La merce-sicurezza

IL MODO DI PRODUZIONE DELLA MERCE-SICUREZZA (1)

Come ogni altra merce, la merce-sicurezza deve avere una domanda adeguata per essere prodotta e venduta in quantità.

Come per ogni altra merce, per vendere la merce-sicurezza si deve mettere in moto una propaganda e una pubblicità imponente in grado di renderla appetibile e acquistabile.

sicurezzaCome ogni altra merce, la merce-sicurezza deve anche avere un’esistenza reale, ossia un valore-d’uso, deve cioè essere presente come necessità e preoccupazione tra le persone e poi, essere plasmata, ingigantita, confezionata e presentata come acquisto indispensabile a beneficio di chi la produce.

Perché la merce-sicurezza divenga appetibile ci deve essere tanta insicurezza. Le basi materiali dell’insicurezza oggi sono note. È sufficiente accennarne alcune.

Le ultime due o tre generazioni non hanno nessuna possibilità di progredire rispetto allo standard di vita dei propri genitori. Ossia non possono guardare al futuro come ad una “promessa” di miglioramento sociale, culturale e anche economico. Il futuro lo vedono come qualcosa che non riusciranno a plasmare con la propria attività, con l’iniziativa, lo sforzo e anche i sacrifici.

A questa “promessa”, “speranza”, che ha funzionato per molte generazioni, si è sostituita la sensazione del “futuro minaccia”. Questa “minaccia” viene percepita soprattutto tra le ragazze e i ragazzi giovanissimi, perché a loro è stata sbattuta in faccia duramente ed esplicitamente, come fosse un destino violento e dominante, aggressivo, prepotente, tirannico.

A questa “insicurezza”, a questa “paura” propria delle nuove generazioni si affiancano le paure di chiunque è oggi sottoposto al terrore di “perdere lavoro”. I/le cinquantenni messi “in mobilità”, i/le trimestrali col contratto non rinnovato, chi vede avvicinarsi il termine di scadenza della Cassa Integrazione, ecc. ecc.

Qualsiasi agenzia di indagine statistica è oggi in grado di “predire il futuro” della giovane popolazione delle grandi città. É possibile, quartiere per quartiere, strato sociale per strato sociale, “predire” la quantità di disoccupati che ci saranno, quanti/e saranno costretti/e a lavori saltuari e precari, quanti/e andranno in galera, quanti casi di “depressione”, quanti/e faranno uso di stupefacenti, perfino quanti suicidi si conteranno. A meno di cambiamenti “imprevedibili” e rari della condizione socio-politica, è questo il futuro.

Su questi dati i governi e le amministrazioni locali (coadiuvate in questo dai media e dInsicurezzaalle associazioni corporative e reazionarie, tipo quelle sul “decoro urbano”, sulla militarizzazione dei quartieri, contro lo spaccio di stupefacenti, ecc.), costruiscono le loro “campagne sulla sicurezza”.

Schiacciati da questa minaccia, le giovani generazioni possono sperare soltanto nelle amicizie, nei rapporti familiari e clientelari, oppure se il caso ti pone davanti una possibilità, e solo una da cogliere al volo.

Quale futuro? Minaccioso dunque. La minaccia produce paura e insicurezza. L’indicazione che proviene dai media, dalla pubblicità, dalle classi dirigenti e dai governi è sempre la stessa: qui vale la legge della giungla, bisogna sottomettere, schiacciare gli altri per emergere; si devono ignorare le richieste di aiuto, azzerare la solidarietà e, al massimo, tra chi si sente ancora “impegnato socialmente”, ridurla a vuoto involucro caritatevole che non mette in discussione nulla dell’esistente e lascia tutto inalterato.

Qualsiasi ragazza o ragazzo dai venti ai trent’anni potrà dire come si sente “insicuro/a” di fronte a una prospettiva tra un’adolescenza prolungata all’infinito, la ricerca di un lavoro e un corrispettivo salario insufficiente per una vita autonoma e un non sentirsi inserito in una società che gli è ostile e respingente.

La società moderna ha basato gran parte delle sue fondamenta sul valore del progresso di ogni generazione nei confronti della precedente. I figli e le figlie avevano la possibilità, quasi una certezza, che le loro condizioni di vita sarebbero state migliori di quelle dei propri padri e madri. Questo del progresso era più un mito che una certezza, ma per molte persone funzionava davvero.

Oggi questa promessa di progresso non può essere mantenuta! Da qui l’insicurezza nel futuro. Insicurezza che si somma alla frustrazione per non essere riusciti ad assicurarsi ciò che sembrava a portata di mano.

Una promessa mancata da parte del sistema capitalistico. Alla pauraquale non si è contrapposta una critica radicale di questo sistema e l’indicazione per un suo superamento, da parte di chi aveva il compito di proporla, ma si è rincorso un illusorio ritorno alla situazione precedente, al passato, a quando vigeva il “patto socialdemocratico”, o qualcosa di simile a uno “stato assistenziale”; a quando i “diritti venivano rispettati”, casomai dimenticando che questi “diritti” erano sorretti da alti livelli di occupazione e alti livelli di conflitto.

A loro spese, le giovani generazioni hanno imparato che un ritorno alla condizione delle generazioni precedenti non è possibile, è una stupida illusione. Ma non per questo bisogna adeguarsi alla dittatura liberista o del mercato.

Si può cambiare, si deve cambiare! Non cercando di ripristinare il “bel periodo precedente” (che in realtà bello non è mai stato), ma cogliendo questa occasione per cambiare l’ordine dei desideri e dei valori, il modo di produrre e di consumare, cambiare il modo di vita e, su queste basi, proporre un’altra società.

Per dirla brutalmente: oggi non ci sommergeranno più di merci per farci “contenti e addormentati”, quindi… dobbiamo trovare un altro modo, altri “piaceri” per essere “contenti e anche svegli”.

Oggi i giovani non sanno cosa può esser loro utile, quali i propri desideri e bisogni. Non è loro chiaro come raggiungere qualcosa di “positivo”, perché il “positivo” è parametrato sui vecchi e illusori beni/valori.

Ad esempio, molti lavori, la gran parte di quelli che oggi si trovano: ristorazione, distribuzione, call center, ma anche lavori manuali classici, vengono visti come una scappatoia temporanea in attesa di… oppure l’approdo per chi ha fallito, che però mantiene la speranza che sia un fallimento passeggero. Anche per questa “ideologia” si riscontra poca disponibilità alla lotta per migliorare la propria condizione che si ritiene “passeggera”.

Da tutto ciò emerge decisivo il “fattore tempo”. In questa corsa, in questo arrabattarsi per andare oltre i fallimenti, si vive in perenne “emergenza”, così intensa che fa sentire di “non avere più tempo”. E si produce l’ansia, la depressione o anche lo stallo. È una precarietà introiettata in attesa della soluzione decisiva, della svolta, della riuscita. È questa attesa frustrante che produce ansia e depressione e la “mancanza di tempo”.

La confezione comunque è fatta! Di fronte a questo malessere, a questa paura, eccoti il farmaco adatto: la merce-sicurezza. È a buon mercato, ti si chiede soltanto un consenso passivo. Ma il prezzo reale è assai più alto: è la tua morte come produttore di desideri, di sfide, come soggetto in lotta per la trasformazione sociale.

I luoghi di produzione della merce sicurezza sono numerosi. Il sistema di produzione della sicurezza funziona come un sistema a rete, non un solo luogo centrale, anche se i media e la loro produzione incalzante assumono sempre più un ruolo decisivo. C’è un indotto molto esteso che va dalla famiglia alla scuola, dal quartiere alle agenzie interinali, dai primi “lavoretti al nero” che il giovane riesce a trovare alle cooperative.

È ormai un sistema integrato, sorretto da una cultura di base cui partecipano, inconsapevolmente, anche le elaborazioni di aree di movimento che inducono “paure” nel denunciare “complotti” e “cospirazioni”, scambiando i processi reali di crisi-ristrutturazione del capitale e la incalzante repressione che l’accompagna per chissà quale macchinazione e complotto segreto, ordito da chissà chi.

A pensarci bene anche lo slogan “siamo il 99%”, così come immaginare oscure manovre di potenti “banchieri-finanzieri”, cosa può evocare, soprattutto tra i più giovani, se non che ci sia una cospirazione segreta e non invece un sistema sociale di sfruttamento alla cui base ci sono le classi sociali, alcune delle quali trovano giovamento e altre vengono massacrate dalla crisi-ristrutturazione in corso e dalle scelte liberiste dei governi? Tutto ciò induce un’inquietudine, a volte angoscia, ristagno e passività, invece di spronare chi subisce ad autorganizzarsi nei territori e sul lavoro e incalzare con la lotta, con la convinzione che si può cambiare.

Come combattere il modo di produzione della sicurezza che diventa sempre più invadente?

C’è un solo modo: riappropriarci del tempo e dello spazio. Ma prima di tutto del tempo!

Il tempo è prioritario: non combineremo nulla se non riconquistiamo il tempo che regaliamo quotidianamente alle incombenze per sopravvivere, ossia al ciclo della riproduzione della forza lavoro; riconquistare anche il tempo sprecato nelle molte attività superflue indotte dalla “gara” per guadagnarsi uno status gratificabile secondo i canoni in voga.

Per diventare compagni/e, ossia per dedicare le proprie energie al cambiamento sociale, proprio e di tutte/i, ci vuole tempo, tanto tempo. La lotta per riconquistare il tempo ci attrezza a combattere la nevrosi del “non avere più tempo”. Il tempo te lo prendi sottraendolo alle tante attività inutili e indotte e contrastando il tempo di vendita della nostra “forza lavoro”. La riconquista del tempo ci fornisce le energie per conoscere, imparare e tener conto dei percorsi e dei sentieri che provengono dalle esperienze di lotte precedenti, ma anche di voler tutto innovare.

Il tempo ci fornisce energia per essere presenti e attivi nella realtà e non subirla passivamente, rimanendo soggiogati dai valori che oggi ti impongono di sopravvivere schiacciando l’altro/a, di cercare di salvarti da solo/a.

Non si diventa compagni se si corre appresso ai miti “alternativi” che ci si pongono davanti, siano anche “miti di sinistra”, anche “estrema”, illudendoci che siano spontaneamente prodotti dalla propria indole. Le scelte inconsulte che facciamo, che spesso definiamo “spontanee” sono invece prodotte dalla sottomissione e dall’indottrinamento alla cultura dominante e al suo tempo, e dal martellamento mediatico; sono infatuazioni momentanee e di breve durata, a volte veri capricci dettati dalle mode, che forniscono l’illusione di arrivare al successo per queste strade e in solitudine.

Per battere la nevrosi e la depressione occorre incamminarci su un sentiero diverso, nella convinzione che altre e altri seguiranno. Impegnarsi nella lotta sociale e politica, per cambiare se stessi/e e tutto il resto, per riprendersi il tempo proprio e gli spazi collettivi. Costruire una diversa comunicazione e nuove parole tra chi vuole cambiare il presente. Chi vuole rivoluzionarlo!

È una lotta per ricostruire un “futuro promessa” combattendo il “futuro minaccia”.

salvatore
  1. Con la definizione di “modo di produzione della sicurezza” non voglio introdurre una nuova categoria per affiancare o peggio sostituire il “Modo di produzione capitalistico”. Mi riconosco in pieno nella analisi di Marx del modo di produzione capitalistico. Ciò che intendo per “modo di produzione della sicurezza” è un tentativo di tenere insieme una serie di attività prodotte da diversi soggetti: lo stato, le istituzioni, i media, la cosiddetta “opinione pubblica”, la scuola, la famiglia ecc. Attività distinte che però vanno assumendo sempre più, e con velocità crescente, un quadro d’insieme, quasi unitario, in base al quale operano sempre più le politiche governative cosiddette dell’«ordine pubblico». Non penso che sia un progetto né un complotto ordito da centrali potentissime e mostruose; queste attività sono distinte ma dobbiamo analizzarle nel loro complesso e ricondurle ad una comprensione unitaria, perché producono stati d’animo e comportamenti dilaganti nello spazio sociale e psichico urbano in questa fase del ciclo del capitale e sui quali opera l’azione volontaria e programmata, questa si, dei governi e delle classi dirigenti.
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Per farci due risate…amare!

Non so quanti e quante conoscono il “ridente paesino” (si dice così, no?) di Borgosatollo, quasi 10.000 abitanti a sud di Brescia nella bassa bresciana.

I. B., 43 anni senza fissa dimora, condannato più volte per piccoli furti, viene ammesso alla misura restrittiva degli “arresti domiciliari” e, non avendo un’abitazione, elegge il proprio domicilio presso il Municipio del paese di panchina domicilioBorgosatollo, ma non dentro l’edificio bensì al civico 13 di via Roma, corrispondente a una panchina del parco adiacente al Municipio. Quella panchina, segnata da un apposito contrassegno inciso nel legno, perché venga riconosciuta, era la residenza notturna del buon I.B. cittadino senza fissa dimora.

Ma le solerti forze dell’ordine devono condurre i loro controlli contro i pericolosi delinquenti e non sentono ragioni, nemmeno la propria. Così nelle notti di luna piena e in quelle buie e piovose, si recano presso la panchina del parco per verificare che il detenuto sia presso il “proprio domicilio”. Succede però che nei giorni, o meglio nelle notti del 30 maggio, del 5 e 10 giugno 2009, dopo le 21 il clochard non viene trovato alla sua panca. Scatta immediatamente la denuncia, è stato commesso un reato!, bisogna procedere!, così il buon I.B. viene sbattuto in galera per aver violato ripetutamente la misura di sorveglianza; ossia per: «violazione reiterata all’articolo 9 della legge 1423/56». Accidenti! Mica quisquilie!!! la giustizia è celere quando deve tutelare la sicurezza dei cittadini, e che c…!

I giudici di primo grado, anche loro ligi alle procedure, gli concedono le attenuanti generiche, ma lo condannano a dieci mesi, mica bruscolini!!! Fino a questo punto nessuno si è fatto nessuna domanda intelligente, come a dire: fin qui tutto bene! Ma che bravi!!!

Per fortuna il giudice di appello ha provato a ragionare, e il risultato non poteva che essere quello che ha scritto nella sentenza di proscioglimento: “Essendo privo di fissa dimora, tanto che aveva indicato quale luogo dove sarebbe stato reperibile un giardino pubblico, non può stimarsi che il mancato rintraccio costituisca violazione dell’obbligo di permanenza presso l’abitazione nelle ore notturne, che logicamente presuppone la obiettiva circostanza che il soggetto disponga di un’abitazione, ovvero di ciò che nel caso di specie pacificamente faceva difetto all’imputato“.

Come a dire, bisogna pur averlo un domicilio, un’abitazione, per violare gli obblighi di risiedervi, no? senza abitazione che … puoi violare?

‘ndo c… semo capitati!!! (scusate il dialetto)

… è proprio un bel paese l’italia, no????

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Venerdi’ 17 Gennaio presentazione Maelstrom a Torino a Radio Blackout (Blackout house)

Venerdi’ 17 Gennaio dalle ore 20 @ Blackout house, Via Cecchi 21/a in compagnia di Salvatore Ricciardi presentiamo “Maelstrom – Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980″, uscito per Derive/Approdi.

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Modena, 9 gennaio 1950: uccisi 6 lavoratori – 1

Modena, 9 gennaio 1950, davanti alle Fonderie Riunite

2-fonderie-riunite_9-gennaio-50Poco dopo le dieci di mattina una decina di lavoratori si trovavano all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di parlare con i carabinieri schierati. Un carabiniere sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani [30 anni, partigiano, metallurgico] colpito in pieno petto. Immediatamente dal terrazzo della fabbrica altri carabinieri spararono con la mitragliatrice sulla folla di lavoratori che si trovava sulla Via Ciro Menotti oltre il passaggio a livello chiuso per il transito di un treno.

Arturo Chiappelli [43 anni, partigiano, spazzino] e Arturo Malagoli [21 anni bracciante] vennero colpiti a morte, molti furono feriti, alcuni gravemente. La gente scappava, cercava riparo dai colpi della mitraglia che continuava a sparare, altri cercavano di assistere i feriti con medicazioni improvvise e li trasportavano al riparo.

Roberto Rovatti [36 anni, partigiano, metallurgico] si trovava in fondo a Via Santa Caterina, vicino alla chiesa, dal lato opposto e distante 500 metri dai primi caduti, aveva una sciarpa rossa al collo. Mezz’ora era passata dalla prima sparatoria veniva circondato da un gruppo di carabinieri scaraventato dentro un fosso e massacrato con i calci del fucile, un linciaggio mortale. Ennio Garagnani [21 anni, carrettiere] veniva assassinato in Via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblinda che sparava sulla folla.

Lo sciopero generale partì spontaneamente appena si diffuse la notizia del massacro. Un’automobile della Cgil con l’altoparlante avvertiva i lavoratori di concentrarsi in Piazza Roma. Poco dopo mezzogiorno Renzo Bersani [21 anni metallurgico] attraversava la strada a piedi, in fondo a Via Menotti, all’incrocio con Via Paolo Ferrari e Montegrappa, un graduato dei CC distante oltre un centinaio di metri si inginocchiò a terra, prese la mira col fucile e sparò per uccidere.

1950_modena_2Sei lavoratori assassinati, 34 arrestati, i numerosi feriti trasportati in ospedale vennero messi in stato di arresto, piantonati giorno e notte e denunciati alla magistratura per «resistenza a pubblico ufficiale, partecipazione a manifestazione sediziosa non autorizzata, attentato alle libere istituzioni per sovvertire l’ordine pubblico e abbattere lo Stato democratico».

Era questa l’Italia “democratica” ricostruita dopo il fascismo da padroni e democristiani. Ricostruita sulla pelle dei proletari e dei lavoratori che venivano sfruttati ferocemente nelle fabbriche e nei campi e, quando si ribellavano, venivano massacrati nelle piazze.

È QUESTA LA STORIA NASCOSTA E SCONOSCIUTA DI QUESTO PAESE. E oggi alcuni personaggi ambigui, provenienti da certa “sinistra” cercano di riscrivere la storia falsificandola per mezzo di libri, lezioni accademiche, programmi televisivi, film e spettacoli teatrali e facendo passare dirigenti democristiani, padroni e funzionari di Stato come “persone perbene”.

Ma cosa stava succedendo a Modena e nel resto del paese in quegli anni? Era in corso dal 1948 una controrivoluzione per azzerare la forza dei lavoratori nelle fabbriche e la tenuta dei sindacati e partiti di sinistra, una forza costruita nella resistenza e nell’immediato dopoguerra. I padroni volevano abbassare il costo del lavoro e aumentare la produttività per orientare la produzione verso l’esportazione. Gli strumenti che usarono: la serrata e i licenziamenti collettivi e selettivi per ridurre il potere contrattuale dei sindacati e delle commissioni interne, l’aumento del ventaglio retributivo, salario sempre più legato alla produzione (cottimo e premio di produzione differenziato), intervento della polizia per sciogliere i picchetti e le manifestazioni; scioglimento dei “Consigli di Gestione”.

Nella città di Modena nei due anni 1947-49, ben 485 partigiani furono arrestati e processati per fatti accaduti durante la lotta di liberazione. 3.500 braccianti arrestati e denunciati per occupazione delle terre; 181 volte la polizia intervenne nei conflitti di lavoro.

Modena 3Le maestranze delle Fonderie Riunite, con 480 lavoratori – la metà erano donne- nel 1943 parteciparono agli scioperi contro la guerra e per il pane. Dopo la “liberazione” i padroni “tornano proprietari”, è questa la scelta democristiana. Anche il padrone delle Riunite, il fascista Adolfo Orsi amico di Italo Balbo. Orsi è padrone non solo delle Riunite, ma anche della “Maserati Alfieri”, delle “Candele accumulatori Maserati” e delle Acciaierie. Come altri padroni fascisti ringalluzziti dalle vittoria democristiana del ’48, padron Orsi inizia con tre giorni di serrata, chiamando la polizia a sgombrare i picchetti. È la prima volta, dopo la liberazione, che a Modena la polizia interviene nel conflitti di lavoro. Sarà la prima di una serie di interventi sempre più aggressivi.

L’anno prima del “massacro” è il 9 gennaio 1949, è domenica e si tiene a Modena un comizio sindacale in piazza Roma, Fernando Santi, segretario generale della Cgil denuncia i licenziamenti e la serrata alla fonderia Vandevit e alla carrozzeria Padana. Al termine della manifestazione, mentre la gente rientra a casa mescolandosi con chi esce dalla chiesa, si scatena una selvaggia e inspiegabile aggressione poliziesca con camionette e manganellate e perfino colpi d’arma da fuoco. Il cambio di rotta era stato deciso dall’alto: colpire senza sosta il movimento operaio e sindacale per interromperne l’avanzata e ridurne la capacità contrattuale.

Alla fine di quel ’49, padron Orsi regalò ai “suoi” dipendenti la seconda serrata e il licenziamento di tutti i 560 lavoratori. L’idea di Orsi era di assumere nuovi lavoratori non sindacalizzati né politicizzati. Le “rivendicazioni” di padron Orsi erano di revisionare in peggio il premio di produzione, abolire il Consiglio di gestione, far pagare la mensa ai lavoratori, togliere le bacheche sindacali e politiche, eliminare la stanza di allattamento che le operaie si erano conquistate per poter andare in fabbrica con i figli. Dopo un mese di serrata venne la risposta operaia: sciopero generale di tutte le categorie proclamato per il 9 gennaio 1950 in tutta la provincia.

Ma il prefetto e il questore [non dimentichiamo mai che prefetti e questori erano stati traghettati in blocco dal regime fascista a quello democratico/democristiano] negano alla Camera del lavoro qualsiasi piazza per la manifestazione sindacale. Si racconta che il questore rispose alla delegazione di parlamentari e dirigenti sindacali che chiedevano una piazza: “vi stermineremo tutti”. Dal giorno prima arrivano a Modena ingenti forze di polizia, si dice 1.500 con autoblindo, jeep, camion. Occupano la fabbrica e si dispongono sul tetto con le armi.

Da quel tetto spararono con la mitraglia sui lavoratori per uccidere.

Affoga nel sangue il governo del 18 aprile“, titola a tutta pagina il giornale l’Avanti! del giorno dopo. [il governo del 18 aprile è quello scaturito dalla vittoria democristiana del 18 aprile ’48: il governo dell’atlantismo, della rottura dell’unità sindacale: nascita di Cisl e Uil con i soldi americani, della soggezione agli USA, della crociata anticomunista e soprattutto dell’abbattimento della forza operaia!

Modena non fu un fatto isolato. In quegli anni iniziava una repressione antioperaia feroce e sanguinosa [nel 1948 sono stati uccisi 17 lavoratori in conflitti di lavoro, centinaia feriti e 14.573 arrestati]. Il sindacato di classe fu buttato fuori da moltissime aziende, oppure ridotto e emarginato. La dirigenza della Cgil, del Pci e del Psi fu piegata a più miti consigli in merito alla logica del profitto padronale e allo sfruttamento operaio.

Dopo quella dura sconfitta che dal ’48 si protrasse per tutti gli anni Cinquanta la classe operaia riprese l’iniziativa all’inizio degli anni Sessanta.

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8 gennaio 2014 presentazione alla B(A)M

BAM

http://bamcentocelle.wordpress.com/

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Le giustificazioni del DAP peggiori del divieto

Le giustificazioni del DAP peggiori del divieto

41bisDopo la denuncia del blog “Le urla del silenzio” in merito al fatto che al detenuto Davide Emmanuello, in regime di 41 bis nel carcere di Marino del Tronto (Ascoli Piceno), non era stato consegnato il libro “Il nome della rosa” di Umberto Eco, denuncia ripresa da alcuni media e che ha fatto storcere le bocche piene di panettone ai benpensanti, Il PRAP (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria) delle Marche si è sentito in dovere di rispondere affermando che Emmanuello non ha mai chiesto in lettura il libro “Il nome della rosa”, come hanno fatto invece, ottenendolo, altri carcerati sottoposti allo stesso tipo di detenzione. Fin qui tutto bene, si tratta di decidere se dar retta al detenuto oppure ai funzionari del Prap.

Ma non finisce qui: sullo stesso blog “Le urla del silenzio“, compare la denuncia di un altro detenuto Pasquale De Feo, che lamentava la non consegna de “il Manifesto”, diniego della direzione del carcere che, secondo il detenuto, era di natura politica. De Feo aveva scritto alla direttrice del quotidiano Norma Rangeri sostenendo che l’area educativa del penitenziario ascolano aveva impedito al detenuto di leggere il libro “perché ritenuto pericoloso” così come impediva il ricevimento del quotidiano “il Manifesto” in abbonamento. “Credo – suggeriva De Feo a questo proposito – che il motivo sia tutto nell’orientamento politico; nel sistema penitenziario non adorano tutto ciò che si volge a sinistra“.

carcereDavanti a un tale affronto interviene il DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), un gradino sopra il PRAP ci rende edotti dei motivi tecnici, attentamente studiati, per garantire la SICUREZZA dei cittadini. Udite, udite, è il DAP che parla: «Il Dap ha precisato, infatti, che chi è sottoposto al “carcere duro” può leggere e acquistare giornali e riviste ma non può riceverli, “per motivi di sicurezza”, con l’intestazione a proprio nome, ma solo con quella della direzione del carcere, che poi provvede a recapitarli all’interessato».

Non ci crederete, ma sono stato ore e ora a pensare quale potesse essere la differenza -in termini di sicurezza – tra inviare un quotidiano, in libera vendita nelle edicole, alla direzione del carcere per poi consegnarlo al detenuto e NON inviarlo direttamente al detenuto. Stante il fatto che qualsiasi cosa transita attraverso le mura di un carcere, per chi è sottoposto a regime speciale, viene accuratamente e attentamente vagliato e controllato dai “tecnici” della direzione.

Modi ingegnosi per far entrare messaggi in carcere, aggirando i più rigidi controlli, ve ne sono molti. Con altri frequentatori di lungo corso degli “alberghi di stato” potremo dilettarci a elencarne diversi, ma la “pericolosità” dell’invio di un giornale in abbonamento, francamente mi sfugge.  Genialità dei questurini di stato!

Nemmeno a questi inviamo gli auguri di Buon Anno!

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Bambini palestinesi torturati

kidnapped boyIl Public Committee Against Torture in Israel (Pcati), organizzazione israeliana indipendente per la difesa dei diritti umani, denuncia il governo israeliano responsabile della tortura inflitta a bambini palestinesi. In particolare denuncia il cosiddetto “ingabbiamento pubblico”, i bambini vengono trasferiti dalle proprie celle in delle gabbie all’aperto, all’esterno del carcere e vi rimangono per lungo tempo.

Secondo un rapporto del Pcati bambini sospettati di reati minori in Israele vengono sottoposti ad “ingabbiamento pubblico“, a minacce, a violenza sessuale e processi militari senza rappresentanza. Il documento degli attivisti per i diritti umani in particolare riporta di alcune visite compiute dai legali del Public Defender’s Office (Pdo) israeliano in alcuni centri di detenzione. Sul proprio sito web il Pdo ha raccontato che alcuni detenuti hanno raccontato ai funzionari di reclusi trasferiti in gabbie esterne anche in piano inverno, una procedura che, a quanto si apprende, sarebbe durata diversi mesi. Nel suo rapporto il comitato israeliano contro la tortura dunque definisce la pratica emersa come un gravissimo “atto di abuso” e giudica insufficiente l’interessamento al caso del ministro della giustizia Tzipi Livni. Il documento degli attivisti afferma innanzitutto che la tortura, come descritto nel protocollo di Istanbul, è un mezzo per attaccare il “funzionamento psicologico e sociale delle persone” e che la imagestortura può influire direttamente o indirettamente su un bambino, ad esempio quando ne è vittime e quando ne è semplice testimone. Poi il Pcati ricorda che “la maggior parte dei detenuti minorenni in Israele vengono accusati del lancio di pietre” e che “nel 74% dei casi essi sono vittima di violenza fisica durante l’arresto, il trasferimento e l’interrogatorio”. Gli attivisti, infine, sottolineano che Israele è l’unico paese che giudica sistematicamente i bambini nei tribunali militari.

[da: http://www.giornalettismo.com, 3 gennaio 2014]
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Ben arrivate in carcere!!!

Ben arrivate in carcere!!!

Non si dovrebbe dare il benvenuto a chi entra in carcere.

carcere_9Ma stavolta facciamo un’eccezione perché salutiamo due creaturine appena nate: 30 giorni una, 32 giorni l’altra!

Le mamme 24 e 31 anni. La sera di Natale, le ardimentose forze dell’ordine, le hanno arrestate per violazione della sacralità della proprietà privata. Insomma per furto! La magistratura, altrettanto solerte ed energica le ha condannate per direttissima a 2 anni e due mesi. La magistratura ha condannato le mamme, ma ha mandato in galera anche le neonate.

Lo vedete come la giustizia è rapida ed efficiente in questo paese? Mica ci mette dieci anni per fare un processo, come a Berlusconi, per poi scoprire che è il reato caduto in prescrizione.

All’insegna di rapidità ed efficienza le due creature sono state immediatamente sbattute in una cella del carcere di Cagliari, il famigerato Buoncammino, uno dei peggiori carceri d’Italia. Ottimo ambiente per due neonate. D’altronde la “sicurezza” ha i suoi costi, e il pantano scribacchino dei media tipo “il fatto quotidiano” o “libero” e anche gli ultimi arrivati in parlamento come i “grillini” in gara forcaiola con quelli che vogliono “cacciar via”, ma anche, via via, tutti gli altri, saranno felici: giustizia è fatta!

Non sempre si può optare per le misure alternative come il Berlusconi di cui sopra.

Non voglio fare commenti altrimenti scendo nel turpiloquio. E nemmeno serve ricordare a giudici e funzionari quali leggi presiedono alle mamme detenute (possono essere inviate agli arresti domiciliari direttamente dal giudice che le ha condannate, oppure in una casa famiglia), una sola considerazione:

VERGOGNATEVI!!!

e per noi: cosa aspettiamo a liberarci di questo stato squallido e del sistema proprietario e capitalistico che riproduce?

Nessun Buon anno stavolta!

Perché sia un anno buono, ce lo dobbiamo conquistare!!!!

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Scene di caccia nell’Italia di oggi

scene di cacciaÈ sembrato di leggere un giallo ambientato nella campagna francese di fine ottocento. Gli aggettivi copiati dalle più triviali pagine dei tabloid terroristici: serial-killer, pluriomicida, pericoloso evaso, pluriassassino, altamente pericoloso, il mostro di San Valentino, ecc., ecc.

Lui era un pover’uomo, Bartolomeo Gagliano, una vita tra carcere e manicomio criminale da cui aveva cercato di fuggire, a volte riuscendoci. E come dargli torto! Stare in galera è insopportabile e non si pensa altro che a evadere. Immaginiamo quanto peggiore debba essere l’inferno del manicomio criminale-Opg. Leggete su questo e altri blog cos’è un Opg [qui, quiqui  e qui]

Ma niente! Nessuno che cercasse di capire, di informarsi: giornalisti e giornaliste a far la gara a descrivere questo mostro pericoloso in libertà. Si è giunti perfino a comunicare per radio e Tv le caratteristiche somatiche e la targa dell’auto rubata per rintracciarlo. Anche Rai 3, nella rubrica Chi l’ha visto condotta da Federica Sciarelli se ne è occupato. Mancava solo la taglia: wontwd

e chissà, qualcuno ci avrà pensato, ma è mancato il tempo di far montare il “caso”; è stato riacciuffato nemmeno tre giorni dopo. Con la mania del cow boy è un miracolo che sia ancora vivo. Chissà quanti hanno tirato fuori e oliato l’arma per passare alla cronaca come “giustizieri”, bounty killer, cacciatori di taglie.

Poi è cominciata la ricerca dei colpevoli: che è questa “giustizia di manica larga” che mette fuori anche i pericolosi criminali? Il direttore del carcere di Marassi Salvatore Mazzeo e il giudice di sorveglianza sul banco degli accusati. Esplode un’insurrezione forcaiola quando qualche imbrattacarte intervista il direttore del carcere e questi confessa candidamente che il Gagliano aveva tutte le carte in regola per usufruire di un permesso; che lui, il direttore, non sapeva che fosse un pericoloso serial-killer pluriomicida, perché non c’era scritto sulla cartella. È la bagarre: si chiede dimissioni, licenziamento, apertura di un’inchiesta per trovare il colpevole; chi ha omesso di scrivere sulla cartella che il buon Bartolomeo Gagliano era talmente pericoloso da non dover nemmeno mettere fuori il naso? E dai a fare a gara a gridare contro i “permessi premio”, e contro questo lassismo che non difende la sicurezza delle nostre famiglie, e bla, bla, bla.

Responsabili ci sono davvero in questa vicenda. Si chiamano “principi del diritto”, e anche Costituzione, quel libricino che molti menzionano, citano, sbandierano ma che pochi si incaricano di leggere. A me né la Costituzione, né i principi del diritto entusiasmano granché, se non altro perché insistono troppo sulla tutela della proprietà privata anche quando si tratta di proprietà dei mezzi di produzione e quindi proprietà di sfruttare e affamare, tuttavia questi principi hanno segnato una rottura con i metodi di Tomás de Torquemada e della Grande Inquisizione Spagnola, metodi che invece ai nostri imbrattacarte suscitano entusiasmo.

Difatti il ragionamento è di una semplicità disarmante e si può sintetizzare così (con parole semplici evitando i termini ampollosi propri del diritto penale): quando un condannato ha espiato tutta la condanna, ha sanato il suo debito con la società, dunque il reato per il quale era stato condannato è come se non fosse stato compiuto. A questo serve la condanna: a ripagare, con la sofferenza della pena, il torto o il male fatto alla società. Queste le regole su cui si basano i codici, la Giustizia e tutte le procedure giudiziarie. Ripeto che a me non piacciono, per via che sanno tanto di vendetta e che un potere si arroga il diritto di imporre sofferenza ad esseri umani. Non mi piace, ma queste le regole su cui si regge questa società e che ci insegnano a scuola. Possibile che i nostri giornalisti di carta e di Tv non l’abbiano letto sui libri? E cosa hanno mai letto?, se qualcosa hanno letto.

Il buon Bartolomeo Gagliano il suo debito con la giustizia (con la società) per gli omicidi l’aveva pagato, la condanna l’aveva espiata per intero. Adesso era in carcere per un modesto furto a quattro supermercati liguri tra aprile e maggio del 2005; furti rubricati come “rapine” per via della presenza di persone. Era ovvio, era addirittura obbligatorio che sulla sua cartella non ci fosse il reato precedente, poiché già espiato (scusate questi termini orribili, ma sono quelli che usa il diritto penale), e che ci fosse solo la rapina e la condanna a 7 anni.

Se poi i giornalisti, oltre saper leggere sapessero anche far di conto, sommando e sottraendo scoprirebbero che il buon Bartolomeo avrebbe finito di scontare anche questa condanna a 7 anni nella primavera prossima, a marzo o aprile sarebbe stato totalmente libero, e forse anche prima con l’entrata in vigore del decreto Severino. Lui, il pericolosissimo serial-killer!

Per dare un’altra medaglia a giornalisti e affini, va ricordato che anche “la fuga di Pietro Esposito, 47 anni, pentito” anche lui pluriomicida e promosso boss della camorra sul campo, non rientrato dopo un permesso premio, doveva restare recluso fino al giugno 2014 per una condanna inflittagli proprio in seguito a una precedente evasione. Lui, applicando il decreto Severino, sarebbe già libero.

…buone feste!!!

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Il pacco di Natale e… i due marò

Chi è costretto a frequentare le carceri di questo triste paese, perché dietro quelle sbarre ci sono persone cui tiene, sa quante difficoltà, fastidi per non dire vere e proprie vessazioni subisce chi vuol portare il “pacco di natale” alle persone richiuse nelle galere. Il pacco di cibarie consente a chi sta in carcere di godere cibi gustosi e di assaporare ancora sapori familiari il cui ricordo tende a svanire col trascorrere del tempo della galera.

Ma fare il colloquio e far arrivare a un detenuto o una detenuta un pacco viveri non è cosa facile. I familiari si devono mettere in cammino nei giorni di maggior traffico, spesso percorrendo centinaia di chilometri, difatti l’amministrazione non rispetta la legge che afferma di tenere i prigionieri vicini alla loro residenza e comunque nel raggio di non più di 100 chilometri.

Per il contenuto del pacco poi, ci sono tanti divieti: questo cibo non passa, quest’altro va tagliato, questo non è previsto, ecc., ecc. e si torna indietro mesti col cibo preparato con amorevolezza per condividere, non potendo la libertà, almeno i sapori. E ogni carcere ha le sue regole bizzarre e diverse da carcere a carcere. È l’arbitrio del sistema carcerario che ha un unico scopo: annientare la personalità di chi viene rinchiuso e di chi lo sostiene.

Il giorno di Natale è anche questo, una sorda e silenziosa lotta tra chi è solidale con i carcerati e i loro familiari contro il sistema carcere.

Ma è per tutti così?

Pare di no, se leggiamo alcune agenzie stampa che ci raccontano come trascorreranno le feste natalizie DUE detenuti particolari. Sono i due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre arrestati e detenuti in India perché accusati di aver ucciso due pescatori al largo dell’Oceano Indiano scambiandoli per pirati. I pescatori si famiglia pescatorichiamavano: Valentine Jalstine e Ajesh Binki (foto: la famiglia di uno dei pescatori uccisi)

I marò sono in attesa del processo. Ma non sono in carcere, sono in custodia cautelare nei locali dell’ambasciata italiana. Immaginiamo in ambienti dotati di ogni confort, proprio come le carceri italiane!

Non vi pare che sia troppo grande la differenza di condizione tra questi due e i detenuti e le detenute nelle carceri italiane che sono in carcere in attesa del processo!

Insomma i due marò sembra abbiano vinto la battaglia che in Italia pochi garantisti stanno conducendo per far si che, fino a sentenza, le persone in attesa di giudizio dovrebbero stare fuori dal carcere. Ma la loro non è stata una battaglia. Più che altro è stato fatto loro un regalo, come se fossero degli “eroi”, difatti molti media così li chiamano: “eroi”. Sparare a due poveri pescatori si diventa “eroi”; rubare in un supermercato si è “criminali”.

Arriva il tempo di feste natalizie anche per i due marò e così dalle terre di origine dei due fucilieri partono numerosi familiari. anche loro portano il “pacco di Natale”: tantissimi e vari prodotti salentini per addolcire il palato dei nostri “eroi”. Sono numerosi i familiari ospitati nei locali dell’ambasciata italiana. Leggiamo dalle agenzie: “Più di venti persone, tra i loro familiari, potranno raggiungerli per festeggiare con loro il Natale, ha fatto saper il ministro della Difesa Mario Mauro”.

Una banale domanda: chi pagherà il viaggio e il soggiorno? Ho l’impressione che lo pagheremo noi.

Ma, a parte il vile peculio, vi pare che ci sia uguaglianza di trattamento tra quei 65mila donne e uomini che stanno ammassati dentro le sovraffollate e puzzolenti celle del sistema carcerario italiano e questi due “eroi”?

Qualcuno/a dirà: ma i marò sono detenuti in terra straniera. Aspettate un momento! Guardate che sono oltre 3mila (3.103) i cittadini italiani rinchiusi nelle carceri di paesi stranieri e, a sentire le poche notizie che filtrano, non se la passano proprio bene. Sono in condizioni difficili e, così denunciano i loro familiari, abbandonati o comunque poco assistiti e tutelati dalla autorità consolari.

Le riflessioni da fare sono tante e profonde e poi, trarne conseguenze pratiche: BASTA CON LE GALERE !!! Anche perché ci finiamo dentro sempre noi proletari, immigrati, emarginati, poveri, diseredati…

…i potenti e gli “eroi” non ci vanno a finire mai!!!

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