Domenica 25 ottobre presentazione Cos’è il Carcere a Marino (RM)

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Per la verità sulla morte del detenuto Eneas

suicidioCome molti sapranno Venerdì 25 Settembre 2015, un ragazzo di 29 anni è stato trovato morto in una cella del carcere di Pesaro, il suo nome era Anas Zamzami per tutti Eneas, detenuto per l’accusa di falsa identità e resistenza a pubblico ufficiale con una pena (reato commesso nel 2011) per cui doveva scontare 12 mesi, ne aveva gia scontati 5 benchè il codice penale art.199/2010 preveda gli arresti domiciliari per pene inferiori ai 18 mesi.

La versione del Casa Circondariale di Villa Fastigi è che il decesso è avvenuto per suicidio, ma per familiari ed amici di Eneas le dinamiche dei fatti risultano poco chiare, inoltre Eneas avrebbe ottenuto l’udienza per i domiciliari il 21 Ottobre, nonostante la richiesta fosse stata inoltrata nel mese di Giugno, infatti, attualmente sono in corso indagini per istigazione a suicidio da parte del Ministero della Giustizia.

Per chi lo conosceva, Eneas non aveva avuto un “trascorso importante di tossicodipendenza” né problemi psichici, sicuramente non prima di entrare in carcere, dai rapporti mantenuti durante le visite con i familiari e tramite comunicazioni per lettere con l’esterno, non sembra che lui non fosse in grado di comprendere “il disvalore delle proprie condotte né recepire le azioni di sostegno”.

Leggendo il rapporto dell’associazione Antigone (del 2010) sulla casa circondariale di Pesaro, ci rendiamo conto che le condizioni dei detenuti sono al limite: celle progettate per 1 persona in cui ne risiedono due, spazi comuni insufficienti come numero e dimensioni e carenza di personale.

Ci chiediamo se queste condizioni siano adeguate e quanto possano compromettere la salute psicofisica di una persona dopo 5 mesi, Eneas si lamentava delle condizioni di vita nell’Istituto che l’avevano portato ad una significativa perdita di peso e di fiducia verso chi lo circondava.

Eneas era in Italia dall’età di 6 anni e aveva frequentato le nostre scuole pubbliche e dopo anni di lotta era riuscito ad ottenere la cittadinanza italiana proprio il giorno del suo arresto, questo per porre l’attenzione sul motivo che l’aveva portato quel giorno del 2011 a dare una falsa identità e ad opporsi alle forze dell’ordine.

Mercoledì 14, alle ore 18:00 nei locali dell ex-snia (centro sociale in Via Prenestina 173 a Roma) si terrà un incontro al quale invitiamo tutte le realtà interessate, per un confronto e per costruire insieme la giornata del 25 Ottobre sul tema carcere e raccolta fondi a sostegno delle spese legali per cercare di fare chiarezza sul caso di Eneas.

compagn* di Eneas

Forse non sono solo i ristetti spazi della cella, non solo gli impianti insufficienti del carcere di Pesaro, Eneas era stato tenuto sotto osservazione psichiatrica per mesi nelcarcere di Ascoli, etichettato come tossicodipendente, come soggetto che manifesta comportamenti irregolari, un marchio che lui percepiva come uno stigma indelebile, e lo era; che gli impediva di pensare a un percorso di vita futuro da realizzare in libertà e con le persone da lui scelte.

È questa la devastazione che il carcere impone! (salvo)

Vedi anche qui

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8 ottobre 1969

È il 1969, l’autunno è esploso. In realtà dalla primavera gli scioperi erano iniziati. Siamo a fine settembre e le trattative per il rinnovo del contratto  vanno al rilento. I punti di opposizione padronali alle richieste operaie sono incentrate sul non voler sganciare il salario dalla produttività (quanto è attuale questo argomento: in questi giorni per manovra congiunta governo –padroni si vuole reintrodurre il salario legato alla produttività).

Tra i settori più combattivi della classe operaia si afferma l’idea, già sperimentata negli scioperi di 1969-assembleaprimavera (in particolare all’officina 32 della Fiat Mirafiori), degli scioperi a scacchiera, con fermate improvvise e articolate, con presenza dentro le officine, con cortei interni e occupazioni momentanee. L’assemblea operai-studenti, che si ingrossava via via, appoggiava gli scioperi a scacchiera.

Così gli ultimi giorni di settembre ’69 in numerose officine di Mirafiori partono scioperi spontanei.

Il 1° ottobre contro gli straordinari all’Officina 54, i giorni seguenti seguono altre officine e anche alla Lancia. La novità è che i sindacati torinesi non si contrappongono inizialmente a questi scioperi (come faranno in seguito), ma “coprono” questi scioperi spontanei chiamando i delegati a raccogliere questa tensione e rilanciarla. Sperano così di riprendere il controllo della situazione ormai sfuggita di mano. Il 3 ottobre l’assemblea di delegati e dirigenti sindacali alla Camera del lavoro accetta (non poteva fare altrimenti) la lotta articolata e il 5 ottobre anche le direzioni nazionali dei sindacati metalmeccanici proclamano in tutte le fabbriche italiane lo sciopero con queste modalità articolate.

È l’8 ottobre, 4 ore di sciopero per ogni turno. Durante lo sciopero non si esce dalla fabbrica (gli operai non volevano più uscire: che senso ha –dicevano- starsene a casa o al bar per contrastare il padrone?) ma si tengono assemblee per decidere le forme successive di queste nuove forme di lotta e si eleggono i delegati di squadra (per controllare i ritmi di lavoro) che vanno ad affiancare e a volte a sostituire quelli di officina. Le idee diventano immediatamente pratica: sciopero articolato ma in ogni reparto a orari diversi e con cortei interni, quelli che spazzano i reparti e raggiungono le palazzine degli uffici, facendo uscire impiegati e funzionari recalcitranti. Il 9 e il 10 ottobre scioperi e cortei interni sempre più duri proseguono, raggiungendo il numero di 250.000.

Fiat 1Venerdì 10 ottobre: alle sei del mattino inizia il primo sciopero. Assemblee volanti e cortei spazza-reparto e uffici e anche gli schieramenti di guardioni che vogliono fermarli, alla testa del corteo bandiere rosse, cartelli e fischietti. Alle 16 secondo turno di sciopero. Arriva polizia e carabinieri, lo scontro e durissimo, lacrimogeni e cariche, pietre e bulloni dall’altra parte. Alcuni operai vengono arrestati e richiusi nei cellulari sopraggiunti. Gruppi di operai escono aprono il furgone e liberano gli arrestati. La palazzina degli uffici è devastata, numerosi guardioni avranno bisogno di cure per contusioni multiple. A gran voce si chiede assemblea e occupazione e prolungamento dello sciopero, mentre molte macchine di dirigenti si ribaltano. Corre voce che l’Unione industriali minaccia una serrata e accusa la polizia di “passività”; come risposta alcune migliaia di operai decidono di occupare.

I sindacati iniziano a prendere la distanza da uno scontro che diventava ingovernabile da loro: «…ogni fatto che possa dar modo al padrone di assumere iniziative per spostare i termini e gli obiettivi della lotta, così come gli atteggiamenti di quei gruppi, come ad esempio “Lotta Continua” le cui indicazioni di fatto collimano con gli intendimenti provocatori della Fiat, devono essere isolati e respinti con la massima decisione…». Ma questo linea di lotta nel frattempo  si era espansa in tutte le fabbriche torinesi: Lancia, Carello, Pininfarina, Westinghouse, Fram. Easton Livia, perfino alla Olivetti di Ivrea (fiore all’occhiello del padronato paternalista) la palazzina uffici viene circondata dagli operai e impedito la loro uscita, così alla Spa Stura, a Rivalta, ecc.

Anche tra alcuni compagni/e dell’Assemblea ci sono dubbi sull’innalzamento dello scontro  ritenuto eccessivo e non organizzato.

Poi, il fatto che mette fine alla fruttuosa ed efficace azione dell’Assemblea operai-studenti, sarà non tanto le  valutazioni anche non omogenee e le visioni diverse sullo sviluppo della lotta … quanto un fatto organizzativista: la nascita del giornale “Lotta Continua” (la cui pubblicazione settimanale inizia nel novembre 1969) che si appropria di un motto, di una sigla che caratterizzava l’azione di tutte e tutti i partecipanti a quell’organismo assembleare.

La lotta non si fermò certamente, continuò con le stesse caratteristiche: PRIMO fermare la produzione ovunque; SECONDO non si abbandona la fabbrica, la lotta non si fa a casa; TERZO si impone la volontà operaia a tutti gli altri gruppi di lavoratori.

Il punto era che si stavano producendo grandi innovazioni, che dovevano procedere e realizzare altre innovazioni. Il passaggio organizzativo, qui come altrove e in altri tempi ha relegato negli schemi usuali del movimento operaio quella grande potenza sovversiva e innovativa che, se lasciata libera di svilupparsi, avrebbe, forse, prodotto qualcosa di nuovo di cui anche oggi abbiamo enormemente bisogno.

Rilanciamo i comitati di lotta autorganizzati!

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Che fine ha fatto il reato di tortura?

TorturaLa Camera dei deputati il 9 aprile 2015 aveva approvato, modificandolo, il testo del Senato per introdurre il reato di tortura nel nostro ordinamento penale. Dopo quelle modifiche il testo dovrà tornare al Senato per l’approvazione definitiva.

Il testo era stato approvato dalla Camera dopo la condanna della Corte di Strasburgo per i fatti della scuola Diaz. Il testo che aveva già subito al Senato modifiche prodotte da uno squallido compromesso, non rispecchiava il senso proprio voluto dalle Nazioni Unite, ossia un reato specifico delle forze dell’ordine, riducendolo a un reato comune.

Vedi : qui  e  qui  

Ma non è bastato peggiorare il testo. Dal 9 aprile il testo giace dormiente nei cassetti del Senato senza che nessuno pensi di tirarlo fuori e metterlo all’ordine del giorno.

Alcuni prevedono che verrà lasciato nei cassetti e …tirare avanti…  col solito sistema all’italiana.  Come successe dieci anni fa quando, regnando Berlusconi, un emendamento della parlamentare leghista Carolina Lussana stabiliva che per parlare di tortura  dovevano essere commesse non una ma più violenze. Così è nel testo approvato dalla Camera la tortura sussiste soltanto nel caso di violenze reiterate.

Siamo così in attesa della prossima tirata d’orecchie della Corte di Strasburgo o altri organismi internazionali.

Finché non ci svegliamo e ci alziamo in piedi

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In Inghilterra vogliono togliere ai detenuti anche le sigarette! Era l’unico piacere rimasto!

Quando la ferocia fa da sponda all’imbecillità.

SigarI primi in questo sport chi sono? Sempre loro … la classe dirigente britannica. Loro che hanno inventato la galera! Loro che l’hanno diffusa in tutto il mondo! Loro che hanno inventato il lavoro coatto, quello obbligatorio, quello forzato, quello per la patria, quello per l’impero, ecc., ecc.

Non sapendo più come vessare i detenuti e le detenute, che ti inventano?

Gran Bretagna: non togliete ai carcerati anche le sigarette! di Ivano Abbadessa  – west-info.eu, 1 ottobre 2015

 Uno dei pochi vizi sui quali i carcerati potevano contare sta per finire per sempre.  A partire dall’anno prossimo, infatti, fumare sarà vietato in tutte le prigioni del Galles e in quattro grandi istituti penitenziari dell’Inghilterra. Ma l’obiettivo di Londra è quello di arrivare a vietare il fumo in tutte le galere di Sua Maestà.

Al momento l’uso del tabacco è consentito soltanto nelle celle, ma non nelle aree comuni. Il nuovo divieto sembra sia giustificato dalla volontà di salvaguardare la salute di coloro che non fumano e mettere fine al contrabbando di bionde che avviene fra internati. Una misura drastica, che lascia perplessi i più. Sono diverse le associazioni che hanno fatto notare come questa misura porterà a un forte malcontento tra i detenuti, lo stress potrebbe facilmente incrementare episodi di autolesionismo e l’angustia trasformarsi in vere e proprie rivolte.

Secondo questi amministratori il fumo fa male ai detenuti… il carcere no?

Mandiamoli a pulire le strade!!! Ammesso che ne siano capaci.

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Ancora un suicidio nel carcere di Pesaro. Ci sono forti dubbi

Un suicidio in carcere è sempre una tragedia. E’ un assassinio del sistema carcere. Ma alcune morti lasciano grossi dubbi e presentano situazioni fortemente anomale.

E’ il caso di Eneas “suicidatosi” nel carcere di Pesaro, Villa Fastiggi qualche giorno fa.images

Ecco la notizia tratta dal quotidiano laprimapagina.it del 28 settembre 2015  nella pagina delle Marche:

“L’uomo si è impiccato nella sua cella. Si tratta di un detenuto di origine magrebina che dopo il rientro da un altro istituto ove era stato sottoposto ad un breve periodo di osservazione. …  “

 “Avrebbe guadagnato la libertà nel mese di aprile del prossimo anno o, forse, tra qualche settimana se la magistratura di sorveglianza avesse celebrato l’udienza già fissata per la concessione di misure alternative. E, invece, ha deciso di porre fine alla propria esistenza nel penitenziario di Villa Fastiggi che lo ha ospitato per cinque mesi perché colpevole dei reati di false attestazioni e resistenza alla forza pubblica ed in cui aveva fatto rientro qualche ora prima a seguito delle dimissioni dalla sezione psichiatrica del carcere di Ascoli”.

Fate attenzione ai “reati: false attestazioni e resistenza alla forza pubblica, sono violazioni per le quali non si va in carcere. Ma Eneas era stato condannato a un anno; troppo! E ci stava da troppo tempo e ancora non gli discutevano la possibilità di essere ammesso alle misure alternative. Lo avevano tenuto in osservazione al carcere di Urbino e nel reparto psichiatrico del carcere di Ascoli Piceno perché ritenuto tossicodipendente e “problematico”.

Perché infierire così su un ragazzo che forse non avrà sorriso quando energumeni appartenenti alla forza pubblica gli avranno messo le mani addosso!!!

Tutte falsità, dicono gli amici di Eneas, che con molti sforzi hanno fatto si che all’autopsia (che doveva svolgersi oggi) potrà assere presente un medico di fiducia e un avvocato che ha seguito altri omicidi di stato. Loro vogliono bene a Eneas e vogliono la verità sulla morte del ragazzo.  La vogliamo anche noi! Invitiamo tutte e tutti ad attivarsi e stare vicini agli amici di Eneas in questa battaglia.

Il carcere, ogni giorno di più, mostra il suo vero volto omicida e terrorizzante. Dobbiamo moltiplicare gli sforzi per abolirlo. Subito!

 

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Appello per la campagna “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

APPELLO PER LA CAMPAGNA  –  “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

Circa il divieto di ricevere dall’esterno libri e stampe d’ogni genere

nelle sezioni 41bis

41bis-2    “Nel tempo le istituzioni hanno allevato funzionari che ritengono naturale questo sistema di barbarie. Quando si eleva il meccanismo della mostrificazione a ’normale’ strumento di repressione, la tortura di varia natura diventa burocrazia quotidiana”. (Da una lettera di un detenuto rinchiuso nel nuovo carcere di Massama, Oristano, giugno 2015)

Da alcuni mesi chi è sottoposto al regime previsto dall’art. 41bis dell’ordinamento penitenziario (o.p.) non può più ricevere libri, né qualsiasi altra forma di stampa, attraverso la corrispondenza e i colloqui sia con parenti sia con avvocati: i libri e la stampa in genere si possono solo acquistare tramite autorizzazione dell’amministrazione. È un’ulteriore censura, una potenziale forma di ricatto, in aggiunta alle restrizioni sul numero di libri che è consentito tenere in cella: solo tre.

Nel novembre 2011 una circolare del DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria: il dipartimento del ministero della Giustizia preposto al governo delle carceri italiane) impose questa restrizione, ma fu bloccata da reclami di alcuni prigionieri e prigioniere accolti nelle ordinanze di alcuni giudici di sorveglianza. I ricorsi opposti da almeno tre pubblici ministeri contro queste ordinanze furono confermati in Cassazione. Infine una sentenza della suprema Corte del 16 ottobre 2014 ha dato ragione al DAP, rendendo così definitiva questa nuova odiosa restrizione.

Il regime di 41bis è il punto più rigido della scala del trattamento differenziato che regola il sistema carcerario italiano.

Adottato trent’anni fa come provvedimento temporaneo, di carattere emergenziale, si è via via stabilizzato e inasprito. In questa condizione detentiva ci sono oggi ben oltre 700 prigionieri  e prigioniere, fra i quali una compagna e due compagni rivoluzionari, trasferiti in queste sezioni da dieci anni. Il 41bis è attualmente in vigore in una decina di sezioni all’interno di carceri sparse in tutt’Italia: Cuneo, Novara, Parma, Opera-Milano, Tolmezzo-Udine, Ascoli Piceno, Viterbo, Secondigliano-Napoli, Terni, Spoleto, L’Aquila, Rebibbia-Roma, Bancali-Sassari (entrata in funzione all’inizio di luglio 2015).

Il 41bis prevede:

– isolamento per 23 ore al giorno (soltanto nell’ora d’aria è possibile incontrare altri/e prigionieri/e, comunque al massimo tre, e solo con questi è possibile parlare);

– colloquio con i soli familiari diretti (un’ora al mese) che impedisce per mezzo di vetri, telecamere e citofoni ogni contatto diretto;

– esclusione a priori dall’accesso ai “benefici”;

– utilizzo dei Gruppi Operativi Mobili (GOM), il gruppo speciale della polizia penitenziaria, tristemente conosciuto per i pestaggi nelle carceri e per i massacri compiuti a Genova nel 2001;

– “processo in videoconferenza”: l’imputato/a detenuto/a segue il p41bisrocesso da solo/a in una cella attrezzata del carcere, tramite un collegamento video gestito a discrezione da giudici, pm, forze dell’ordine, quindi privato/a della possibilità di essere in aula;

– la censura-restringimento nella consegna di posta, stampe, libri.

Questa tortura quotidiana è finalizzata a strappare una “collaborazione”, cioè a costringere, chi la subisce, alla delazione. Nessun fine, quindi, legato alla sicurezza quanto piuttosto all’annientamento dell’identità e personalità. Ciò è ancora una volta dimostrato attraverso l’applicazione di quest’ultima ennesima restrizione, visto che leggere e scrivere rappresenta  da sempre l’unica forma di resitenza alla deprivazione sensoriale a cui sono quotidianamente sottoposti tutti e tutte le detenute.

Le leggi e le norme di natura emergenziale, col passare del tempo, si estendono cosicché ogni restrizione adottata nelle sezioni a 41bis prima o poi, con nomi e forme diverse, penetra nelle sezioni dell’Alta Sicurezza e in quelle “comuni”, contro chi osa alzare la testa.

Lo dimostra la generalizzazione di norme “trattamentali” eccezionali, quali per esempio: l’uso massiccio dell’isolamento punitivo disposto dall’art. 14bis o.p. (*), che può essere prorogato anche per parecchi mesi consecutivi, in “celle lisce” e spesso isolate all’interno dell’istituto; o la “collaborazione” (di fatto) quale condizione essenziale per poter accedere a un minimo di possibilità “trattamentali” (socialità, scuola, lavoro); oppure la censura (di fatto) della corrispondenza e la limitazione del numero di libri o vestiti che è possibile tenere in cella.

Una società che sottostà al ricatto della perenne emergenza, alimentata da banalizzazioni ed allarmismi, si rende consenziente alle vessazioni e torture di cui il blocco dei libri è solo l’ultimo, più recente tassello. Individuiamo nel Dap il diretto responsabile e l’obbiettivo verso cui indirizzare le proteste: D.A.P. – Largo Luigi Daga n. 2 – 00164 Roma; centralino: 06 665911; Ufficio detenuti alta sicurezza mail: dg.detenutietrattamento.dap@giustizia.it telefono: 06 665911 fax: 0666156475. Tartassiamoli di telefonate, email, cartoline…e chi più ne ha, più ne metta! Chiediamogli conto di quanto hanno messo in pratica!

È altresì importante promuovere una campagna di sensibilizzazione e iniziativa di tutte e tutti coloro che operano nel mondo della cultura: librerie, case editrici, di appassionati/e della lettura, scrittori e scrittrici, viaggiatori tra le pagine, ecc., volta al ritiro del vessatorio divieto di ricevere libri.

In particolare, al fine di fare pressione sulle autorità competenti ed estendere la solidarietà, invitiamo tutte le realtà a spedire cataloghi, libri, riviste, ecc, presso le biblioteche delle carceri in cui sono presenti le sezioni a 41bis e ai detenuti e alle detenute che di volta in volta ne faranno richiesta. 

Informazioni utili allo sviluppo della campagna si trovano in rete a questo indirizzo:

http://paginecontrolatortura.noblogs.org/  . Il blog servirà da strumento di aggiornamento, coordinamento e documentazione. Chiunque aderirà alla campagna, per esempio con la spedizione di libri, ma anche con iniziative autonome, sarà bene che lo comunichi al seguente indirizzo di posta elettronica, cosicché sarà più semplice avere il polso della situazione su ciò che si sta, o meno, muovendo.

Un’esperienza simile fu fatta nel 2005, quando l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli limitò il numero di libri tenibili in cella, nella sezione a “Elevato Indice di Vigilanza” (equivalente all’attuale “Alta Sicurezza 2”) del carcere di Biella. Grazie alla campagna “Un libro in più di Castelli” si sviluppò un’intensa attività che interessò numerose città italiane, basata sulla raccolta e la spedizione di libri nel carcere piemontese, che sfociò in una partecipata manifestazione sotto le sue mura. La limitazione dei libri fu infine ritirata.

Quest’appello vuole essere diretto e ampio, tanto quanto reclama la libertà, la lotta per viverla, nemica di ogni forma di prevaricazione e sfruttamento.

Il carcere non è la soluzione, ma parte del problema.

Sommergiamo di libri le carceri, evitiamo che si metta in catene la cultura! 

AGOSTO 2015 – CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

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Raddoppiata la quota di “mantenimento in carcere” a carico di detenuti e detenute

Molte e molti che leggeranno questo post resteranno sorpresi:” ma come?” – penseranno – “in carcere ti ci buttano a forza, mica lo scegli. Allora che senso ha pagare il soggiorno?”

carcere1Il senso è quello che abbiamo letto nei libri di storie familiari e visto nei film e che ha cantato De Andrè “bacia la mano che ruppe il tuo naso...” La punizione si attua per il bene del punito, così ci dicono e ci hanno inculcato fin da piccoli. Devi ringraziare chi ti punisce, perché ti educa! Quindi lo stato si fa pagare perché ti rieduca e ti risocializza (?).

Questo è lo stato delle cose. Sta a noi cambiarlo, se lo vogliamo! 

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La quota di “mantenimento carcere” a carico del detenuto elevata a 108,6 euro al mese

 

Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziari, con Circolare GDAP-PU-0298924  del 7 settembre 2015, ha comunicato ai direttori delle carceri ed ai provveditori regionali che la quota di “mantenimento in carcere” a carico del detenuto è aumentata a 3,62 euro al giorno (108,6 euro al mese, in pratica il doppio di quanto dovuto finora).

Di seguito il testo del Decreto ministeriale del 7 agosto 2015, che sarà pubblicato nel Bollettino Ufficiale del Ministero della Giustizia n. 18 del 30 settembre 2015.

“Visto l’art. 2 della Legge 26/07/1975 n. 354 recante norme sull’Ordinamento Penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà; considerato che la citata disposizione di legge precisa che le spese di mantenimento per le quali può farsi luogo a recupero sono soltanto quelle concernenti gli alimenti ed il corredo, e che il rimborso ha luogo per una quota non superiore ai due terzi del costo reale; ritenuto che il costo effettivo per gli alimenti ed il corredo risulta essere di €. 5,44 e che pertanto la relativa quota di mantenimento da porre a carico del detenuto, pari ai 2/3 del costo reale, risulta essere di €. 3,62 ripartito come segue: colazione €. 0,27, pranzo €. 1,09, cena €. 1,37, corredo €. 0.89 = quota mantenimento €. 3,62.

Visto il parere espresso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con nota prot. n.47323 datata 08/06/2015, decreta: la quota di mantenimento da recuperare a carico dei detenuti è fissata dalla data del presente decreto in €. 3,62 per giornata di presenza”.

[se vuoi scaricare l’intera circolare del DAP, clicca qui ]

 

 

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Truffe e Miseria dei “contabili” europei

Un’estate drammatica ma molto istruttiva

Li abbiamo visti.  Li abbiamo osservati tutti: banchieri, economisti, governanti, ministri, ecc., in realtà “contabili”. Bravi ed efficienti a fare i conti in tasca, feroci, al nuovo governo greco per farsi restituire non prestiti ma gli interessi da strozzinaggio maturati su un prestito totalmente restituito.

fmiInsomma, “cravattari” (a Roma così vengono chiamati gli strozzini)  intraprendenti e capaci a calcolare interessi, debiti, rate, e cialtronerie varie. Li abbiamo visti come “contabili” funzionali a far arricchire ancor di più i ricchi e impoverire di più i poveri.

Non statisti, ma contabili!

La prova si è avuta quando l’Europa, qualche giorno dopo le loro sceneggiate volgari contro la Grecia, è stata investita dal fenomeno dell’immigrazione. Un fenomeno facilmente prevedibile e anche previsto, un fenomeno che non si può fermare, un fenomeno epocale che durerà oltre 20 anni e porterà centinaia di milioni di persone (dati dell’Onu), di fronte al quale questi “grandi dirigenti” dell’unione europea non avevano predisposto alcuna iniziativa economica e politica. Erano troppo impegnati a fare la contabilità dei guadagni delle loro truffe fatte ai danni dei popoli europei e non solo.

Questi contabili incapaci di fare gli statisti, di fronte a questo fenomeno epocale, hanno rispolverato il solito squallido armamentario: filo spinato, muri, chiusura delle frontiere, polizia aggressiva, botte, manganellate, arresti, idranti, lacrimogeni, colpi d’arma da fuoco, assassini, ecc., ecc.

Cari dirigenti europei, e voi sareste i responsabili di oltre 500 milioni di persone che abitano queste terre? E voi sareste in grado di rilanciare l’europa? Non statisti, ma contabili e pure imbecilli! Vi illudete di fermare la storia?

Continuate a contare i proventi delle vostre truffe, vi rimarrà in mano un mucchio di carta euri2straccia quando sarete sommersi dalla nuova composizione proletaria rafforzata dalle correnti migratorie inarrestabili.

 

 

Da parte nostra, compagne e compagni, dobbiamo stringere i tempi per la vostra fine, accelerando la costruzione dell’autorganizzazione proletaria!

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Libertà per Leonard Peltier. Libere tutte e tutti!

PeltierLeonard Peltier , oggi compie 71 anni, è nato il 12 settembre 1944.

Da oltre 40 anni in carcere, arrestato il 26 giugno 1975.

 

Peltier 2

 

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