A che servono i “sacrifici”? Una lezione dalla storia

 (vedi anche post del 1 luglio 2011)

È già successo che per “salvare il paese”, per risollevare “l’economia nazionale”, si imposero “sacrifici” ai lavoratori, ai proletari. Come è andata a finire?

Era il 1977-78, la crisi iniziata all’inizio degli anni Settanta si acuiva, la resistenza operaia era ancora forte e, spesso, aveva ancora il carattere dell’offensiva di classe per conquistare condizioni di vita migliori. Per proseguire la strada per una trasformazione rivoluzionaria, per l’abolizione del sistema capitalistico. 

E dunque i padroni, i banchieri e i politici non potevano far altro che chiedere aiuto al Pci e Cgil.

Il Pci aveva avuto un grande successo elettorale nelle elezioni del 76: i proletari e anche la piccola borghesia sperava che il Pci fosse un argine al duro attacco governativo che si profilava all’orizzonte. 

Nell’ottobre del 1976 il governo Andreotti annunciò il suo programma di austerità. Aumento del 25% del prezzo della benzina, del 20% del gas, del 15% dei fertilizzanti; il blocco per due anni della scala mobile e l’abolizione di sette festività. La settimana successiva venivano annunciate altre misure tra cui aumenti del prezzo dell’energia elettrica e delle tariffe telefoniche e postali. I giovani in cerca di prima occupazione erano oltre due milioni.

Un attacco così feroce alle condizioni di vita della popolazione provocò una forte mobilitazione alla base per uno sciopero generale.

Nessuno sciopero! Tuonava Luciano Lama, segretario della Cgil, che si era dichiarato in “totale accordo” con Andreotti; poi espliciterà questo suo accordo (vedi intervista a Scalfari più avanti).

I “sacrifici” imposti qualche anno prima non erano stati sufficienti a difendere la lira che precipitava insieme ai titoli azionari. In un “mercoledì nero” del settembre 1974, la Borsa italiana crollò dell’8,15 per cento con l’indice MIB che scendeva a 48,74. Due anni dopo, nel 1978, l’indice MIB era sceso ulteriormente a 37,75. Nel 1975 l’inflazione toccava il 17,2 per cento, nel 1977 arrivava addirittura al 20,1%. Nel gennaio 1976 veniva chiuso per tre giorni il mercato dei cambi: il dollaro valeva 720 lire, in marzo toccava già le 820 lire. Apparve un fenomeno del tutto nuovo, battezzato dagli economisti con il termine di “stagflazione”, cioè stagnazione ed inflazione allo stesso tempo. 

Ma i lavoratori non stavano con le mani in mano, né si affannavano a trovare soluzioni per “uscire dalla crisi”. In un decennio di lotte avevano capito che ogni “uscita” graverà sulle spalle operaie.
A Napoli il 4 ottobre i lavoratori dei due turni all’Italsider organizzarono uno sciopero di protesta di un’ora. Nei mesi precedenti c’erano state manifestazioni di protesta da parte dei braccianti e scioperi dei ferrovieri. All’Alfa di Arese il reparto verniciatura scese in sciopero. Lo sciopero dilagò in tutta la fabbrica, più di 2500 operai fermarono la produzione. Il movimento si allargò ad altre fabbriche. Gli operai della OM-Fiat bloccarono il traffico in Via Tibaldi. I benzinai parteciparono allo sciopero!
Le fabbriche del nord erano in rivolta, scioperi selvaggi scoppiavano a Milano e Torino e manifestazioni di protesta dilagavano ovunque. Costretta dalle spinte che venivano dal basso, la Federazione Cgil-Cisl-Uil di Torino fu costretta a convocare uno sciopero generale di 4 ore per il 13 ottobre, di mercoledì.
Ma lo sciopero generale nazionale non arrivava. Tutto il gruppo dirigente del Pci mobilitò le sue forze, per smorzare il movimento in atto! L’obiettivo dei vertici del Pci in quei giorni era quello di fermare l’onda di protesta che stava dilagando in tutto il paese. In meno di 24 ore il Pci riuscì a mobilitare decine di migliaia di quadri e dirigenti locali in un tentativo di contenere le forze che venivano dal basso.

Si mette in moto la macchina propagandistica del Pci:

Domenica, 10 ottobre:
-al Teatro Alfieri di Torino, Luciano Barca uno dei massimi esponenti del partito, esperto economico, di fronte a una platea di operai cerca di spiegare perché bisogna salvare il profitto dei padroni.
-alle 5 di mattina di lunedì 11 ottobre, Diego Novelli, sindaco comunista di Torino, si presenta al cancello numero 1 di Mirafiori per parlare direttamente con gli operai.
-in settimana 27 dirigenti provinciali e regionali del Pci si presentano davanti alle fabbriche più importanti di Torino. Adalberto Minucci, segretario regionale del partito, va a parlare a Mirafiori, mentre Renzo Giannotti va a Rivalta.
-a Milano, Giorgio Napolitano al Palalido davanti a 6000 operai delle principali fabbriche milanesi esalta i “sacrifici” operai. Scene simili si ripetono a Genova, a Napoli, a Bari. A Firenze un’assemblea straordinaria degli amministratori delle province e dei comuni “rossi” per verificare che la situazione fosse sotto controllo.
-a Palermo, Paolo Bufalini, uno dei massimi dirigenti del partito, convocò una riunione speciale del Comitato regionale per assicurare che il partito riuscisse a controllare la situazione.

Il 24 gennaio 1978 La Repubblica pubblicò un’intervista a Lama, divenuta celebre, intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”. Il pensiero di Lama si esprime in modo molto chiaro:

(pubblicata da la Repubblica il 24 gennaio 1978 )
S.: “È vero che all’interno dello stato maggiore sindacale c’è stata battaglia nei giorni scorsi?”
L.L.: “Sì, è vero”.
S.: “E lei, personalmente, ha avuto qualche difficoltà? Insomma la sua posizione è indebolita?”
L.L.: “Difficoltà sì, come tutti quelli che sono impegnati in un’azione che incide sulla realtà e sugli interessi concreti della gente. Posizione indebolita non direi, ma questo è un discorso che non riguarda solo me: riguarda il gruppo dirigente del movimento sindacale. Noi siamo arrivati all’appuntamento decisivo, il più importante dall’autunno del ’69 in poi. Ne siamo tutti consapevoli”.
S.: “Qual è quest’appuntamento?”
L.L.: “Bisogna partire dalla riunione del comitato direttivo della Federazione unitaria, la scorsa settimana. Su quella riunione si sono dette alcune cose esatte, altre meno. La verità è che, alcuni giorni prima nella segreteria della Federazione e poi nel direttivo, abbiamo affrontato un tema di fondo: quello di preparare un vero e proprio programma, una linea di politica sindacale che affrontasse globalmente i problemi del paese in un momento che tutti giudichiamo di gravissima crisi. Certo non è la prima volta che il sindacato formula proposte di politica economica importanti: ma non eravamo mai arrivati a redigere un programma vero e proprio che, tra i suoi punti essenziali, avesse anche quelli relativi al comportamento dei lavoratori. Era inevitabile che un tema così scottante suscitasse al nostro interno contrasti anche vivaci. Ma ciò che conta è che alla fine siamo approdati ad una linea comune, unanime. Essa è contenuta nel documento che Carniti ha illustrato al comitato direttivo a nome di tutta la segreteria e che il comitato ha approvato”.
S.: “Lei ha detto che il vostro programma contiene un punto relativo al comportamento dei lavoratori. Intende dire: i sacrifici che i lavoratori sono chiamati a fare?”
L.L.: “Sì, si tratta proprio di questo: il sindacato propone ai lavoratori una politica di sacrifici. Sacrifici non marginali, ma sostanziali.”
S.: “È questo il punto che ha suscitato i contrasti?”
L.L.: “Sì, era naturale che fosse così”.
S.: “Ed è questo punto che viene ora affrontato nelle assemblee di base, nelle fabbriche?”
L.L.: “Nelle assemblee di base viene discusso il programma nel suo insieme. Per dirla in breve, esso riguarda l’impiego delle risorse nazionali, finalizzato ad un obiettivo: quello di accrescere l’occupazione e diminuire la disoccupazione. Ovviamente le discussioni più accese, nelle assemblee di base, si sono svolte e si svolgeranno sulla questione dei sacrifici richiesti ai lavoratori. Il momento centrale del dibattito avverrà il 13 e il 14 febbraio (sarà la “svolta dell’Eur”- vedi appresso. NdR), quando si riunirà l’assemblea nazionale del sindacato. Sarà composta dai consigli generali delle tre confederazioni, Cgil, Cisl e Uil, e da un numero di delegati di base superiore ai componenti dei tre consigli generali. Sarà un momento determinante nella storia del sindacalismo italiano, perché i rappresentanti dei lavoratori saranno chiamati a decidere, sotto gli occhi di tutta l’opinione pubblica, quale ruolo la classe operaia intende svolgere per raddrizzare la barca Italia”.
S.: “Lei parla di sacrifici. Vuole spiegare in che cosa consistono?”
L.L.: “Anzitutto voglio fare una premessa: quando il sindacato mette al primo punto del suo programma la disoccupazione, vuol dire che si è reso conto che il problema di avere un milione e seicentomila disoccupati è ormai angoscioso, tragico, e che ad esse vanno sacrificati tutti gli altri obiettivi. Per esempio quello – peraltro pienamente legittimo per il movimento sindacale – di migliorare le condizioni degli operai occupati. Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”.
S.: “Che cosa significa in concreto?”
L.L.: “Che la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere chela Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento (delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo). Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza”.
S.: “È una svolta nell’atteggiamento del sindacato?”
L.L.: “È una svolta di fondo. Dal ’69 in poi il sindacato ha puntato le sue carte sulla rigidità della forza lavoro…”.
S.: “Vi siete resi conto che era un errore?”
L.L.: “Ci siamo resi conto che un sistema economico non sopporta variabili indipendenti. I capitalisti sostengono che il profitto è una variabile indipendente. I lavoratori e il loro sindacato, quasi per ritorsione, hanno sostenuto in questi anni che il salario è una variabile indipendente. In parole semplici: si stabiliva un certo livello salariale e un certo livello dell’occupazione e poi si chiedeva che le altre grandezze economiche fossero fissate in modo da rendere possibile quei livelli di salario e d’occupazione. Ebbene, dobbiamo essere intellettualmente onesti: è stata una sciocchezza, perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra”.
S.: “Vuol dire che se il livello salariale è troppo elevato rispetto alla produttività, il livello dell’occupazione tenderà a scendere?”
L.L.: “È esattamente così, l’esperienza di questi anni ce l’ha confermato. Oppure, l’occupazione non scenderà, ma la disoccupazione aumenterà, perché le nuove leve giovani non troveranno sbocco”.
S.: “Parliamo ancora della mobilità. Molti affermano che questa parola serve a nascondere una realtà assai minacciosa: cioè i licenziamenti. Lei ritiene che siano molte le aziende che hanno manodopera in numero superiore alle necessità?”
L.L.: “C’è un certo numero di aziende che ha un carico di dipendenti eccessivo. Non si tratta di cifre terribili, ma neppure esigue. Siamo nell’ordine di parecchie decine di migliaia di lavoratori. Ciò crea problemi umani e sociali molto gravi, anche perché in Italia lo sviluppo economico è bloccato e i lavoratori che perdono il posto hanno il fondato timore di non trovarne mai più un altro. E poi si tratta quasi sempre do grandi aziende, i cui stabilimenti sono situati in centri urbani importanti: ciò accresce il disagio sociale e politico di queste operazioni. Noi siamo tuttavia convinti che imporre alle aziende quote di manodopera eccedenti sia una politica suicida. L’economia italiana sta piegandosi sulle ginocchia anche a causa di questa politica. Perciò, sebbene nessuno quanto noi si renda conto della difficoltà del problema, riteniamo che le aziende, quando sia accertato il loro stato di crisi, abbiano il diritto di licenziare”.
S.: “Per di più proponete che la Cassa integrazione non assista i lavoratori per più d’un anno. Perché?”
L.L.: “Perché non vogliamo trasformare il lavoro produttivo in assistenza. E poi capita spesso che i lavoratori in cassa integrazione trovino un altro lavoro, un lavoro nero, e contemporaneamente beneficino del salario corrisposto dalla Cassa. Questi fenomeni, specie al Nord, sono abbastanza diffusi. E debbono assolutamente cessare. Naturalmente non abbandoniamo i licenziati al loro destino. La nostra proposta è che i licenziati siano iscritti in speciali liste di collocamento ed abbiano priorità assoluta per il reimpiego. In città come Torino, Milano, Bologna, dove il “turnover” è elevato, il reimpiego dei licenziati non dovrebbe presentare insormontabili difficoltà. Naturalmente occorre che gli uffici di collocamento diventino un’istituzione completamente diversa da ciò che sono ora: siano l’organo che gestisce in entrata e in uscita il mercato del lavoro”.
S.: “È l’Agenzia del lavoro di cui si parla?”
L.L.: “Il nome ha poca importanza. Sì, più o meno, è il progetto dell’Agenzia del lavoro”.
S.: “Non pensa però che dare priorità assoluta di reimpiego ai lavoratori licenziati sia un’iniquità a danno dei giovani in cerca di primo impiego? Non si perpetua in questo modo quel contrasto tra le due società – quella degli occupati e quella dei non occupati – che è all’origine di molti dei nostri squilibri attuali?”
L.L.: “L’osservazione è esatta: dal punto di vista di un’astratta giustizia, non ci dovrebb’essere priorità. Ma dal punto di vista concreto, il salto che facciamo nel riammettere il principio che si possa licenziare la manodopera eccedente e chela Cassa integrazione operi per periodi limitati è già enorme. Credo che ci sia un interesse generale a non rendere drammatiche, esplosive, certe situazioni sociali. Almeno fino a quando il meccanismo di sviluppo non si sarà rimesso in moto, noi dobbiamo tutelare i lavoratori licenziati con priorità sugli altri. Ripeto: è un’ingiustizia, ma in concreto sarebbe follia non commetterla”.
S.: “Alla base di tutto c’è il problema dello sviluppo: se l’economia ristagna non c’è ufficio di collocamento o Agenzia del lavoro che possa risolvere la questione”.
L.L.: “È verissimo”.
S.: “Lei ritiene che accorciare l’orario di lavoro potrebb’essere una soluzione?”
L.L.: “Potrebbe contribuire, certo. Ma teniamo presente che noi siamo il paese dove l’orario di lavoro effettivo è uno dei più bassi tra i paesi industriali evoluti. Lavoriamo mediamente 40 ore settimanali e abbiamo un numero di festività più alto che altrove. La tendenza di tutti i paesi capitalistici è d’accorciare l’orario, ma bisogna che gli altri paesi si allineino con noi prima che noi si possa muovere un altro passo in quella direzione. Ripeto: il problema si risolve soltanto con una ripresa dello sviluppo”.
S.: “Quindi dell’accumulazione del capitale?”
L.L.: “Sì, dell’accumulazione del capitale, opportunamente programmata dallo Stato e indirizzata al fine di accrescere il più possibile l’occupazione. Questa è la nostra linea”.
S.: “Lei ha detto all’inizio che c’è stata battagli al vostro interno per definire questa linea e che non mancheranno i contrasti alla base. Dunque state affrontando ostacoli grossi”.
L.L.: “Sì, è vero. Quando si deve rinunciare al proprio ‘particulare’ in vista di obiettivi nobili ma che in concreto non danno benefici a chi è chiamato a sopportare i sacrifici, ci vuole una dose molto elevata di coscienza politica e di classe. S’è parlato molto, da parte della borghesia italiana, del guaio che in Italia ci sia un sindacato di classe. Ebbene: se non ci fosse un’alta coscienza di classe, discorsi come questi sarebbero improponibili”.
S.: “Lei pensa che l’accettazione della linea sindacale che state proponendo sia legata, da parte della base operaia, a una determinata formula politica?”
L.L.: “Certamente la proposta d’un governo socialmente e politicamente rappresentativo faciliterebbe l’approvazione della nostra linea. Le ragioni sono evidenti. Ma la nostra decisione prescinde completamente dal tipo di formula di governo che finirà per essere adottato.La Federazione sindacale ha preso le sue decisioni al buio rispetto alle soluzioni politiche ed è impegnata a portarle avanti quale che sia lo sbocco politico della crisi”.
S.: “Vuol dire che le soluzioni politiche vi sono indifferenti?”
L.L.: “Nient’affatto. Ma vuol dire che ci sono obiettivi ancora più importanti che superano la fedeltà di partito. L’obiettivo di dar lavoro ai giovani è d’immensa portata. Una società che lascia i giovani senza sbocco è condannata. Debbo dire che la disoccupazione giovanile c’è ormai in tutti i paesi a capitalismo avanzato, in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti. Non è un fatto soltanto italiano. Ma da noi si manifesta con un’intensità maggiore che altrove.”
S.: “Se il problema è di tutti i paesi capitalistici, vorrebbe dire che il capitalismo non è più in grado di risolvere il problema degli sbocchi. Allora come si concilia questa decadenza del capitalismo con l’ipotesi d’una ripresa dello sviluppo economico in Italia, senza la quale lei non vede soluzioni ai nostri malanni? Ha capito la domanda?”
L.L.: “Ho capito benissimo. Effettivamente il capitalismo mostra segni di declino. Ma questi sono problemi di tendenza a lungo termine, sui quali non siamo chiamati a discutere, per lo meno in questa sede. Io sono convinto che il capitalismo sia in fase declinante. Ma ciò non significa affatto che nel periodo medio non possa ancora sostenere intense fasi di sviluppo. L’Italia ha avuto un’intensa fase di sviluppo per tutto il periodo 1950-1963. A mio avviso può averne un’altra. Ripeto: è proprio per collaborare a quest’obiettivo e utilizzarlo per riassorbire la disoccupazione che noi chiamiamo la classe operaia ad un programma di sacrifici. Naturalmente, tutte le categorie e tutti i gruppi sociali debbono fare altrettanto.”
S.: “Cioè vuoi dire che il sindacato propone un grande programma di solidarietà nazionale?”
L.L.: “È esattamente questo che proponiamo”.
S.: “È vero che il governo Andreotti l’avete fatto cadere voi, o per esser più precisi, i metalmeccanici con la manifestazione del 2 dicembre a Roma e con la minaccia dello sciopero generale?”
L.L.: “La pressione del movimento sindacale ha certo avuto peso. Per esempio alcuni partiti più legati alla classe operaia hanno avvertito la pressione ed hanno accelerato i tempi del chiarimento. I partiti non organizzano ‘anime morte’ ma uomini vivi. Niente di strano che alcuni di essi sentano in modo speciale i loro rapporto coi lavoratori ed altri, per esempio, i loro rapporti coi proprietari di case. I partiti rappresentano ceti sociali”.
S.: “Lei pensa che la battaglia che avete intrapreso sarà vincente alla base operaia?”
L.L.: “Sì, ho fiducia che ciò avvenga. Il gruppo dirigente della Federazione è compatto e leale. Tutti stiamo facendo la nostra parte. Occorre che la classe dirigente si dia carico del problema nazionale: questo è fondamentale. Personalmente ho legato ormai il mio ruolo di dirigente sindacale a quest’obiettivo. Se l’obiettivo non dovesse passare, se fosse respinto, ne trarrò anche personalmente le conclusioni. Ma questo sarebbe il meno. Se non dovesse passare vorrebbe dire che nella classe operaia avrebbero vinto gli egoismi di settore. Se questo avvenisse, non ci sarebbe più speranza per questo paese. Ma io non credo che avverrà”.

Nel 1977 iniziò il calo del tesseramento al Pci e tra quell’anno e il 1989 il partito perse quasi 400.000 iscritti. Particolarmente forte fu il calo degli operai iscritti al partito: nel 1977 questi erano 828.000, ma nel 1988 erano scesi a 588.000. 

In questo scenario economico e politico si preparava l’entrata del Pci nella maggioranza, seppur senza portafogli ministeriali. Il governo infatti cadeva formalmente dopo una grande manifestazione sindacale a Roma il 3 dicembre 1977, e si aprirono mesi di trattative che avrebbero portato a fine febbraio del 1978 all’annuncio da parte di Aldo Moro dell’intesa che preparava l’entrata del Pci nel governo. Era il 16 marzo 1978

Intanto in fabbrica si moriva:

Nelle sue relazioni (dal 1974 al 1988) il Servizio di Medicina Preventiva per gli Ambienti di Lavoro (SMAL) di Sesto San Giovanni fece una serie di rilievi nei reparti della Breda, e denunciò l’uso massiccio, nei reparti Aste leggere, Forgia, Trattamento Termico, Montaggio, di amianto, cromo, nickel, cobalto ed altri agenti altamente cancerogeni e inquinanti. Questi rapporti, indirizzati al Consiglio di fabbrica della Breda Fucine, alla Direzione Aziendale, all’Assessorato alla Sanità della regione Lombardia e del Comune di Sesto S.Giovanni, all’Ispettorato del Lavoro, a CGIL-CISL-UIL, alla F.L.M., furono da tutti completamente ignorati in nome della produttività e competitività.

Da un volantino della Breda Fucine (gen 1978):
CINQUE OPERAI IERI SONO MORTI IN UNA FABBRICA DEL VENETO
Uno di essi è caduto in una fossa di liquami. Gli altri quattro sono morti nel tentativo di salvarlo. Il liquame era diventato un tossico mortale perchè da tempo non veniva sostituito.
Nessun controllo era stato eseguito prima di avviare il lavoro di scarico.
La vita degli operai non costa niente ai padroni, ci sono tanti disoccupati da mandare al macello che non vale la pena di sprecare qualche spicciolo in opere di prevenzione.
 

La svolta dell’Eur

Al Palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma si svolgeva la conferenza nazionale dei consigli generali e dei quadri di Cgil, Cisl e Uil. 13- 14 febbraio 1978 

La riduzione del costo del lavoro, tema ricorrente anche oggi, diventava il punto centrale del documento economico del direttivo CGIL-CISL-UIL: “responsabile contenimento delle rivendicazioni accompagnato allo scaglionamento degli oneri derivanti dai rinnovi contrattuali, che riducano le ripercussioni della crescita delle retribuzioni dirette sul costo complessivo del lavoro”. Inoltre, usando i disoccupati come arma di ricatto contro gli occupati, CGIL-CISL-UIL chiedono sacrifici ai lavoratori, costringendoli a lavorare di più e a costi più bassi, con l’unico risultato di abbassare i salari. I bassi salari costringono al doppio lavoro, spesso al “nero” e questo contribuisce ad espellere dai luoghi di lavoro gli operai e gli impiegati resi “esuberi”. Il risultato è che la politica dei sacrifici aumenta la disoccupazione.
Il documento delle confederazioni contiene altre dichiarazioni impensabili solo pochi anni prima, come la mobilità del lavoro che produrrà nuovi licenziamenti:
la mobilità nel quadro di un coerente programma di sviluppo è una necessità, sia all’interno delle imprese, sia fra le imprese, anche fra diversi settori di attività economica; inoltre i processi di mobilità vanno ricondotti nel quadro di un governo pubblico unitario del collocamento, della mobilità, della formazione professionale e del lavoro da realizzare con un impegno diretto delle Regioni”.

Tradotte in altre parole queste proposte significheranno:
– aumento dei profitti per i capitalisti
– abolizione delle festivita’, aumento degli infortuni e della nocivita’ per i lavoratori

Riflettiamo: a cosa sono serviti i sacrifici?:

“stringere la cinghia”,  “sacrifici”, “lacrime e sangue” imposti ai proletari non sono serviti a “risollevare” l’economia italiana, ma ad aumentare i profitti dei padroni.

Il ringraziamento dei padroni non si è fatto attendere: 24.000 espulsi dalla Fiat nell’autunno 1980; negli anni Ottanta si conteranno oltre mezzo milione di lavoratori espulsi dalla produzione, grazie alla ristrutturazione; 30 anni di “neoliberismo” sfrenato con venature fasciste quanto a perdita di spazi di agibilità e diritti; corruzione e berlusconidi; clima da caserma nei posti di lavoro, disoccupazione (quella giovanile è oltre il 30%) precarietà, lavoro in nero, supersfruttamento e morti sul lavoro.

Vogliamo ancora dare una mano ai  padroni a “uscire dalla crisi”? a risollevare l’economia nazionale? A risolvere il debito?

Possiamo anche farlo, ma sappiamo esattamente cosa ci aspetta…. Nessuno/a potrà più dire., “io non sapevo

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