Sotto le lenti del revisionismo anche il macellaio Scià iraniano, Reza Pahlavi, diventa un progressista

L’ondata tossica del revisionismo non ha confini né soste

Era appena terminata la raffica revisionista sulla vicenda delle foibe (vedi qui) che l’altro ieri, mercoledì 13 febbraio, nel Tg di RaiNews24 delle ore 13,00 ho ascoltato e visto un servizio che mi ha fatto accapponare la pelle: il pianista iraniano, da decenni in Italia, Ramin Bahrami ha presentato un libro: L’ultimo scià d’Iran di Francesco De Leo, in cui addirittura viene magnificato il regno del monarca iraniano Reza Pahlavi, il peggior macellaio, filo-nazista di quest’area del mondo. Esaltato come fosse un eroe progressista, per controbilanciare i festeggiamenti in Iran dei 40 anni dalla “rivoluzione islamica”. L’autore Francesco De Leo è del partito radicale, difatti in questi giorni quel libro è stato presentato in vari posti dal partito radicale con la partecipazione di esponenti politici di rilievo di destra, di estrema destra, ma non solo.

La prima falsità degli esaltatori del macellaio nazista è stata di attribuire ai Pahlavi la continuità con la storica monarchia persiana dei Qajar. Niente di più falso, i Pahlavi presero il potere con un golpe militare, sul modello di tutti i colpi di stato, perché Reza Khan era un ufficiale dell’esercito iraniano legato ai settori più reazionari. Il golpe del 1921 depose il sovrano Ahmad Qajar, e Reza utilizzò i quattro anni successivi per consolidare il proprio potere personale sopprimendo ogni opposizione. Nel 1925 il Parlamento iraniano (Majlis), convocato in seduta speciale, depose l’ultimo rappresentante della dinastia Qajar e nominò Reza Khan, denominatosi Pahlavi, quale nuovo scià.

Chi furono i Pahlavi? Massacratori e sfruttatori della popolazione iraniana, fedeli servitori della potenza angloamericana, cui Reza Khan concesse alla Anglo-Iranian Oil Company l’estrazione e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, in cambio del controllo militare britannico nel golfo persico. Movimenti liberali e nazionalisti si opposero a questa svendita. Agli inizi degli anni Cinquanta un parlamentare liberale, Mossadeq guidò un movimento parlamentare che si oppose al rinnovo della concessione, a capo della Commissione parlamentare propose la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, costituendo la National Iranian Oil Company.

Per tutta risposta la Gran Bretagna congelò i capitali iraniani che si trovavano in gran parte nelle sue banche, rafforzò la presenza militare nel Golfo Persico, attuò un blocco navale che impediva l’esportazione di petrolio e dispose un embargo commerciale.

Mohammad Mossadeq diventò comunque capo di un governo che concesse al Parlamento poteri straordinari per limitare l’influenza dello Scià. Diminuì il budget della Corte e delle forze armate per finanziare la sanità, vietò al sovrano di mantenere contatti con i capi di governi esteri, prerogativa che spettava al ministero degli Esteri, fece approvare una riforma agraria che tendeva a un minimo di ridistribuzione dei raccolti (nelle campagne vigeva ancora una sorta di sistema feudale) e impose una riforma fiscale efficace in un paese in cui i ricchi e i potenti non pagavano le tasse.

Il governo Mossadeq fu abbattuto dal terrorismo britannico e da un’operazione dei servizi segreti americani e inglesi, denominata Operazione Ajax, ideata dalla CIA, per mezzo di un colpo si stato militare e Mossadeq fu sostituito da Fazlollah Zahedi, gradito agli inglesi.

Mohammad Reza Pahlavi aveva preso i totali poteri di Scià iraniano dal settembre 1941 all’età di 22 anni, poteri lasciatogli dal padre.

L’Iran non partecipò alla seconda guerra mondiale ma Reza Pahlavi era un simpatizzante della Germania Nazista e l’Iran era piena di ufficiali nazisti, al punto che le potenza alleate dovettero occuparla.

Reza Pahlavi compì arresti in massa, migliaia di cittadini vennero torturati e molti (si stima oltre 7.000) vennero uccisi. Nel 1975 lo scià dichiarò illegali tutti i partiti politici, dissolvendo di fatto ogni forma di opposizione legale e favorendo la nascita di movimenti clandestini di resistenza. Attraverso il ruolo della polizia politica, la SAVAK, operò una brutale repressione di ogni tipo di opposizione.

Il ‘68 in Iran vide i giovani in rivolta contro il governo e il sistema fortemente militarizzato e dittatoriale. Il movimento fu schiacciato dalla repressione feroce con le torture della Savak che vennero conosciute e fecero inorridire tutto il mondo.

Nel 1979 (che non è stata, come il revisionismo vuol far credere, una rivoluzione islamica) ci fu una rivoluzione veramente di massa in Iran, condotta da un fronte popolare composto da sciti, fedeyyin e comunisti (Tudeh- il partito comunista iraniano).

A guidare la guerriglia furono all’inizio i Fedeyyin-e khalq (volontari del popolo) d’ispirazione marxista, che presto decisero di unirsi ai mujaheddin islamici per coinvolgere nella lotta sempre più ampi strati della popolazione ed allargare le basi della protesta. Le forze di sinistra ritennero erroneamente di poter gestire e limitare il potere del clero scita in un paese ormai laico e moderno, dove l’applicazione della shari’a sembrava un’ipotesi lontana dal potersi effettivamente realizzare. Ma all’indomani della rivoluzione, lo scontro fra le tre componenti fu feroce e la realtà dimostrò che il clero scita ( fedele a Khomeyni) era molto radicato tra gli strati popolari che mise in campo masse di combattenti in grado di divenire in breve tempo la guida della rivolta esautorando gli altri gruppi di ispirazione politica.

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