidoni della spazzatura. Se trovavamo qualche grosso osso lo spaccavamo per succhiare il midollo. Mia madre era incinta. Mio fratello è nato il 3 febbraio 1943. E’ morto qualche mese dopo” Campi dove c’erano le punizioni, le torture, l’orrore di ogni campo di concentramento”.

I responsabili: il regime fascista, la casa reale, le gerarchie ecclesiastiche di Roma, sul campo furono i generali Mario Roatta e Mario Robotti, quest’ultimo inviava a Roma telegrammi dove diceva: “Si ammazza troppo poco“, il primo aveva emesso la famigerata “Circolare N.3C” nella quale si diceva: “Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula: <dente per dente> ma bensì da quello <testa per dente>”. Entrambi chiedevano l’aviazione per bombardare e mitragliare i villaggi e fare una pulizia etnica più rapida. Roatta, accusato di crimini di guerra, fu aiutato a fuggire nella Spagna franchista, poi fu amnistiato e tornò tranquillamente in Italia (per i criminali fascisti ce ne sono state di amnistie!), la foto di Roatta fa bella mostra di se alle pareti dell’archivio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito!

Sconfitto il fascismo, gli internati furono liberati? Macché… Pietro Badoglio riunì il gabinetto di emergenza il 27 luglio 1943 al Viminale e NON varò l’immediata liberazione degli internati né degli oppositori antifascisti, ma se la prese talmente comoda al punto che Mario Roveda, Bruno Buozzi e Dino Grandi (capi dei sindacati) minacciarono uno sciopero generale se Badoglio non ne avesse accelerato il rilascio. Il capo della polizia Carmine Senise dispose la liberazione con particolare lentezza e condizionata alla “pericolosità sociale” degli internati. La circolare di “rilascio” venne trasmessa solo il 10 settembre 1943, quasi due mesi dopo nonostante le clausole armistiziali…un ritardo mortale perché l’Italia nel frattempo era stata occupata dall’esercito tedesco e molti internati finirono nelle mani delle SS. [Capogreco- pag.171, segg.]

Nonostante ciò continuiamo a drogarci con la cretinata dell’ “italiano brava gente”? O forse i nostri uomini in divisa talmente si sono abituati a torturare che poi, ai tempi dell’Unità nazionale (1978 e seguenti) hanno ripreso con lena a torturare i compagni e le compagne rivoluzionari negli anni Settanta e Ottanta.

Alcuni testi sull’argomento:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Oltre un mese di assenza …

… Solo due parole per chiarire la mia assenza, per oltre un mese, dal blog e dalle altre attività radiofoniche (radiondarossa) e di movimento.

È cominciato tutto il 31 dicembre, nel giorno in cui, convenzionalmente facciamo terminare le attività che abbiamo tenute in funzione nell’anno appena trascorso, il 2018.

Come ogni mattina, anche quel 31 mi sono svegliato intorno alle 6; prima tappa in cucina per preparare la moka col caffè. Passa qualche secondo, poi buio!

Riapro gli occhi di fronte a quelli interrogativi della mia compagna, svegliata dal rumore prodotto dalla mia caduta sul pavimento. Un grosso bernoccolo, in espansione, registrava l’avvenuto impatto.

Nei momenti successivi, su indicazione della medica di base, rapida corsa al Pronto Soccorso e ricovero in “codice rosso” nel Dipartimento Scienze Cardiovascolari, 1° Cattedra di Cardiologia, Policlinico Umberto I con la seguente diagnosi:

Blocco atrioventricolare totale … trattato mediante impianto di PMK (pacemaker) in paziente con coronaropatia trivasale trattata mediante impianto di 1 DES su arteria circonflessa-l ramo marginale ottuso e aterectomia rotazionale e 2 DES su arteria coronaria destra.”

Ne è seguito un ricovero abbastanza lungo, oltre venti giorni, necessari per realizzare i due interventi alle coronarie e l’impianto del PMK.

Ora finalmente sono tornato a casa! Lentamente sto rimparando le funzioni quotidiane che permettono la sopravvivenza autonoma e autogestita.

Solo due righe per illustrare un lungo silenzio e un’occasione per inviarvi, da questo microcosmo, auguri di buona libertà e buona salute!

salvatore

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14 gennaio 1919, “l’ordine regna a Berlino”

RosaKarlGennaio 1919, la seconda ondata insurrezionale degli operai rivoluzionari

Il 15 gennaio 1919 vengono assassinati dagli sgherri del governo socialdemocratico Rosa Luxemburg (vedi qui) e Karl Liebknecht

Dopo il tentativo fallito dell’insurrezione di ottobre-novembre del 1918 che mise termine al Primo Grande Macello Mondiale (vedi qui), ma portò al governo la banda socialdemocratica che massacrò la rivolta operaia nel “natale di sangue” vedi qui.

Gli operai rivoluzionari tedeschi non volevano arrendersi, soprattutto non volevano che il potere della borghesia militarista e monopolista, con la copertura dei vertici socialdemocratici, si rafforzasse e consolidasse.

leggi ancora

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Ecco all’opera il decreto sicurezza e la politica repressiva del governo

[DHL]: CONDANNE PESANTI PER LO SCIOPERO DELLA LOGISTICA, ARRIVA LA RAPPRESAGLIA

Inviamo alcune riflessioni a caldo, che invitiamo a far girare, sulla pesante condanna per lo sciopero della logistica alla DHL di Settala (MI)

La sentenza di ieri 8 gennaio per lo sciopero davanti ai cancelli della DHL di Settala del marzo 2015 parla da sola:

    • 1 anno e 8 mesi al Coordinatore nazionale del S.i.Cobas e ad altri compagni del S.i.Cobas e del C.s.a Vittoria
    • 2 anni 3 mesi e 15 giorni ad una compagna del C.s.a Vittoria
    • 2 anni 6 mesi e 5 giorni ad un compagno del C.s.a Vittoria

Una sentenza che rappresenta un atto repressivo inaudito per la sua gravità perché scientificamente comminata quale atto intimidatorio e segnale politico ad un’opposizione di classe che sta trovando una sua strada nella concretezza nelle lotte provando a indicare una prospettiva più complessiva di trasformazione dei rapporti di produzione.

Non ci sentiamo certo vittime e sarebbe quasi ridicola la formulazione di questa sentenza per una giornata di mobilitazione dove non si è registrato alcun benché minimo atto di tensione, come dimostrato da tutto l’iter processuale e dalla stessa richiesta d’assoluzione da parte del PM, se non fosse che proprio questo dato è quello che segnala la portata di questo attacco repressivo così grave e sopra le righe persino da un punto di vista giuridico.

Il dato sostanziale che però ci interessa sottolineare è come questa condanna rappresenti una chiara rappresaglia e monito preventivo contro chi prova ad essere realmente opposizione di classe, lottando giorno dopo giorno per condizioni di vita e di lavoro migliori, in una prospettiva che è però quella di trasformazione radicale di una società basata sullo sfruttamento di classe.

Un’opposizione di classe che non si pone su un piano di compatibilità generale, tenendosi ben al di fuori dal teatrino della politica istituzionale, che prova a dare organizzazione ad un immaginario che renda possibile e praticabile l’idea di una società senza più classi né sfruttamento.

Questa è anche una sentenza che dichiaratamente si pone quale ulteriore elemento di un’escalation repressiva di ciò che si rappresenta come una guerra a bassa intensità che ha visto dei compagni e delle compagne del Vittoria ricevere a fine dicembre 2018 una condanna a diversi mesi per la loro partecipazione alla lunga ed eccezionale lotta all’Esselunga di Pioltello (che record 2 condanne in venti giorni…), che ha visto un pesante attacco a militanti del movimento per il diritto all’abitare a Milano come a Cosenza come in altre città d’Italia, con l’accusa (anche questa ridicola se non fosse gravissima) di organizzazione a delinquere… con la finalità di occupare le case e dare un tetto a chi non se lo potrebbe altrimenti permettere. E citiamo solo gli ultimi atti che da un punto di vista qualitativo ci sembra vadano oltre la “normalità” repressiva scusandoci per eventuali dimenticanze.

Questa sentenza che, anticipandolo, si colloca inoltre nel solco delle scelte repressive del razzista e xenofobo decreto “sicurezza”, arriva dopo un susseguirsi di denunce, fermi, cariche poliziesche, intimidazioni ai delegati e ai lavoratori del S.i.Cobas, fino ad arrivare alla denuncia per “estorsione” al coordinatore nazionale colpevole unicamente di essere quadro dirigente di un sindacato che ha sconquassato i tavoli del potere e del comando dei padroni della logistica collusi con organizzazioni malavitose e mafiose e sostenuti dai diversi potentati politici ed economici locali su tutto il territorio nazionale.

Vogliono colpire le lotte, vogliono ridurre al silenzio i militanti che più si espongono, vogliono dare un segnale evidente di scontro senza più mediazioni per una società sempre più autoritaria che propone disvalori sempre più dichiaratamente fascisti, razzisti, sessisti e xenofobi.

Una società dove la crisi del modo di produzione capitalistico taglia progressivamente ogni tipo di mediazione dal punto di vista economico, politico e istituzionale, in un contesto di lenta ma continua fascistizzazione culturale.

Questa sentenza è inoltre un’ulteriore conferma esplicita della caduta delle illusioni legalitarie. La conferma che lo stato di diritto è un illusione borghese. Quando un diritto sostanziale come il diritto di sciopero è così duramente e chiaramente colpito sia normativamente che a livello repressivo, con sentenze condanne e arresti, vuol dire che il passaggio verso un sistema autoritario avanza a passi sempre più marcati.

In questo quadro la nostra risposta è e sarà quella di sempre e cioè di non retrocedere di un passo dal sostenere ogni fiammata di lotta di classe come anche ogni piccolo tassello di ricomposizione, unità e organizzazione dal basso che la possa sostenere, sviluppare e valorizzare.

E continueremo ugualmente a sostenere e praticare lo sciopero, e le altre lotte sociali, ricordando che è lo strumento principe e arma potente della lotta di classe.

Sappiamo benissimo che questo entrerà sempre più in collisione con un sistema economico, politico e sociale fondato su interessi inconciliabili in rapporto a quelli delle classi subalterne, ma sappiamo anche che non ci sarà giustizia sociale senza un mondo di liberi e uguali che abolirà lo sfruttamento e tutti i mezzi che lo mettono in atto.

Contro la repressione, il fascismo, il razzismo, il sessismo, la xenofobia e contro una società basata sullo sfruttamento di classe.

I compagni e le compagne del C.s.a Vittoria

http://www.csavittoria.org/

http://sicobas.org/

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