Zehra Dogan: «Avremo anche giorni migliori»

Zehra Dogan: «Avremo anche giorni migliori»

Opere dalle carceri turche, una mostra a Brescia fino al 6 gennaio
di Benigno Moi

 

 

 

 

Il 16 novembre scorso è stata inaugurata a Brescia la prima mostra italiana delle opere di Zehra Dogan, l’artista e giornalista curda che ha passato oltre 31 mesi nelle carceri turche con l’accusa di essere una sostenitrice del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan fondato da Ocalan (a sua volta in carcere dal 1999). Il fatto scatenante che portò all’arresto fu la realizzazione di un dipinto che denunciava il massacro delle popolazioni curde nella Turchia sudorientale.

(in bottega se n’è parlato quiquiqui e qui ecc.)

La mostra – curata da Elettra Stamboulis per il Comune di Brescia e la Fondazione Brescia Musei, con la collaborazione del Web magazine Kedistan, che ha curato il salvataggio e il trasporto delle opere – sarà visibile al Museo di Santa Giulia sino al 6 gennaio 2020. (https://www.bresciamusei.com/nsantagiulia.asp?nm=176&t=Informazioni).

Zehra Dogan, nata a Diyarbakyr (Amed in curdo), nel1989, oltre che essere un’artista brillante e originale, è anche una giornalista e attivista della causa curda, fondatrice e direttrice di Jinha, un’agenzia di stampa femminista, composta da sole donne.

Nel 2016, dopo il feroce bombardamento e l’invasione della città curda Nusaybin da parte dell’esercito turco, Zehran Dogan realizza ad acquerello un dipinto che, rielaborando una foto dell’invasione, denuncia la mostruosità dell’intervento repressivo di Ankara. L’opera, diffusa via web (da questo fatto deriva l’accusa di propaganda pro PKK) mostra la città distrutta e fumante su cui incombono le bandiere turche, con i tank in primo piano che diventano allegoricamente mostri famelici che divorano la popolazione.

la mostra “Avremo anche giorni migliori – Zehra Do?an. Opere dalle carceri turche

 

 

 

 

 

 

 

Nel febbraio del 2017, pur decadendo le accuse più gravi, Dogan viene condannata a 2 anni, 9 mesi e 12 giorni di carcere.

Carcere che non la doma e dove continua a dipingere nonostante le gravi restrizioni cui è costretta, utilizzando ciò che può procurarsi nella sua cella e nelle sue condizioni – dal sangue mestruale agli avanzi di cibo – usando dita e capelli, e riuscendo a far uscire all’esterno le foto dei lavori tramite il compagno Onur Erdem.

la mostra “Avremo anche giorni migliori – Zehra Do?an. Opere dalle carceri turche

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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GIA’ FANTASMI PRIMA DI MORIRE

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80 persone più ricche detengono la stessa ricchezza di 3,5 miliardi degli ultimi!

Tumultuose manifestazioni scuotono diverse regioni del mondo. Regimi di tutti i tipi vengono scossi da rivolte e proteste. Non c’è angolo di questo pianeta che non sia investito da quest’onda di scontri impetuosi, violenti, intensi. A un osservatore superficiale potrebbe sembrare una campagna di sollevazione sociale preparata e diretta da qualche centrale politica.
Invece no! La caratteristica dei conflitti oggi è la marcata diversità che li contraddistingue: per provenienza da settori di classe diversi, per diversa composizione, diversi per età, diversi per obiettivi immediati.
I contenuti di queste proteste esprimono una forte critica contro regimi sociali che fanno riferimento a diverse ideologie, a volte opposte. Le proteste si scatenano contro l’ordine esistente in quel momento e in quell’area, quale esso sia; puntano a cambiamenti sostanziali; anche questi molto diversi tra loro, con una prospettiva spesso opposta di cambiamento ancorata a un diverso progetto che a volte è assente.
Dovrà pur esserci un filo rosso che tiene insieme tutti questi tumulti? Oppure no?
Riflettere sugli obiettivi immediati, quelli esplicitati e quelli taciuti, per poi soffermarsi sugli aspetti di più lungo termine, non è facile. Come non lo è trovare punti in comune, se non elementi di una profonda insofferenza e di un malessere esplicitato nel linguaggio di cui ciascun conflitto si dota, spesso non in maniera pacifica, né ordinata, né prevista. Un malessere addebitato alle scelte che quel regime ha fatto e a ciò che non ha fatto.
Un dato però salta agli occhi: le forme di questi conflitti sono, più o meno, le stesse. Quasi tutti veri e propri tumulti o rivolte e ci costringono a riflettere. Allo stesso modo fa riflettere il tentativo delle polizie di fermarli o almeno arginarli con metodi e tattiche molto simili. Qualcosa vorranno dire questi elementi comuni? Se non altro cancellano la sensazione diffusa che l’ordine esistente non sia scalfibile, e cacciano via il senso di impotenza prodotto dalla sfiducia instillata nell’azione collettiva.
Pur nella marcata diversità, sono convinto che cercar di capire le cause di questi conflitti, le loro origini e il percorso che stanno facendo è compito non rinviabile. Il conflitto è un’azione di massa che toglie i veli che coprono le contraddizioni e le mettono a nudo, cancellando le certezze sull’ordine ormai consolidato.
I media a nulla ci aiutano a capire. Spesso aumentano la confusione con racconti ideologizzati, squallidi e infelici come e più di prima. Quelli succubi dell’ideologia anticomunista, ad esempio, attribuiscono alle sommosse di Hong Kong un significato di “movimento per la democrazia” così alle sommosse in Iran, al contrario si definiscono come sfasciacarrozze o Black Block quei movimenti dentro l’area europea come i Gilet Gialli e i No Tav . Anche se poi fanno le stesse cose. Come si fa ad attribuire ad alcune bottiglie molotov, o bombe incendiarie o sampietrini la qualifica di “democratici” e ad altri no? Imponendo loro una definizione contraria? E ancora, come si fa a stupirsi per la polizia che rudemente sgombera una università occupata, quando di questi sgomberi, nei nostri lidi, ne abbiamo visti a dozzine; oppure stupirsi del divieto a manifestare col volto coperto quando in questo felice paese esiste fin dal 1975?: [“Chi, nel corso di un corteo, indossa sciarpe, cappucci o caschi in modo da coprire in tutto o in parte il volto commette reato” (Art. 5 L. n. 152/1975.)]. Ma anche da parte nostra non dobbiamo giudicare né definire rigidamente i movimenti, poiché sono spesso aggregati eterogenei. Né ignorare quei movimenti che riteniamo contrari ai nostri progetti, ricordiamo quanto è costato all’Unidad Popular di Allende nel Cile del 1973 aver sottovalutato gli scioperi dei camionisti e i cazerolados delle signore della borghesia cilena che chiedevano a piena voce un golpe, che poi c’è stato.
I media condannano il contegno riservato dalla polizia ai manifestanti, in un certo paese ed esaltano lo stesso contegno nei paesi le cui classi dirigenti sono in sintonia con le classi dirigenti di qua. Eppure, lo ripetiamo, questi comportamenti sono molto simili. Noi da queste parti ne abbiamo fatti e visti di scontri con la polizia, utilizzando tutto quello che si poteva utilizzare; ne abbiamo occupate di università, ne abbiamo visti di drappelli di poliziotti circondarci per stanarci da quegli edifici, abbiamo visto anche la polizia sparare e torturare come a Genova nel 2001.
Lasciamo da parte, dunque, le stupidità dei media e scrutiamo attentamente queste tumultuose manifestazioni per capire a cosa potranno portare, pur avendo progetti opposti. È questo un compito imprescindibile di oggi per le compagne e i compagni.
Una cosa la possiamo dire: ecco, di nuovo, esplodere la lotta tra le classi in maniera ben visibile, nel suo ambiente di elezione: la piazza! In maniera violenta perché tali sono i rapporti tra le classi. La ripresa del conflitto di classe e le forme accese del conflitto oggi lo rendono osservabile, nonostante lo sforzo dei media di nasconderlo o snaturarlo.
Vediamole in modo sintetico:
Bolivia – In Bolivia proseguono le proteste della popolazione che si oppone al golpe della destra appoggiata dagli Usa. Il bilancio provvisorio di arresti e feriti è in continua crescita, così anche le morti. La Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) ha affermato che l’alto numero di vittime, in prevalenza indigeni, è frutto della “repressione combinata di forze di polizia e dell’esercito”.
Cile – L’emblematica Plaza Italia, nel cuore della capitale, è stata nuovamente teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. La contestazione sociale è entrata nel secondo mese e non accenna a diminuire.
Libano – Morti e feriti, ponti e strade bloccate, cassonetti di immondizia e copertoni di auto incendiati, sotto attacco è il governo ma si notano volontà di un cambiamento radicale.
Francia – Il 17 novembre, a un anno dal loro inizio, sono ripresi gli scontri a Parigi fra gilet gialli e polizia, qualche barricata e transenne in fiamme a place d’Italie Assaltata a Parigi una sede della banca Hsbc, in avenue d’Italie, da un gruppo di manifestanti. Le forze dell’ordine hanno lanciato gas lacrimogeni per disperdere i violenti.
Iran – Le proteste scaturite dal caro benzina, si sono estese in molte città. La polizia ha sparato, ucciso e arrestato.
Iraq Dallo scoppio delle proteste contro il governo, al quale vengono rinfacciati corruzione, carenza di lavoro, servizi disastrati e politiche repressive, sono oltre 320 i morti.
Cina – Da mesi la protesta non cessa a Hong Kong e i manifestanti “pro-democrazia” si sono scontrati molto violentemente intorno al Politecnico di Hong Kong (comunemente chiamato PolyU); la polizia ha fatto irruzione: scontri nel campus e nei dintorni.
Myanmar – Scontri violentissimi tra ribelli della minoranza musulmana Rohingya e forze di sicurezza birmane.
Pakistan – Violenti scontri in Pakistan, dopo l’intervento della Polizia per mettere fine alle manifestazioni tra Islamabad e Rawalpindi per chiedere le dimissioni del Ministro della Giustizia, Zahid Hamid. La violenza, diffusasi anche in altre città, ha costretto il Governo a ricorrere all’intervento dell’Esercito. Si è riaccesa la rivolta del Kashmir, ancora in pieno svolgimento nonostante le incoraggianti iniziative di pace, è iniziata nel 1989 ed ha sempre rappresentato una guerra per procura tra i due colossi asiatici Pakistan e India (che dispongono anche di testate atomiche).
Burkina Faso –Da una parte nel paese africano ci sono le proteste sociali contro il governo, ultime quelle contro l’aumento del prezzo del carburante (+12%), con i protestanti ribattezzati “camicie rosse” sulla scia dei gilet gialli francesi.
Curdi – Dopo la dura battaglia per sconfiggere l’Isis, i curdi del Rojava si sono visti aggredire dall’esercito turco, che vuole ricacciarli indietro di molti chilometri. Il ritiro dell’aviazione Usa ha consentito alla Turchia di avere mano libera.
Sud Sudan – Il cessate il fuoco non tiene e la situazione è ormai fuori controllo nella capitale Giuba e nelle altre zone del Sud Sudan che sono in guerra da dicembre 2013.
E altri come: Ecuador, Haiti, Honduras, Argentina, Perù, Puerto Rico, ecc. ecc.
Movimento Femminista – La ripresa dcl movimento femminista, ancorato alla battaglia contro la violenza che le donne subiscono dagli uomini, si propone di abbattere la cultura patriarcale, di cui si ciba il capitalismo. È quindi un movimento esplicito contro il capitalismo e l’attuale ordine; un movimento che è sempre più presente in ogni angolo della società e in ogni parte del mondo.
Conflitti mai cessati
Aceh è una provincia autonoma dell’Indonesia, situata nell’estremità settentrionale dell’isola di Sumatra. Dal 1976 è teatro di una guerra tra i ribelli del Movimento Aceh Libero (GAM) e l’esercito indonesiano. I morti, secondo le fonti più accreditate, sono almeno 12mila, ma altre fonti parlano di 50mila, o addirittura 90mila.
Afghanistan Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Twin Towers ed il Pentagono. La reazione degli USA i dei loro alleati è stata di abbattere il regime del Mullah Omar e dei Talebani, accusati di nascondere Bin Laden. Nonostante la morte del leader talebano, il conflitto procede da 17 anni, e i morti sono più di 110.000, la maggior parte dei quali civili.
Burundi – Non è cessata la guerra tra le due maggiori componenti etniche del Burundi, i Tutsi e gli Hutu, iniziato nel 1993, ha provocato almeno 300.000 morti ed un milione di sfollati. Dopo un’interruzione nel 2004, sono ricominciate le guerre civili etniche.
Colombia – Da quasi quarant’anni la Colombia è sconvolta da una sanguinosa guerra civile tra governo, paramilitari e gruppi ribelli di estrema sinistra. All’origine di questo conflitto (300.000 morti) vi è una enorme disparità sociale tra classi dirigenti e popolazione che ha riproposto lo scontro nonostante la tregua recente.
Congo R.D. – Una “Guerra Mondiale Africana”, come è stata definita, che vede combattere sul territorio congolese gli eserciti regolari di ben sei Paesi per una ragione molto semplice: il controllo dei ricchi giacimenti di diamanti, oro e coltan del Congo orientale. Almeno 350mila le vittime dirette di questo conflitto, 2 milioni e mezzo contando anche i morti per carestie e malattie causate dal conflitto.
Filippine – Dal 1971 i musulmani di Mindanao hanno iniziato una lotta armata per l’indipendenza dell’isola. La guerra tra l’esercito di Manila e i militanti del Fronte di Liberazione Islamico dei Moro (MILF) ha causato fino ad oggi 150mila morti.
Yemen – La situazione politica dello Yemen, attualmente il Paese più povero del mondo, è molto complessa. Da una parte, vi è un conflitto  tra i ribelli sciiti Houthi e il governo di Abed Rabbo Mansour Hadi, appoggiato dall’Occidente e dell’Arabia Saudita (sunnita) per evitare che una vittoria dei ribelli possa portare a un rafforzamento della minoranza sciita nel territorio saudita.
Israele-Palestina – Un lungo conflitto, che affonda le sue radici nel dopoguerra, il 14 maggio del 1948, quando Ben Gurion dichiarò l’indipendenza di Israele, dopo la decisione delle Nazioni Unite di dividere la Palestina in uno Stato arabo e in uno Stato ebraico. Dopo oltre mezzo secolo di guerre e di patti storici falliti, di atti terroristici e di speranze di pace andate in fumo, la colonizzazione dei coloni israeliani di territori palestinesi continua senza sosta.
Libia – Nel 2014 è scoppiata una seconda guerra civile tra due coalizioni. I morti sono più di tremila, e la guerra civile non sembra fermarsi.
Nepal – I guerriglieri del Nepal sono in lotta contro la monarchia costituzionale del re Gyanendra (creduto l’incarnazione del dio Visnhu) dal 1996. Sono 8.000 le vittime in tutto l’arco del conflitto. Scontri a fuoco, rapimenti, attentati e estorsioni avvengono quotidianamente.
Siria – Dal 2011 la Siria è dilaniata da una guerra civile con diverse forze in campo, tra cui l’Isis e la Turchia.  Secondo alcune stime, i morti finora sarebbero molti più di 300.000.
Somalia – Dopo l’uscita di scena del presidente Siad Barre nel 1991, è iniziata una violentissima guerra di potere tra i vari clan del Paese, guidati dai cosiddetti “signori della guerra”. Una spirale di violenze che, fino ad oggi, ha provocato quasi mezzo milione di morti
Considerazioni:
Molti si erano illusi che, dopo il grande massacro della 2° guerra mondiale, le società avrebbero potuto vivere in pace. Credevano che la coesione sociale prodotta dalla democrazia potesse produrre una convivenza pacifica per far morire la dinamica sociale. Invece il conflitto si sta riprendendo il suo ruolo centrale sia nelle democrazie così come nei regimi autoritari. Il conflitto è il motore di ogni società e della storia nel suo complesso; ha in se l’energia vitale che tiene viva una nazione. Una società a lungo senza conflitto, muore!
Il Novecento ci ha presentato il conflitto in uno scenario privilegiato nel mondo del lavoro; come teatro la fabbrica, in particolare la grande fabbrica in cui si è consumata l’era della produzione di massa e si è affermato il mito del fordismo. Le condizioni di lavoro, la remunerazione del lavoro, le gerarchie e i rapporti di potere, erano la posta in gioco. La sospensione del lavoro e l’interruzione della produzione era lo strumento con cui questi conflitti venivano combattuti. Il conflitto in fabbrica era nel contempo causa ed effetto di un processo di socializzazione che aveva al centro il processo lavorativo e le esperienze di condivisione e di riconoscimento che in esso si generavano. Poi, a seguito dell’offensiva del capitale, appoggiata dalle burocrazie statali e istituzionali, il conflitto è stato gradualmente espulso dalla scena fino a non essere più l’evento campione della dinamica sociale. Venuta meno la dimensione collettiva, gli individui si sono ritrovati soli con le loro scelte di vita, spenta la fiducia nella possibilità di poter modificare collettivamente la realtà sociale secondo un disegno condiviso. il battage mediatico ha fatto sembrare irraggiungibili gli obiettivi di cambiamento sociale che la mobilitazione collettiva di ingenti masse di lavoratori si era proposta.
Dal secondo dopoguerra le centrali capitalistiche e finanziarie hanno posto le basi di un’egemonia culturale che avrebbe dovuto estirpare dal corpo delle società occidentali l’obiettivo dell’abbattimento dello sfruttamento e della disuguaglianza sociale. Hanno imposto il neoliberalismo come risultato della distruzione sistematica di tutti gli spazi e gli organismi collettivi che si erano formati nella società. Ma il conflitto, condotto anche con forme estreme, fa parte del normale metabolismo sociale, attraverso cui la società divisa in classi, trova, di volta in volta, i propri equilibri anche se parziali e transitori. Si è cercato di programmare un conflitto “regolato”. Ha funzionato finché le istanze rivendicate sono state in parte soddisfatte. Quando questo non è avvenuto il conflitto è fuoriuscito dalle “regole”, conquistando il ruolo di indicatore di problemi e contraddizioni sociali che la politica non è in grado di interpretare e dare risposta. Da tempo il sistema della rappresentanza ha perso la capacità di leggere le dinamiche sociali prodotte dai nuovi soggetti che si presentano sulla scena sociale con richieste e bisogni non previsti.
L’esplosione di conflitti forti come quelli attuali dimostra che questa ripresa è possibile in qualsiasi società, purché la condizione di vita siano vissute come insopportabili insieme alla convinzione che l’azione collettiva può cambiarle, scontrandosi con quelli che sono i difensori dell’ordine presente. Non lo impedisce il cambiamento delle basi economiche e della riproduzione sociale, più che altro sono di intralcio le basi culturali costruite sotto l’influenza dei media liberisti nelle quali gli individui costruiscono il loro progetto di vita, il loro modo di stare nella società. Questa cultura e marchingegni giuridici hanno prodotto una grande frammentazione, oggettiva e soggettiva, della società, gli individui si sono ritrovati confinati nel loro microcosmo e, poco a poco, sono stati relegati nell’egoismo individuale diventando ostili a progetti collettivi. Una cultura che ha saputo e sa nascondere la disuguaglianza dei redditi, in crescita esponenziale, dietro l’inganno che il possesso di massa di quelle merci che un tempo erano prerogativa dei possidenti, abbia avvicinato le classi. Al contrario!, il divario di classe è invece aumentato, sia durante le fasi di crescita economica, sia durante le fasi di crisi. Nella maggior parte dei paesi, tra cui l’Italia, la forbice tra ricchi e poveri è la più alta da 30 anni a questa parte. Tanto che oggi siamo arrivati che l’1% della popolazione mondiale (circa 70 milioni di individui) è più ricca di tutto il resto dell’umanità messa insieme.  80 persone si accaparrano l’equivalente di ciò che hanno i 3,5 miliardi più poveri (la metà della popolazione del globo). Per il 99% della popolazione Usa, ad esempio, la diminuzione è di 15 punti rispetto al 1980. Un trasferimento dal lavoro al capitale pari a 1.800 miliardi dollari che riporta la fetta di valore che spetta ai salariati al livello del 1920 (dati Ocse). E qualche imbecille parla di “progresso”!

Non c’è altra strada che sviluppare anche qui conflitti forti e decisi!

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Bologna: suicidio al carcere Dozza

L’ennesima vittima… non fa quasi notizia. Politiche di prevenzione all’anno zero

di Vito Totire (*)

Un giovane di 27 anni, Costantin Fiti, è l’ennesima vittima della assenza totale di una politica di prevenzione.

Un quotidiano di Bologna informa, il 23 novembre, del suicidio. Stando al monitoraggio di Radiocarcere sarebbe il 43° suicidio nelle carceri italiane del 2019 a fronte di un numero totale di 114 persone decedute.

I commenti registrati dalla stampa sono nel segno della rassegnazione e dell’impotenza. Parrebbe, da alcuni commenti, che la prevenzione fondi soprattutto – o eslusivamente – sulla vigilanza fisica che ovviamente è molto difficile con gli indici di affollamento delle carceri italiane; oppure che la prevenzione si basi solo sulla capacità di capire se e quando privare la persona di lacci e lenzuola. Nel caso dell’ultimo suicidio (prima di questo) abbiamo inviato un esposto alla Procura della Repubblica di Bologna che non ha ritenuto di sentirci sulla vicenda né ha probabilmente aperto alcun fascicolo sul filone di indagine che abbiamo proposto.

^leggi ancora

(*) Vito Totire è portavoce del coordinamento Chico Mendes e del Centro Francesco Lorusso

Per seguire i morti per suicido e per altri fattorinelle carceri italiane puoi andare  qui,   pagina sempre aggiornata.

NOTA: chi segue questo blog avrà notato che l’analisi che faccio sulla terribile esperienza delle morti in carcere per suicidio (senza sottovalutare le altre morti in condizione detentiva), è un po’ diversa da questa che pure con passione e sincerità viene posta da Vito Totire che ringrazio.

A causa della lunga frequentazione delle prigioni, da carcerato, ritengo che il suicidio sia l’estremo tentativo umano di sottrarsi alla galera, quando si verifica che altre fughe non sono possibili. Non ritengo, quindi, che una tecnica preventiva possa funzionare, giacché è proprio il sistema carcere non accettabile dalle dimensioni umane. In particolare la propensione al suicidio viene accentuata quando nei discorsi o programmi dei “politici” di governo si lanciano “speranze” poi frustrate, oppure si prospetta una linea di chiusura totale a ogni “speranza” per qualche piccola variante, ad esempio le misure alternative. Il responsabile delle morti è il carcere e chi lo esalta nella sua criminale funzione. La soluzione è costruire un Movimento per ABOLIRE IL CARCERE.

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“On est là”- Siamo qua – Note d’oltralpe sui Gilet gialli –

In Francia un anno fa, il 17 novembre 2018 prima giornata di mobilitazione con centinaia di blocchi su rotatorie e strade. si parla di 282mila manifestanti e 788 iniziative, contro l’aumento del prezzo della benzina e la politica sociale e fiscale del governo.
Alcuni compagni in Francia hanno scritto queste riflessioni.

^*^*^*^*^

“On est là”- Siamo qua
Gilets jaunes: il movimento tenace della Francia invisibile
Note d’oltralpe sui Gilet gialli

Note d'oltralpe sui Gilet gialli_
17 novembre. Ad un anno esatto dall'inizio delle mobilitazioni dei gilet
gialli francesi, vi inviamo la presentazione di un libretto che vuole
raccontare questo lungo movimento di lotta. Sono note per cercare di
capire meglio la composizione sociale e la determinazione di chi da 12
mesi rende la Francia un paese dove la conflittualità si diffonde.

I Gilets Jaunes (GJ) hanno aperto uno squarcio nella sensazione di
immobilità, di depressione e di impossibilità che spesso ci portiamo
dentro nel guardare le situazioni attuali. Uno squarcio che ci ha
permesso di intravedere alternative possibili.

Quello che è successo negli ultimi mesi in Francia ha fatto tremare
almeno un po' il governo e il suo sistema di governance, l'ha costretto
a riorganizzarsi e rendere ancora più esplicito il suo apparato
repressivo.

Molti tra coloro che sono coinvolti da tempo nelle lotte sociali hanno
incrociato e attraversato l'esperienza dei GJ rimanendovi impressionati
e respirandone fino in fondo la novità e creatività, ricevendo una
boccata d'aria fresca in un contesto altrimenti marcato da repressione.

Anche noi, che abbiamo avuto questa opportunità, abbiamo sentito il
bisogno di condividere esperienze, riflessioni e discussioni per
chiederci come l'esperienza dei GJ potesse contribuire attivamente anche
alle lotte fuori dal perimetro esagonale dove sono nati.

Per questo abbiamo deciso di raccontare pezzetti di quanto abbiamo
vissuto e visto. Proponiamo un'analisi "di pancia", che non ha la
pretesa né di essere esaustiva né di essere una teoria politica della
ricomposizione antagonista. Il nostro è uno sguardo soggettivo che prova
rispondere a delle semplici domande sul movimento: chi sono? Come
organizzano le loro lotte? Cosa vogliono?

Si tratta di note, che a qualche mese di distanza dalle incendiarie
giornate d'inverno, vogliono alimentare la riflessione sui gilet gialli,
non per proporre modelli da seguire, ma per diffondere degli spunti per
un confronto con chi vive nell'urgenza delle lotte sociali.

Perché i Gilets Jaunes sono appunto uno spazio di incontro, convergenza,
condivisione e conflitto, che ci dà da riflettere sulle prospettive
comuni.

Il testo in licenza Creative Commons, è disponibile in .pdf e .epub per
leggerlo, scaricarlo, stamparlo e diffonderlo liberamente.

                     Lo trovate qui: onestlagiletgiallihome.wordpress.com
                               Aiutaci a farlo circolare e a discuterne!
Per contatti:
Social: On est là - note d'oltralpe sui gilet gialli
Mail: on-est-la_gilet-gialli@riseup.net
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Tristi e drammatici i dati nelle Carceri – Aboliamole al più presto!

Morti in carcere al 12 novembre 2019: 113 morti di cui 41 suicidi

  • 49 donne in carcere con  52  bambine e bambini al di sotto di 3 anni

Detenuti presenti: totale 60.985, di cui donne 2.676; di cui stranieri 20.149 (donne straniere 958) su una capienza di 50.474  = Sovraffollamento di 10.511 unità

a Roma:

*Rebibbia femminile 361 presenza su 269 posti di cui straniere 156

*Rebibbia Nuovo complesso (giudiziario) 1.602 presenze su 1.164 posti disponibili (di cui 470 stranieri);

*Rebibbia Casa di Reclusione: 314 presenze su 443 posti (di cui 59 stranieri)

*Rebibbia Terza Casa: 81 presenza (di cui 13 stranieri) su 172 posti

*Regina Coeli: presenze 1.048 (di cui 535 stranieri) su 616 posti

*Detenuti usciti dagli Istituti Penitenziari ex L.199/2010 (consente di  scontare presso la propria abitazione una pena detentiva non superiore a 18 mesi) dall’entrata in vigore fino al 31 ottobre 2019 –  26.545   (di cui stranieri 8.431)

Uffici di Esecuzione Penale Esterna -Soggetti in Carico –  al 15 ottobre 2019:

maschi 90.952 femmine 11.374 totale 102.326

Carceri  minorili

Centri di prima accoglienza = presenti 8, maschi 8

Istituti penali per i minorenni = presenti 369, maschi 345, femmine 24

Comunità ministeriali = maschi 20, totali 20

Comunità private = maschi 983, femmine 88, totale 1.071

Totale presenti al 15 ottobre 2019 = maschi 1.356, femmine 112, totali 1.468

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E’ caduto il muro di Berlino! Chi si è fatto male?

Molti giorni prima del 9 novembre la grancassa ha cominciato a battere. Praticamente tutti i media hanno iniziato i festeggiamenti e le analisi per il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e la costruzione di tanti, troppi altri muri.

Tra le tante chiacchiere inutili somministrate, un giornale tedesco il Der Spiegel ha intervistato la cancelliera tedesca Angela Merkel che al tempo era cittadina dell’est, membro del movimento giovanile socialista Libera Gioventù Tedesca e ha studiato Fisica all’Università di Lipsia. L’intervista è (qui)

Ecco alcuni brani dell’intervista:

DER SPIEGEL: la Germania celebra il trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Immagina, se vuoi, che il muro non era mai caduto e la Germania dell’Est (RDT) stava celebrando il 70 ° anniversario della sua fondazione questo autunno. Cosa pensi che sarebbe diventato di te?

Merkel: Certamente non saremmo qui a parlarci. Questo è chiaro.

DER SPIEGEL: E cosa faresti?

Merkel: Avrei potuto almeno realizzare il mio sogno. Nella Germania orientale, le donne andavano in pensione a 60 anni, quindi avrei ritirato il mio passaporto cinque anni fa e avrei viaggiato in America. I pensionati potevano viaggiare al di fuori della Germania orientale. Quelli che non erano più necessari come operai socialisti erano autorizzati a uscire.

In queste poche righe vengono sfatati alcuni pregiudizi:

1- non è che il muro fosse lì per impedire la “libera circolazione delle persone” ma per evitare che alcune persone dopo aver studiato nelle ottime università dell’est, gratuite, poi andassero a impiegarsi nelle aziende dell’ovest. Un fenomeno che si incrementava, cui i dirigenti dell’est risposero, stupidamente, con la costruzione del muro.Difatti, finita l’età lavorativa, si poteva andare dove si voleva.

2 – le lavoratrici andavano in pensione a 60 anni. Mentre nelle libere democrazie, come da noi, le lavoratrici sono costrette ad aspettare fino a 67 anni di età. Chissà cosa ne pensano le lavoratrici del mondo “libero”?

Operatori e operatrici dei media avrebbero potuto soffermarsi su queste cose, loro che sono avvezze/i a scovare ogni piccolo particolare, invece silenzio totale, bah!!!

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Mercoledì 13 Nov. Presentazione “Esclusi…” all’Archivio dei Movimenti

Archiv MovimentiChi vuole scaricare e leggere il libro è qui

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Le ultime parole di Enrico

Un mese fa il compagno Enrico si è suicidato, buttandosi dalla finestra della casa dove abitava a Parigi. Enrico, un compagno e caro amico, era a Parigi da oltre trent’anni esule e rifugiato, insieme a decine di altre compagne e compagni sfuggiti alla mannaia giustizialista, quella che persegue senza tregua chi si ribella; a ciò si era aggiunta l’aggressione di un tumore:  vedi il post precedente
Di seguito un suo documento scritto alcuni giorni prima di morire a proposito della lotta di classe in Francia, all’interno di un dibattito sui “gilet gialli” che mantenevamo per e-mail;
a questo segue la lettera di addio, lasciata da Enrico sul computer, in cui dice i motivi che lo hanno spinto a tanto.
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É un po’ di tempo che cerco di scrivere qualcosa per “fare conoscere le mie valutazioni” (come gentilmente dici tu), ma le variabili a prendere in considerazione sono cosi’ numerose e la situazione cosi’ complessa che mi stà prendendo molto più di tempo di quello che all’inizio avevo stimato, ed in più sono solo. Se non si vuole fare un’analisi troppo semplicistica e facilmente attaccabile/criticabile bisognerebbe dilungarsi un po’ (perdendo di conseguenza in sintesi). Non sono mai stato un buon scrittore, nè un buon oratore (sono i miei limiti), ma ho sempre avuto delle buone intuizioni che pero’ non riesco a comunicare correttamente agli altri, quindi ho bisogno di spazio e di tempo.

Provo a buttare giù qualche punto, una specie di scaletta (ma sei stato sempre tu il professionista delle scalette… hihihi !).

Posso dirti per quale ragione quell’articolo de “Le Figaro” mi ha molto colpito e mi ha sorpreso (sorpreso a causa della tribuna da cui viene), e mi ha dato degli spunti di reflessione.

L’articolo in sintesi dice che il solo salario versato dal “padrone” non è più sufficiente a riprodurre la forza lavoro, quindi lo Stato con i suoi aiuti partecipa direttamente (pagando con la redistribuzione) alla riproduzione della forza lavoro, o come minimo, la parte competente allo Stato è in aumento. In questo contesto s’inscrive anche la discussione più larga sul « reddito di cittadinanza ».

La frase di Macron, frase che compare anche nell’articolo intitolato « Quanti francesi possono vivere senza aiuti dello Stato? » [il titolo dice tutto], è chiara nell’analisi che ne fà : “Vogliamo una Francia in cui si possa vivere degnamente dal proprio lavoro”, quindi vuol dire che pur avendo un salario pieno ed un posto fisso si vive indegnamente.

Questo si riconnette al movimento dei “giletti gialli”.

Una delle caratteristiche di questo movimento originale è che IMMEDIATAMENTE (dall’inizio, da novembre) non domanda più salario al proprio “padrone”, ma domanda più soldi allo Stato. Non domanda più salario diretto (nella busta paga), ma domanda più salario indiretto (più d’aiuti). [Quasi come se avessero capito che non possono avere un’aumento del salario, non possono aumentare il costo della merce all’interno di un mercato mondializzato e supercompetitivo]. Non cerca come interlocutore gli imprenditori, ma si rivolge direttamente allo Stato domandando una differente ridistribuzione della ricchezza nazionale, e spinge lo Stato a cercare il finanziamento facendo pagare le GAFA ed i più ricchi che evadono il fisco.

Collocandosi sul piano dello Stato, questa lotta diventa immediatamente di classe, e quindi politica a causa dell’interlocutore scelto. Con questo non voglio dire che una lotta salariale in fabbrica non è politica (tutto è politico dicevamo qualche anno fà… hihihihi!). Ma che saltando da subito il rapporto capitale/lavoro classico/tradizionale e ponendosi contro lo Stato, il contenuto è differente.

Domandano più di solidarietà nazionale quindi più di « socialismo ».Il piano economico di Macron dall’inizio del suo mandato è sempre stato quello di favorire il grande e medio capitale (finanziario e no, per esempio abolizione delle tasse sulla fortuna, diminuzione delle cotizzazioni salariali a carico dei padroni) a scapito del proletariato (fino a qui niente di nuovo, una politica di destra). Questo piano si materializzava per un risparmio di 60 miliardi di euro in due anni :

diminuzione degli aiuti (spesa sociale), diminuzione dei budgets della spesa pubblica (sanitaria, istruzione, trasporti, diminuzione della massa salariale nelle istituzioni statali, compresa la polizia ed ecc…; la lista è lunga) e spostando il carico fiscale dal diretto (tasse sul reddito, [nota bene, il 45% delle famiglie francesi, quelle che percepiscono i redditi più bassi, è già esente dalla tassa del reddito, se dovessero pagare in più anche le tasse sul reddito, la forza lavoro non potrebbe più riprodursi]) a quello indiretto (IVA, accise sul carburante, sui tabacchi, racket delle multe, cotizzazioni a carico dei salariati e dei pensionati, ecc).

Ma il movimento dei “giletti gialli” a sorpresa (nessuno l’aveva visto venire) con la sua radicalità e con i suoi contenuti cambia completamente la situazione. La gente non riesce ad arrivare alla fine del mese e lo Stato gli domanda di partecipare alla lotta contro la fine del mondo pagando più cara la benzina. Lo slogan è chiarissimo « Il mio problema è la fine del mese, non la fine del mondo » risponde la popolazione.

Nel mese di dicembre tutto si cristallizza spontaneamente ci troviamo in fase pre-insurrezionale (qualcuno parla addirittura di fase insurrezionale pura). I più radicali nel movimento non occupano le fabbriche, non attaccano la Confindustria, non paralizzano i depositi di carburante, ma attaccano le banche, i negozi di lusso, i negozi appartenenti alle multinazionali (coloro che non pagano le tasse, quindi che non partecipano ad una potenziale ridistribuzione) ed addirittura una prefettura e la sede di un ministero.

Qualche parola d’ordine del movimento esprime/afferma “assaltiamo il palazzo d’inverno” (la zona del palazzo presidenziale diventa zona rossa, nessuno puo’ più avvicinarcisi) ed il movimento raccoglie il consenso della maggioranza dei francesi (si è arrivati al 80% di consenso), quasi tutti i francesi dicono che i “giletti gialli” hanno ragione.

Una parola sulla composizione sociologica del movimento “giletti gialli” : la maggioranza viene dal terziario (servizi, ecc), più del 50% viene dalle zone rurali (la provincia), pochissimi disoccupati, assenza quasi totale di sottoproletari, e pochi operai, ma moltissimi precari, studenti e non, artigiani, piccoli commercianti, piccoli agricoltori strozzati dalla crisi, pensionati e molte donne divorziate con figli. I rurali picchettano 24/24 gli incroci stradali in provincia, vengono il sabato nelle grandi città per manifestare, ma dopo la manifestazione ritornano in zone con una scarsa densità d’abitanti. All’interno del movimento non ci sono nè i sindacati, nè i partiti (l’estrema destra infiltra il movimento, ma ufficialmente non partecipa), e nessuno li vuole. Per questa gente, il termine « politica » è già sinonimo di conflittualità [con questo faccio riferimento a Piazza Statuto ed alle tre categorie d’Accornero conflittualità-antagonismo-rivoluzione], di mediazione, quindi NON vogliono un movimento politico, ma sono già « politici », non vogliono essere recuperati dalla politica « tradizionale » quindi traditi, non vogliono nemmeno una direzione politica propria, vogliono di più, sono già come minimo antagonisti.

I proletari francesi storicamente sono tendenzialmente molto più « anarchicheggianti » che gli italiani. In quanto anarchici, rifiutano tutte forme d’organizzazione statale e non (anche la loro propria organizzazione), una centralizzazione decisionale è già sinonimo di democrazia indiretta, di mediazione e di corruzione dei valori. Vogliono una democrazia diretta (non a caso uno degli obbiettivi è il referendum di cittadinanza).

Sanno quello che NON vogliono (per esempio la democrazia rappresentativa), senza sapere quello che vogliono, a parte vivere meglio e produrre diversamente, sono implicitamente e oggettivamente già anticapitalisti. All’interno del movimento sono presenti tutte le posizioni politiche possibili ed immaginabili (la base di destra e sinistra classica, anarchici, estrema sinistra, estrema destra), ma anche un sacco di gente senza ideologia politica e che non ha mai partecipato a nessuna lotta nè politica, nè salariale. I giudici chiamati a giudicare i fermati si trovano di fronte a persone incensurate (donne e uomini), senza antecedenti politici, età media 40-45 anni (gente che non avendo mai partecipato ad alcuna lotta di strada non ne conosce nemmeno le regole e si fanno acchiappare). Insomma gente “normale” (i giornali parlano di “popolo”, quindi sono dei populisti, dicono).

Macron si caga letteralmente sotto, perché centralizzando il potere nella sua persona (non ha un partito « classico », non ha un sindacato, i suoi deputati vengono dalla società civile, non ha sezioni territoriali, non ha rappresentanti politici territoriali, non ha militanti, É PRATICAMENTE SOLO, quindi è anche il target) è proprio lui il nemico da abbattere.

Se sparisce Macron, sparisce anche il macronismo, è lui che incarna il programma politico. Quindi in fretta e furia, aumenta il livello della repressione, ma nello stesso tempo, in dicembre, concede 10 miliardi di euro al movimento (non aumenta il salario minimo legale, perchè il « salario tradizionale » è versato dal “padrone”, ma aumenta la parte competente allo Stato, « invitando » [hihihihi !] le imprese a versare un premio di produzione). Ed in aprile (dopo il dibattito nazionale) aggiunge altri 7 miliardi d’euro (qualcuno dice 8). Teniamoci prudenti diciamo 17 miliardi in tutto, molto di più di quello che le lotte sindacali e sociali hanno ottenuto nei precedenti 5-10 di conflittualità sociale.

Com’è possibile ?

Voleva risparmiare 60 miliardi d’euro ed invece sceglie (obbligato o no) di darne 17 ?

Come diminuire la spesa statale ed aumentare la ridistribuzione della ricchezza ? Come si fà ad essere più « socialista » (lo dice anche l’articolo de Le Figaro « … diventando più capitalista e socializzando sempre più i frutti della sua crescita…) all’interno d’un sistema capitalistico mondializzato e hyper-liberale ?

E non è finito qui. La ragioni per le quali il movimento è nato sono ancora tutte presenti, anche con 100 euro in più, la fine del mese resta ancora lontana. I 17 miliardi concessi dal governo sono solo una goccia d’acqua in rapporto a quello che il movimento aspetta. Anche se assopito dal lungo conflitto e criminalizzato (sono 6 mesi di lotta con una frequenza di una manifestazione ogni sabato), il movimento puo’ ripartire spontaneamente ad ogni momento (ma il contrario è anche vero) ed il governo ha dei margini di manovra molto stretti.

Macron resta in situazione di fragilità estrema, egli non ha una vera base elettorale stabile su cui appoggiarsi, chi lo vota cambia continuamente, l’ala della sinistra moderata che era riuscito a cooptare lo stà già abbandonando e riesce a pescare solo alla sua destra. Gli ecologisti si stanno rinforzando sia a destra (la sinistra macroniana) che a sinistra (partito socialista, comunista, insoumis). Storicamente il movimento ecologista francese ha una base di sinistra, vedi anche di estrema sinistra (parlo di base, i vertici del movimento ecologista hanno delle posizioni più variegate, esiste anche un ecologismo di destra, per esempio i cacciatori).

La CGT e i partiti di « gauche » cercano solo di cavalcare il movimento (parlo dei « gilets jaunes ») in maniera strumentale per potersi rinforzare, perchè più nessuno crede nella vecchia sinistra e le tessere diminuiscono ogni mese. Non li capiscono e non cercano nemmeno di capirli ed il movimento non vuole nemmeno sentirne parlare. Il 1° maggio (la giornata dei lavoratori), la CGT non è nemmeno riuscita a prendere la testa del corteo, la testa l’hanno presa i «gilets jaunes» ed i «black-blocs».

Digressione elettorale voto europeo. Il PCF non avrà nessun deputato a Strasburgo perchè il minimo era il 5% dei voti, e loro sono a 3,2%. I socialisti e gli insoumis hanno 6% dei voti ciascuno, mentre gli ecologisti hanno più di 13% (socialisti + insoumis insieme hanno meno voti che gli ecologisti da soli), la vecchia destra classica crolla da 20% a 8%, su una partecipazione del 50% degli elettori. Il movimento « giletti gialli » non è andato nemmeno a votare, nonostante la presenza di diverse liste indipendenti dichiaranti ne essere la loro espressione e di voler portare i loro contenuti.

Non siamo ancora alla fine del ciclo, per molti osservatori, siamo solo all’inizio di questo movimento dei “giletti gialli”. E tra le altre cose, niente sarà più come prima, i contenuti espressi sono un punto di non-ritorno. Nessuna altra lotta potrà cominciare senza ripartire da dove sono arrivati i « giletti gialli ».

Le mie valutazioni sono lontane dall’essere complete, con queste righe ne sviluppo parzialmente solo qualcuna. Continuo a sentirmi marxista, nel « Capitale » tutte queste cose ci sono già (alla faccia di chi dice che il marxismo è morto).

La lotta di classe è sempre esistente, solo le figure centrali « forse » sono differenti. La tua benevolenza mi permette d’essere anche un po’ impreciso, so’ perfettamente che sai leggere tra le righe e capirai il senso ed il fondo delle cose che dico a scapito della forma. Come vedi non sono dotato « in sintesi » e le variabili sono tantissime, le vecchie categorie non sono più utilizzabili, ma le nuove non ci sono ancora. Come spiegare le cose quando le parole hanno un senso differente che nel passato ? Potrei e vorrei parlare per delle ore.

Prendi queste « valutazioni » semplicemente come degli spunti.

…e questa è la lettera recuperata dal suo computer: una lettera d’ addio!

Il cancro mi stà distruggendo sopratutto fisicamente. Non sopporto di vedermi deperire giorno giorno dopo giorno. Questa malattia è nel moi caso incurabile, finchè il compromesso entro i vantaggi e gli svantaggi mi permetteva di avere delle piccole soddisfazioni le ho accettate, ma questo periodo è revoluto, quindi a quale « pro » aspettare la morte senza altra alternativa. La vita non ha più senso per me.
Sopravivvere senza alcun scopo e senza alcuna speranza è inaccetabile.
Come nella canzone di Nina Simone “My Way” (https://www.youtube.com/watch?v=E5slKnOULnU), ho vissuto a modo mio, nella più grande sincerità possible, ma non sono stato sempre il più onesto possible con tutti.
Ci sono alcuni atti che ho commesso che mi hanno pesato tutta la vita, me ne sono sempre vergognato, fino ad avere delle scosse di ribrezzo e di rabbia verso me stesso. In quei momenti mi facevo schifo, perchè avevo ceduto all’opportunismo di cui ho orrore. Ma nell’insieme non ho vergogna del mio percorso. Non sono mai stato ipocrita, ho sempre difeso quello in cui credevo senza tenere conto dei vantaggi o degli svantaggi che ciò mi avrebbe procurato. Fino a mettere la mia stessa vita in pericolo, ma con l’orrore che se avessi scelto il mio interesse primario contro ciò in cui credevo, non avrei potuto guardarmi in faccia davanti allo specchio. Stimarmi è stata sempre la mia divisa. Ci sono riuscito ? Veramente non lo so’, ma l’importante è che ho fatto tutto il mio possibile per non deludermi, il solo metro di misura che per me ha sempre contato. Sarei potuto diventare un piccolo borghese e pensare al mio interesse senza tener conto degli altri, ma il mio umanesimo non poteva non tener conto della felicità degli altri. Potevo essere felice se anche le personne che amavo potessero beneficiare della stassa mia felicità, adirittura quelle che non conosco, l’Uomo con la U maiuscola.
Evidentemente ho commesso anche molti errori, cercando di riconoscerli e di correggerli quando potevo, anche lì ho fatto del mio meglio in tutta onestà.
Mi tolgo la vita in tutta semplicità, senza nessuno che mi abbia spinto o influenzato. È la mia scelta.
Ho amato stimato ammirato molte persone e qualcuna mi ha amato, ringrazio quest’ultimi, non ho mai capito perchè mi amavano, ma è successo e queste persone sono state molto importanti per me. Amore fraterno, amore fisico, donne e uomini tra cui primi tra tutti i miei compagni di lotta, compagne e compagni che si riconosceranno perchè spesso gliel’ho detto. Salvo, Barbara, Picchio, Mario, Prospero, Bertolazzi, Giovanni, Maurizio, Roberta, Marina ed ect, sapranno riconosceri.
Ma anche persone come Mimi, André, Danièle, Remo, Irene Villa (mi ha molto aiutato financiarement), Irene Terrel, Lucia, Erika, Judith, Gigi Bergamin, Mai, Liana, mia sorella anche se con lei le contraddizioni sono state bellissime e bruttissime, facendoci passare per dei momenti indimenticabili e dei momenti bruttissimi. Mi ha reso felice ed infelice con la stessa intensità, ma non gliene voglio, ognuno cerca di fare del suomeglio. Ed io non sono nessuno per poter giudicare gli altri. Ho sempre creduto che le donne sono la parte migliore dell’umanità e qualcuna tra quelle che ho incontrato mi hanno addirittura amato (non sò come ringraziarle). Tutte queste parole potrebbero sembrare distanti e fredde, ma garantisco che sono assolutamente sentite fino nel mio profondo. Tutte queste persone mi hanno aiutato a vivere, e esattamente per essere accettato da loro che i miei sforzi si sono concentrati.
Ho ingerito 4 scatole de Fentanyl (30 pillule, forse un po’ meno), più de l’Oxynorme, j’ai ajouté de la vodka et tout ce que pouvais per non fallire nel mio suicidio. Anche se questo tentativo fallisce : Dichiaro :
Non voglio più vivere voglio assolutamante che tutte le cure siano interrotte, restare in vita come un vegetale non m’interessa, e in quanto materialista et razionalista non credo nella vita dell’aldilà. Sono un mammifero e dopo la mia morte non credo c’è altro che decomposizione della materia che partecipa al ciclo della natura.
MY WAY, Nina simone la mia canzone preferita, mi piacerebbe che sia utilizzata il giorno X.

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queste le parole della canzone che Enrico amava:

E ora la fine è vicina
E quindi affronto l’ultimo sipario
Amico mio, lo dirò chiaramente
Ti dico qual è la mia situazione, della quale sono certo
Ho vissuto una vita piena
Ho viaggiato su tutte le strade
Ma più, molto più di questo, l’ho fatto alla mia maniera                

Rimpianti, ne ho avuto qualcuno
Ma ancora, troppo pochi per citarli
Ho fatto quello che dovevo fare
Ho visto tutto senza risparmiarmi nulla
Ho programmato ogni percorso
Ogni passo attento
lungo la strada
Ma più, molto più di questo, l’ho fatto alla mia maniera

Sì, ci sono state volte, sono sicuro lo hai saputo
Ho ingoiato più di quello che potessi masticare*
Ma attraverso tutto questo, quando c’era un dubbio
Ho mangiato e poi sputato
Ho affrontato tutto e sono rimasto in piedi e l’ho fatto alla mia maniera
Ho amato, ho riso e pianto
Ho avuto le mie soddisfazioni, la mia dose di sconfitte
E allora, mentre le lacrime si fermano, trovo tutto molto divertente
A pensare che ho fatto tutto questo;
E se posso dirlo – non sotto tono
“No, oh non io, l’ho fatto alla mia maniera”

Cos’è un uomo, che cos’ha?
Se non se stesso, allora non ha niente
Per dire le cose che davvero sente
E non le parole di uno che si inginocchia
La storia mostra che le ho prese
E l’ho fatto alla mia maniera

Sì, alla mia maniera

ciao compagno Enrico è stato bello camminare per lo stesso sentiero!

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La stupidità dei razzisti non ha limiti

Che i razzisti appartengano alla schiatta degli scarsamente intelligenti, impastati di ignoranza strutturale è cosa risaputa. Eppure ogni volta si sforzano di ricordarcelo. Ci pongono, sotto i nostri occhi, ormai disattenti, il loro incremento di stupidità, anche ideologica, senza sforzarsi di trovare affinità.

Molti di questi faziosi cretini hanno coltivato l’illusione di aver trovato nelle legioni dell’impero romano i loro campioni, i loro guerrieri vincenti, quei guerreggianti che hanno imposto la latinità e sottomesso, col ferro e col fuoco, le altre popolazioni di quest’area del mondo: Europa, medio Oriente e nord Africa.

Nessuno ha mai spiegato loro, né hanno avuto il piacere di sfogliare un libro in cui si racconta che tra i più grandi imperatori romani si segnala un certo Settimio Severo, non proprio alto e biondo, né di carnagione chiara come i gli scadenti film di Hollywood hanno spesso mostrato.

Settimio Severo, imperatore romano dal 193 d.C. fino alla sua morte (211) era nato a Leptis Magna sulla costa mediterranea della attuale Libia. A quei tempi non era avvenuta la colonizzazione araba e, nel nord Africa, convivevano popolazioni berbere, nubiane e puniche e Settimio era di carnagione molto scura, era un africano, un “neger” come i cretini blaterano. Le sue autentiche sembianze si possono osservare nel “Tondo Severiano”, conservato a Berlino, dove Settimio è rappresentato con la moglie Giulia Domna e assieme ai figli Caracalla e Geta (il cui volto è stato abraso in virtù della damnatio memoriae voluta dal fratello), vedrete il colorito della pelle dell’imperatore più scuro di come gli stolti immaginano un imperatore romano.

È stato un grande imperatore sul piano militare, le campagne in Britannia e contro i Parti le trovate scolpite sull’Arco di Trionfo, ma anche un grande politico: tolse il divieto ai soldati di sposarsi mentre erano in attività e altre grandi innovazioni istituzionali nel rapporto tra Senato e imperatore, che sviliva il ruolo del Senato realizzando la prima forma di autocrazia. La dinastia che ha preso origine da lui, ha visto importanti imperatori meticci, come Caracalla, che fece costruire l’enorme impianto di terme che porta il suo nome e che promulgò la Constitutio Antoniniana che concedeva la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’Impero di condizione libera, una legge più avanzata dello jus soli, un provvedimento che i citrulli razzisti e i loro capi che siedono in parlamento non capiranno mai. Una estensione della cittadinanza che fu una spinta importante all’uniformazione delle amministrazioni cittadine dell’impero romano.

Ovviamente non solo africani, tra gli imperatori romani ve ne sono di provenienza dall’Illiria, dalla Dalmazia, dalla penisola iberica, dalla Germania, dal Medio Oriente e dalla Siria, insomma da tutti i punti della terra da dove potevano giungere persone capaci di portare avanti il progetto imperiale. Il colore della pelle, come la provenienza, l’etnia o la religione non contavano nulla.

Sono tante le critiche da rivolgere all’impero romano, secondo me, e qui non il caso di enumerarle, ma non erano certo razzisti, non avrebbero potuto esserlo dovendo tenere in piedi un impero di oltre sei milioni di chilometri quadrati.

L’impero romano, come ogni costruzione umana che ha avuto o ha una certa rilevanza è stata frutto di migrazioni e ancora migrazioni, nomadismi e spostamenti e ancora accoppiamenti incrociati e meticciato.

E allora stupidi razzisti, oltre l’imbecillità, cosa vi tiene in piedi?

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