Che c’entra: “prima gli italiani”?

Possibile che la popolazione italiana abbia così scarsa memoria? Possibile che tutti quelli e quelle che simpatizzano per la Lega ripetono la frase del leader leghista “prima gli italiani” non ricordano che, fin dal suo sorgere, il sostantivo “italiani” per la Lega è sempre stato usato come un dispregiativo.

Fin dal suo nascere la Lega costruì dal nulla la propria tradizione e inventò una propria appartenenza “padana”. Su questa appartenenza si ritagliava l’identità che diveniva forte in quanto individuava i propri nemici contro cui indirizzare delle rivendicazioni che preludessero all’obiettivo centrale della separazione. Il nemico strategico della Lega era la colonizzazione italiana della Lombardia e di tutto il Nord. Addirittura gli “italiani” furono considerati non un popolo ma un’invenzione burocratica-amministrativa. Così scriveva la Lega nei propri fogli di propaganda: «Nel 1861 lo Stato italiano era composto da più nazioni: piemontese, lombarda, sarda. Lo Stato italiano doveva avere una sola nazione e un solo popolo: quello italiano! Popolo che non era mai esistito, ma che doveva essere inventato di sana pianta».

Quindi l’identità padana, come quella piemontese e veneta, si definiva sulla base del nemico contro cui doveva combattere: prioritariamente Roma che teneva insieme questa invenzione degli “italiani”, ma anche contro i partiti nazionali, contro i meridionali, gli extracomunitari e contro gli omosessuali,

Ancora Bossi nel 1996: «Ora è iniziata la terza fase, che è la fase terminale, l’ultima grande battaglia che la Padania deve fare per riuscire a liberarsi dalla situazione difficile e coloniale in cui ci troviamo.

Resistenza e secessione sono quindi due diritti che stanno alla base di tutte costituzioni. Io ritengo che sia giunto il momento di rivendicare questi diritti e di rivendicarli, direi, senza poter sapere esattamente a cosa porterà la loro rivendicazione, al federalismo o alla secessione vera, ma innanzitutto per togliere dei tabù sacri del regime centralista. La rivendicazione del diritto di secessione potrebbe avere semplicemente un valore strategico, cioè di stimolo, nei confronti dell’evoluzione federalista».

13 Settembre 1998 a Venezia, la Lega festeggia il secondo anno dalla “Dichiarazione di Indipendenza della Padania” avvenuta nel 1996, proprio in Piazza dei Sette Martiri a Venezia. Sono presenti per l’occasione più di 50.000 leghisti.

e così via…. E allora che c’entra “prima gli italiani”, quali italiani?, se per i leghisti sono una invenzione burocratica-amministrativa. Quando la smettiamo di essere puerili e raddrizziamo la schiena! 

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Sciopero della fame dei prigionieri palestinesi


L’organizzazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
(FPLP) nelle carceri sioniste annuncia che un primo gruppo di compagni
inizierà lo sciopero della fame, nel contesto dello sciopero per la dignitàal-Karameh II.

La decisione di portare avanti questo sciopero nasce dopo le violazioni da
parte delle autorità carcerarie sioniste agli accordi presi con il
movimento dei prigionieri; di conseguenza l’organizzazione del FPLP nelle
carceri annuncia la mobilitazione generale tra le fila di tutte le sue
dirigenze e quadri nelle carceri, e dichiara quanto segue:

   1. L’organizzazione del FPLP nelle carceri si atterrà alle decisioni del
   movimento dei prigionieri, specie per ciò che riguarda i comitati che
   porteranno avanti le negoziazioni finalizzate all’ottenimento delle giuste
   istanze dei prigionieri da parte delle autorità carcerarie. I prigionieri
   delle quattro fazioni politiche (Fronte Popolare per la Liberazione della
   Palestina, Hamas, Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina e
   Jihad Islamico) hanno deciso di unirsi allo sciopero in maniera graduale e
   crescente iniziando con centinaia di prigionieri in sciopero. Questa
   battaglia non si fermerà se non con l’accettazione delle istanze dei
   prigionieri.


   1. Sottolineiamo l’importanza che i nostri compagni prendano parte a
   questo sciopero in maniera graduale e crescente. Garantiamo alle nostre
   masse popolari che saremo sempre nel cuore della battaglia e tra le sue
   fila avanzate.


   1. In questo contesto dichiariamo che al momento hanno preso parte allo
   sciopero i militanti e dirigenti del FPLP nelle carceri Kamil Abu Hanish,
   Hikmat Abdul Jalil, Hisham al-Ka’abi, Nidal Dughlus e Marsel Shtiyyeh da
   Nablus, Khaled al-Halabi da Gerusalemme, Mahmoud Abu Usba’ da Ramallah,
   Samer El Qaisi dal campo profughi Beit Jibrin (Betlemme). Questi
   prigionieri fanno parte del gruppo represso nella Sezione 1 del carcere di
   Rimon a seguito dell’incendio della sezione. Inoltre, Wael Jaghoub,
   dirigente della struttura organizzativa del FPLP nelle carceri sioniste ha
   dichiarato la sua entrata in sciopero già da due giorni.


   1. Invitiamo le masse del nostro popolo, in patria e nella diaspora, al
   massimo appoggio al movimento dei prigionieri nella loro battaglia per la
   dignità – questa deve essere la battaglia di tutta la nazione. Invitiamo
   tutti a scendere per le piazze e nelle strade a fronteggiare l’occupazione
   sottolineando l’unità di scelta e di lotta, unendosi quindi alla battaglia
   per la dignità (al-Karameh).

Fino alla vittoria!

*Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nelle carceri sioniste*
*8 aprile 2019*
palestinian-hunger-strike

*“La seconda battaglia per la dignità - Karama 2” è cominciata: i
prigionieri politici palestinesi rifiutano il cibo per protesta contro le
condizioni di detenzione nelle carceri israeliane. Prosegue, intanto, il
negoziato con le autorità carcerarie: qualche concessione, ma le richieste
principali sono disattese*

*8 aprile 2019, Nena News* – Sono già 400 i prigionieri politici
palestinesi in sciopero della fame.  Cibo rifiutato mentre continuano i
negoziati tra il movimento dei prigionieri e le autorità carcerarie delle
forze di occupazione israeliana e forse continueranno anche nei prossimi
giorni. Finora sono stati fatti alcuni passi in avanti e sono state
formulate alcune richieste di base.

*Le autorità carcerarie israeliane hanno accettato di installare dei
telefoni pubblici nelle varie prigioni. L’accordo ha confermato il ritorno
dei prigionieri che sono stati deportati dalle prigioni del Negev e Rimon.*
Le autorità carcerarie hanno inoltre accettato di eliminare tutte le
sanzioni e le sentenze imposte ai prigionieri dopo i recenti scontri nelle
prigioni.

I prigionieri hanno confermato che si stavano preparando da tempo per la
seconda battaglia per la dignità e che tutti i preparativi per questo
giorno sono stati completati insieme al popolo palestinese, Ma tante altre
richieste di carattere umanitario, presentate, sono ancora in attesa di
essere prese in discussione. I prigionieri stanno raggiungendo alcune
richieste fondamentali e di carattere umanitario mentre i negoziati
continuano ad andare avanti.

Si chiede che le visite familiari tornino alla normalità anche per quando
riguarda i prigionieri della striscia di Gaza. E *si chiede che vengano
abolite tutte le sanzioni contro i prigionieri e la repressione e la
privazione dei diritti umani istituiti dalla commissione per la Sicurezza
Interna del Ministro Israeliano Gilad Erdan*: miglioramento delle
condizioni di vita, cure mediche, diritti alle visite dei familiari in
particolare quelli di Gaza, rimozione dei disturbatori di segnale/frequenze
che causa rischio per la salute, istruzione all’ interno delle carceri,
libertà di leggere, visite familiari di diritto, processi che rispettino le
convezioni dei diritti umani, abolizione di dispositivi che diffondonosostanze cancerogene”.

Si chiede inoltre di fermare l’assalto delle forze speciali di repressione
contro i prigionieri con gas lacrimogeno, ci sono stati dozzine di feriti. *Per
questi motivi i prigionieri hanno scelto la via dello sciopero della fame
per difendere i loro diritti. “La battaglia è importante ma sopratutto
molto difficile. E’ una battaglia di vita o morte e richiede la
solidarietà, il sostegno popolare e un forte supporto mediatico.
* Dopo la recente repressione … Qual è il destino dei prigionieri palestinesi?”, 
si chiedono in una nota diffusa in questi giorni.

È interessante notare che tutti i recenti sviluppi nei campi di detenzione
sono avvenuti dopo l’istituzione della commissione per la Sicurezza Interna
del Ministro Israeliano Gilad Erdan, istituita per studiare le condizioni
di vita dei prigionieri; e un nuovo livello di repressione e privazione dei
diritti umani è stato istituito dopo aver visitato tutte le prigion
Dall’inizio del 2019, le carceri israeliane sono state oggetto di problemi
e le misure di repressione adottate dall’amministrazione carceraria contro
i prigionieri palestinesi sono aumentate negli ultimi giorni; in seguito ad
un assalto delle forze speciali e all’uso di gas lacrimogeni, ci sono stati
dozzine di feriti fra i prigionieri. Il Centro informazioni dei
prigionieri, la prigione del Negev, ci comunica che oggi “l’unità di
repressione israeliana di occupazione è entrata nella sezione 23 della
prigione “, aggiungendo che ha condotto “ricerche e trasferimenti di
prigionieri all’interno della sezione”.

* Il numero di prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane di
occupazione ha raggiunto circa 5.700 persone, tra cui 48 donne, 230 bambini
e 500 detenuti amministrativi. *Israele, ad oggi, prende tempo.
Netanyahu, ha espresso le intenzioni di annettere la Cisgiordania occupata
con il supporto degli Stati Uniti, inciranti dal diritto internazionale. Ma
la volontà di Netanyahu sembra essere chiara: ritardare il più possibile le
trattative e la chiusura dei vari territori, per garantire un clima
favorevole alle elezioni di domani a cui è candidato! Visto che ha il
portafoglio dei prigionieri.

Ma la seconda battaglia per la dignità inizia, lo sciopero della fame dei
prigionieri palestinesi nelle carceri di occupazione israeliane. Si prevede
che lo sciopero dei prigionieri si intensifichi dopo una settimana quando i
prigionieri fermeranno anche l’assunzione di acqua, per raggiungere uno
sciopero più ampio e completo il 17 aprile, in occasione dalla giornata dei prigionieri palestinesi.

FPLP
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Mimmo Lucano ha vinto!

La Corte Di Cassazione con la motivazione: “Non favorì matrimoni di comodo, cercò solo di aiutare Lemlem (la sua compagna). Gli appalti assegnati con collegialità e con pareri di regolarità tecnica“, ha demolito l’impianto accusatorio che contro di lui era stato messo in piedi. La Cassazione afferma che mancano indizi di “comportamenti” fraudolenti che Domenico Lucano, il sindaco di Riace, avrebbe “materialmente posto in essere” per assegnare alcuni servizi, come quello della raccolta di rifiuti, a due cooperative dato che le delibere e gli atti di affidamento sono stati adottati con “collegialità” e con i “prescritti pareri di regolarità tecnica e contabile da parte dei rispettivi responsabili del servizio interessato“.

Il 16 ottobre scorso il Tribunale della libertà di Reggio Calabria aveva disposto la misura cautelare nei confronti di Lucano, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Locri, che aveva rinviato a giudizio Lucano.

La Cassazione ha rilevato che non sono provate le “opacità” rispetto all’iniziativa di Lucano per l’affidamento di questi servizi alle cooperative L’Aquilone ed Ecoriace.

Bene!, siamo tutte e tutti contenti e ringraziamo di cuore i giudici della Cassazione.

Detto questo dobbiamo guardarci allo specchio oppure uno di fronte all’altro o una di fronte all’altra e, guardandoci negli occhi, sussurrarci: ma noi cosa abbiamo fatto? Noi garantisti, noi entusiasti dell’accoglienza, noi per il meticciato, noi per l’integrazione, … noi cosa abbiamo fatto per riportare Mimmo Lucano al suo onorato posto di sindaco di Riace?

Si, certo, ci siamo indignati, abbiamo protestato, un pugno di giorni, non di più! Pensavamo che quell’indignazione fosse sufficiente? No! Non siamo così ingenui e non credevamo che quei pochi grammi di sdegno bastassero per restituire Mimmo al suo posto di lavoro e al suo paese. Dopo qualche giorno abbiamo lasciato che tutto procedesse secondo l’andazzo vigente,  desolato e banale che però ci sta portando indietro di secoli scaraventandoci nel buco nero della più vieta reazione.  Sappiamo quanto ci vuole  per vincere le battaglie, altre volte l’abbiamo fatto!

E’ il caso di rimetterci in movimento nella convinzione che se non interveniamo in prima persona e in tante e tanti, se non recuperiamo la massima determinazione e partecipazione sui tanti temi su cui è in atto la canea reazionaria, che non solo parla e blatera, ma opera concretamente, sarà poi inutile piangere sull’avverso destino!

…mettiamoci le scarpe! 

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Il governo continua l’infame caccia dei rifugiati politici

Dopo la gogna di Cesare Battisti, gogna mediatica esposta con dovizia di particolari, il programma politico del governo si propone di completare la perfida opera forcaiola cercando di portare in carcere altre e altri rifugiati politici. Si parla di una quindicina di persone, questo è il numero esposto dal governo, ultrasessantenni che da decenni sono rifugiate in Francia.

Ci auguriamo che la squallida operazione non abbia effetti, che fallisca! Sarebbe bello se una grossa mobilitazione del movimento e della parte progressista (se ci fosse) del paese impedisse siffatte scelleratezze, ma oggi non sembra ci siano le capacità e allora non ci rimane che sperare che l’operazione vada in malora.

Va però ricordato, per chi conserva ancora elementari capacità intellettive, che molte delle persone rifugiate in Francia per sfuggire a mandati di cattura che li rincorrevano in ogni dove, emessi precedentemente e successivamente ai processi e alle condanne subite, non hanno avuto la possibilità di difendersi, poiché in Italia era possibile essere processati e condannati in contumacia, senza il diritto alla difesa. Si è dovuto aspettare il 2014, a seguito di numerose e forti proteste e pressioni internazionali perché in Italia si attenuasse un po’ questa barbara usanza.

L’altro aspetto negativo della “giustizia” italiana, che in molti paesi non è gradito, è la frequenza con cui in Italia si condanna per reati associativi, che poco hanno a che vedere con lo stato di diritto che prevede che ciascuna persona risponda soltanto di ciò che volontariamente ha messo in atto. Con i reati associativi si viene condannati anche se non si è fatto nulla, soltanto per essersi associati a un collettivo o gruppo, e si viene ritenuti responsabili di tutto quello che l’associazione o il collettivo ha realizzato. Sono tantissimi i casi, forse la maggioranza delle persone condannate a molti anni di galera per “associazione” con questo o quel gruppo in assenza di prove della loro partecipazione ad azioni o fatti specifici.

Infine l’aspetto più inammissibile per alcuni ordinamenti giuridici è l’ accettazione totale, nei processi in Italia, delle accuse dei “pentiti” (delatori) in base alle quali sono state condannate delle persone senza che quelle accuse trovassero verifica nelle prove. Le delazioni del “pentito” erano premiate, allo stesso, con considerevoli sconti di pena.

Ora il problema urgente è cercare di sostenere le compagne e i compagni in Francia sottoposti al ricatto dell’estradizione. Anche se non siamo in grado di realizzare manifestazioni importanti, diffondiamo con cocciutaggine e denunciamo ovunque la meschinità dell’opera del governo contro le persone esuli in Francia.

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31 Marzo a Firenze per Orso Tekoser

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cesare Battisti si autoaccusa?

Una domanda: come mai Cesare Battisti si autoaccusa di aver compiuto tutti i delitti iscritti nella sentenza di condanna emessa decenni fa senza che gli fosse consentito di difendersi (contumacia)? Un’autoaccusa non veritiera!

Il pm che l’ha ascoltato ha riportato le sue parole: “ha ammesso che i 4 omicidi, i 3 ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero. Mi rendo conto del male che ho fatto e chiedo scusa ai familiari delle vittime“.

Evidentemente Battisti ha deciso di assecondare l’orchestra forcaiola che oggi conduce il balletto in questo triste paese.

Forse non ha sentito intorno al suo caso quella solidarietà necessaria a sostenerti in una lotta. Anche tra la gente è prevalso il giudizio perentorio o il disinteresse negligente.

Forse ha ritenuto non opportuno contrastare punto per punto le violazione subite a seguito delle inosservanze delle procedure previste nei casi di estradizione. Lo stato italiano le ha violate per l’estradizione dalla Bolivia perché quel paese doveva ricondurlo in Brasile che aveva già avviato con l’Italia una procedura di estradizione con la richiesta allo stato italiano di commutare la pena all’ergastolo (non prevista nell’ordinamento brasiliano) in quella di trentanni di carcere.

Probabilmente ha avuto il sentore che in Italia oggi conviene usare un basso profilo e far contenta la grancassa messa in moto dagli apparati governativi, statali e mediatici per fregiarsi di questo risultato in un periodo di vacche magre. Li abbiamo visti, infatti, nel rettangolo televisivo, gongolare con sorrisi trattenuti a stento, come a dire: noi sappiamo farci valere.

Probabilmente con questo ingiusta autoaccusa ma assoluzione piena per i repressori, spera di ricevere un trattamento carcerario rispondente alle normative, non un accanimento feroce come l’iniziale isolamento in un carcere “duro” come quello di Oristano, non previsto per chi deve scontare una condanna definitiva su fatti compiuti antecedentemente alle norme sull’inasprimento dei regimi di carcerazione (1991), e forse anche per esplorare le possibilità di rinverdire spazi di collaborazione con la magistratura, anche se le leggi sulla “dissociazione”, la prima nel febbraio 1980, l’ultima l’8 Febbraio 1987, sono da tempo dormienti.

Alcuni, forse tantissimi, diranno: ma come fai ad essere sicuro di queste cose?

Semplice!, ho frequentato per alcuni decenni, quasi tre, le carceri di questo paese. Siamo stati in tanti, ragazze e ragazzi delle due o tre generazioni di cui ho fatto parte ad essere ospitati negli alberghi statali. In quelle orride prigioni lo stato oltre rinchiuderci, aveva il capriccio di farci viaggiare per tutti i tuguri predisposti per azzerare e addormentare la parte più vivace di quell’umanità. Lo stato voleva che conoscessimo quei lager e che apprezzassimo la cura con cui erano stati predisposti. Tra i tanti compagni che ho conosciuto lì dentro c’erano pure i militanti dei Pac (proletari armati per il comunismo) il piccolo gruppo di cui ha fatto parte Cesare Battisti. Così, giorno dopo giorno, calpestando il piccolo pavimento di una cella o “facendo le righe” in un passeggio, ci si raccontava l’andamento dei processi che, in omaggio alle leggi speciali che traboccavano in questo paese, erano in pieno svolgimento per infliggere secoli di galera. Quei processi non cercavano tanto di appurare i fatti accaduti, quanto di produrre imputati “pentiti” (delatori) oppure “dissociati”. I mezzi con cui venivano prodotti questi personaggi erano quelli di sempre: la minaccia di galera dura e infinita, a volte condita con poca o tanta tortura.

Tra di noi ci si raccontava e si rideva, che altro potevamo fare, delle frottole che i “pentiti” riferivano, inseriti in una logica che più il “pentito” racconta responsabilità altrui utili per appioppare anni di galera, più i suoi meriti di “pentito” vengono esaltati.

Oggi è in pieno svolgimento il gioco tipico del cerimoniale italico gradito al sistema. Si racconta la versione che può andar bene a tutti quelli che hanno gioito questi giorni, li abbiamo visti e letti: “Battisti ammette i quattro omicidi, chiedo scusa”;Battisti, giù la maschera”; “Battisti è un assassino e dovrà marcire in galera fino alla fine dei suoi giorni”; “I familiari delle vittime: ora è tardi per perdonare, dica quello che nessuno sa”; “In prigione non uscirà vivo”; Confessione è passo in avanti”; e tanti altri commenti poco edificanti, che omettiamo.

Sarà lo scorrere del tempo a mostrarci le prossime puntate.

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Problema delle droghe? La Lega risponde con la galera!

Ecco un’altra infamia!

Il 4 marzo è stato depositato al senato il Disegno di Legge dal titolo: “Modifiche al codice di procedura penale e al testo unico delle leggi in materia di stupefacenti relativamente alla produzione, al traffico o alla detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope di lieve entità“.

È stato annunciato dal Ministro degli Interni Matteo Salvini e riguarda l’aumento delle pene per i fatti di lieve entità riguardo le droghe.

Tra i firmatari c’è il famigerato senatore Pillon, quello che ha presentato un Disegno di legge dal titolo: “norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” che ha fatto gridare al ritorno indietro di centinaia d’anni, “una proposta intrisa di violenza contro le donne che non si può emendare o correggere ma viene respinta senza condizioni da tutte le donne attive, coscienti e autodeterminate” così definiscono le compagne femministe di “non una di meno”.

L’obiettivo del DDL proposto dalla Lega sulle droghe è di aumentare le pene per le piccole quantità di sostanza, quindi prende di mira prevalentemente i consumatori. Il disegno di legge mira a produrre un maggior impegno della forza pubblica nella “caccia” ai consumatori e piccoli spacciatori, per far diminuire la forza pubblica al contrasto del grande traffico che, a sua volta, è utile a far crescer il PIL.

Ha detto Salvini in una intervista: «entra nel merito della lieve entità. Non esiste la modica quantità, ti becco a spacciare e vai in carcere con le misure cautelari. I venditori di morte li voglio vedere scomparire dalla faccia della terra».

Questo disegno di legge criminalizza un comportamento al posto di combattere le sue cause. Commenta il Forum droghe, «La logica della proposta di legge di Salvini è equiparare spaccio e consumo». D’altronde la modica quantità non esiste più dal 1990. Il ministro parlando di “abolizione della modica quantità” intende in realtà colpire anche il semplice consumo di stupefacenti e dunque l’‘uso personale”.

Nella proposta della Lega le sanzioni “Passano da un minimo di tre a un massimo di sei anni (attualmente da sei mesi e i quattro anni) e multe da un minimo di 5.000 a un massimo di 30.000 euro (attualmente da mille a 15mila euro), oltre a prevedere il sequestro del veicolo.

Questa proposta ricorda lo scriteriato decreto Fini-Giovanardi del 2006, che aveva addirittura abolito la differenza tra droghe leggere e pesanti, prima di essere cancellato dalla Corte costituzionale. Nel 2009 il decreto Fini-Giovanardi è stato tra le cause del sovraffollamento delle carceri, difatti il 41% dei detenuti era recluso per violazione delle leggi sugli stupefacenti. Nel 2014, con l’incostituzionalità del decreto, la percentuale è subito scesa di alcuni punti.

Nel 2018 le presenze in carcere per violazione delle leggi sugli stupefacenti sono state un terzo della popolazione carceraria (il 32,7%). La repressione ha colpito per quasi l’80% i consumatori di cannabinoidi (78,69%), molto di meno di cocaina (14,39%) e di eroina (4,86%) e, in maniera irrilevante, le altre sostanze.

Nel dettaglio dell’articolato, l’articolo 1 interviene sull’articolo 380 del codice di procedura penale, prevedendo che l’arresto obbligatorio in flagranza avvenga per i delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope puniti a norma dell’articolo 73 del Testo unico di cui al d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, cancellando la clausola di salvezza per i delitti di cui al comma 5 del medesimo articolo (ovvero per le fattispecie di lieve entità).

La situazione di persone detenute per problemi di stupefacenti: quasi il 30% dei detenuti entra in carcere per la legge sulle droghe mentre crescono in modo esponenziale le persone segnalate per consumo di sostanze psicotrope, soprattutto tra i minorenni, che quadruplicano rispetto al 2015. Più esattamente 14.139 dei 48.144 ingressi in carcere nel 2017 sono avvenuti per imputazioni di detenzione a fini di spaccio (art.73 del Testo unico sulle sostanze stupefacenti Jervolino-Vassalli approvato 28 anni fa).

Il 34,5% delle persone detenute lo è per la legge sulle droghe: 13.836 presenti in carcere al 31 dicembre 2017 lo erano a causa del solo art. 73 del Testo unico (detenzione a fini di spaccio). Altri 4.981 in associazione con l’art.74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), solo 976 esclusivamente per l’art. 74. Mentre questi ultimi rimangono sostanzialmente stabili aumentano dell’8,5% i detenuti per solo art. 73.
Un quarto della popolazione detenuta è tossicodipendente. Preoccupa inoltre l’impennata degli ingressi in carcere, che toccano un nuovo record: il 34,05% dei soggetti entrati in carcere nel corso del 2017 era tossicodipendente.

Inoltre l’articolo 4 introduce la revoca definitiva della patente in relazione ai gravi fatti di cui all’articolo 73 del testo unico degli stupefacenti; sospensione in via cautelare della patente già dopo la sentenza di condanna in primo grado”. in modo di alleggerire la pressione sul grande traffico e sulle mafie.

Questa iniziativa del governo, se verrà approvata, produrrà un ulteriore sovraffollamento delle carceri attualmente con una capienza superiore alle 60mila unità a fronte di una capienza intorno ai 50mila posti, quindi con un sovraffollamento che supera le 10.000 unità.

Invece di metter mano alla diminuzione della popolazione detenuta, che ti fa il governo?

Udite… udite:

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e quello delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli hanno firmato il decreto convertito in legge con cui viene approvato il Piano di edilizia penitenziaria 2019. Voci maligne asseriscono che poche settimane fa a Palazzo Chigi il governo ha incontrato l’Associazione nazionale dei costruttori edili. I tempi sono: due anni per la realizzazione di nuove carceri riconvertendo in parte caserme dismesse e immobili di proprietà dello Stato e realizzando due nuovi istituti a Forlì e Nola, per una capacità complessiva di circa 6500 posti detentivi. E i soldi? Il decreto afferma che le risorse non utilizzate per la riforma dell’ordinamento penitenziario, potranno destinarsi a interventi urgenti di edilizia penitenziaria. Bravi!, gli stanziamenti che avrebbero potuto migliorare le carenze igieniche e strutturali delle sezioni carcerarie degradate, dei passeggi insufficienti, delle sale colloqui inadeguate, delle celle ammuffite con bagni a vista, delle infiltrazioni di acqua piovana, tutto quello che offende la dignità di chi viene gettato in quei tuguri; stanziamenti che avrebbero potuto far aumentare il personale civile (educatori, assistenti sociali, ecc.) per permettere alle oltre oltre 20.000 persone detenute con un residuo pena inferiore a 4 anni, di avviarsi alle misure alternative (se si applicasse la legge 21.02.2014, n. 10), invece verranno utilizzate per costruire nuove carceri di pessima qualità, fatte rabberciando un patrimonio edilizio malandato. Ma forse farà crescere il PIL e tutti lor signori saranno contenti.

Ma poi perché lamentarci!!!! La colpa è nostra! Mica ci muoviamo, mica riempiamo le strade per dire: levatevi di mezzo voi e i vostri strumenti di tortura come il carcere.

ABOLIAMO IL CARCERE!

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Nelle carceri turche è morto un prigioniero curdo in sciopero della fame

Morto in sciopero della fame Zulkuf Gezen

È morto il prigioniero politico curdo Zulkuf Gezen. Era in sciopero della fame illimitato per protestare contro l’isolamento a cui viene sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan. Rinchiuso nella prigione, di tipo F, di Tekirdag. Era in carcere dal 2007 ed era stato condannato all’ergastolo.

Le prigioni di tipo F (F type) sono state introdotte in Turchia nel 1996, dovevano servire a isolare i prigionieri politici dai detenuti comuni e creare condizioni talmente pesanti da spingere i prigionieri politici al pentimento, alla delazione o alla dissociazione. Delle stesso tenore delle “carceri speciali” in Italia alla fine degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta. Alla introduzione di questa stretta repressiva, i detenuti in Turchia risposero con uno sciopero della fame che coinvolse 69 persone, anche comuni. La lotta dei prigionieri politici curdi ottenne il risultato di far chiudere il primo esperimento di cella F ma costò ben 12 detenuti morti. Risposero anche con proteste e rivolte, negli anni ‘95, 96, e ‘99, represse violentemente, con molte uccisioni dai corpi di repressione di azione rapida, Cevik Kuvvetleri e squadre antisommossa.

Va ricordato il grandioso sciopero della fame dell’Ottobre del 2000, attuato da 819 prigionieri politici in 18 carceri differenti. Era uno sciopero della fame ad oltranza e 203 prigionieri politici, 50 donne, 153 uomini, in 13 carceri, trasformarono la loro resistenza in uno sciopero della fame sino alla morte.

Attualmente sono centinaia le prigioniere e i prigionieri politici uniti in questo sciopero della fame. Altrettanto numerosi i militanti fuori dalle carceri in molte città europee, spesso in esilio, come Strasburgo, Parigi, Bruxelles, nel Galles, ecc. Alcuni di loro da più di cento giorni, esprimono la loro ribellione nei confronti della politica carceraria adottata da Ankara.

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Sciopero globale – Fridays for future

Un saluto e un augurio di buona manifestazione alle migliaia, forse milioni, di ragazze e ragazzi che da tutto il mondo, raccogliendo l’esortazione della sedicenne svedese Greta Thunberg, oggi sciopereranno e manifesteranno, contro le politiche e i potenti che stanno distruggendo il mondo, ossia il futuro di questi giovani.

Quello che non capisco è la gazzarra dei media e la cagnara della politica di fronte a queste giustissime preoccupazioni di ragazze e ragazzi.

Possibile che nessuno, ma proprio nessuno, né i grandi media e né la politica, ha ricordato le simili manifestazioni di circa vent’anni fa delle sorelle e dei fratelli maggiori di questi giovani? I temi erano gli stessi, le preoccupazioni identiche, la rabbia uguale.

A quelle ragazze e ragazzi vent’anni fa gli avete fatto sparare addosso dalla vostra polizia.

Vi siete dimenticati di Carlo Giuliani ucciso a Genova dalla polizia mentre gridava le stesse cose che grideranno oggi queste ragazze e ragazzi. E le centinaia di manifestanti torturati a Bolzaneto? Un mese prima a Goteborg in Svezia durante il vertice UE dal 14 al 16 giugno 2001 un altro ragazzo ventenne era stato ucciso dalla polizia. E poi ancora Davos 25-30 gennaio 2001, Praga, dal 21 e 22 novembre 2002 e tanti, tanti altri vertici e contestazioni. li avete trasformati in terroristi!

Loro, le ragazze e i ragazzi di oggi non possono ricordarle perché non erano nemmeno nate, ma voi lo sapete bene cosa erano quei summit del World Economic Forum, che radunavano i potenti della terra perché si accordassero su come continuare a rapinare il pianeta e le persone che lo abitano.

E come mai a quella generazione che ha contestato quelle mascherate, i summit, dietro cui le potenze economiche e politiche schiacciavano i bisogni di miliardi di esseri umani e del loro ambiente di vita, gli avete fatto sparare addosso dalle vostre polizie?

Eppure quei ragazzi e ragazze dicevano le stesse cose che in questi giorni dice Greta e le ragazze e i ragazzi che lottano con lei. Le stesse identiche cose, con qualcosa in più. Quel qualcosa che anche voi, ragazze e ragazzi scoprirete tra qualche giorno, che la distruzione dell’ambiente naturale e dell’ambiente umano non dipende da qualche dimenticanza, né vi si può rimediare con qualche piccolo accorgimento. NO! La causa di questo crimine ha un nome: capitalismo, soprattutto nella sua fase attuale liberista. Questo avevano scoperto quelle ragazze e ragazzi di vent’anni fa. E non gliel’avete perdonato! Li avete criminalizzati definendoli “black block” per poi passare “terroristi, da schiacciare, sopprimere, mettere a tacere.

State attente, dunque, ragazze e ragazzi che quest’oggi manifesterete e che vi sentirete inondate di elogi da media e politici.

Attente, attenti, quando scoprirete, e lo scoprirete presto perché siete in gamba, che sono proprio loro, media e politici e tutti quelli che all’ombra dei potenti operano per mantenere e riprodurre quest’ordine capitalista e liberista, responsabile del crimine che distrugge il vostro futuro.

Attente, attenti, perché scoprirete la loro brutta faccia, orribile perché spaventata di perdere lo status attuale, saranno disposti a definirvi nei modi più dispregiativi e a colpirvi in ogni maniera.

Vi vorranno criminalizzare e distruggere, attente, attenti!

Buona manifestazione!!!

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11 marzo 1977, i CC uccidono il compagno Lorusso

42 anni fa … a Roma, la notizia arrivò nelle primissime ore il pomeriggio dell’11 marzo del 1977, da Radio Città Futura

«…Qui Radio Città Futura, abbiamo appena ricevuto una telefonata da Radio Alice che ci ha dato le ultime notizie. La situazione a Bologna è questa: un compagno è stato ammazzato dai carabinieri. La meccanica degli incidenti, ancora da verificare completamente, dovrebbe essere la seguente. Il tutto è iniziato quando 5 o 6 compagni sono entrati in un’assemblea di Comunione e Liberazione (CL), e sono stati cacciati a pugni e calci. C’è stato un corteo immediato di risposta, che è arrivato sotto la facoltà di anatomia dove era in corso l’assemblea.  Vengono scanditi slogan. Immediatamente il rettore Rizzoli chiama la polizia. Che permette l’uscita dei ciellini dalla facoltà, prima opponendo uno sbarramento e, in seguito, ben sicuri di non coinvolgere nessun ciellino, con cariche e colpi di lacrimogeni ad altezza d’uomo. All’angolo tra via Bortolotti e via Irnerio, i Ps e i carabinieri hanno esploso raffiche di mitra. In via Mascarella i compagni per difendersi hanno lanciato un paio di bottiglie molotov contro una colonna dei carabinieri. Dal camion è sceso un carabiniere che, inginocchiandosi e presa la mira, ha sparato una decina di colpi contro i compagni che fuggivano. È qui che cade il compagno ferito a morte. Non sappiamo ancora il nome gli scontri continuano. Appena avremo notizie, interromperemo i programmi per darvele, comunque per tutti i compagni l’appuntamento è alla casa dello studente alle 15 per le iniziative da prendere e per discutere del corteo di domani pomeriggio».

Un’ora dopo si conoscono altri particolari. Il nome del compagno è Francesco Lorusso 25 anni di Lotta continua, ucciso verso le ore 13, Radio Alice ha dato la notizia alle 13,30.  Da numerosi testimoni è stato visto un carabiniere appoggiare il braccio a una macchina, prendere la mira con la pistola e colpire Francesco alla schiena. In tutta Bologna seguono scontri con la polizia e barricate intorno all’università; [continua a leggere]

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