La merce-sicurezza

IL MODO DI PRODUZIONE DELLA MERCE-SICUREZZA (1)

Come ogni altra merce, la merce-sicurezza deve avere una domanda adeguata per essere prodotta e venduta in quantità.

Come per ogni altra merce, per vendere la merce-sicurezza si deve mettere in moto una propaganda e una pubblicità imponente in grado di renderla appetibile e acquistabile.

sicurezzaCome ogni altra merce, la merce-sicurezza deve anche avere un’esistenza reale, ossia un valore-d’uso, deve cioè essere presente come necessità e preoccupazione tra le persone e poi, essere plasmata, ingigantita, confezionata e presentata come acquisto indispensabile a beneficio di chi la produce.

Perché la merce-sicurezza divenga appetibile ci deve essere tanta insicurezza. Le basi materiali dell’insicurezza oggi sono note. È sufficiente accennarne alcune.

Le ultime due o tre generazioni non hanno nessuna possibilità di progredire rispetto allo standard di vita dei propri genitori. Ossia non possono guardare al futuro come ad una “promessa” di miglioramento sociale, culturale e anche economico. Il futuro lo vedono come qualcosa che non riusciranno a plasmare con la propria attività, con l’iniziativa, lo sforzo e anche i sacrifici.

A questa “promessa”, “speranza”, che ha funzionato per molte generazioni, si è sostituita la sensazione del “futuro minaccia”. Questa “minaccia” viene percepita soprattutto tra le ragazze e i ragazzi giovanissimi, perché a loro è stata sbattuta in faccia duramente ed esplicitamente, come fosse un destino violento e dominante, aggressivo, prepotente, tirannico.

A questa “insicurezza”, a questa “paura” propria delle nuove generazioni si affiancano le paure di chiunque è oggi sottoposto al terrore di “perdere lavoro”. I/le cinquantenni messi “in mobilità”, i/le trimestrali col contratto non rinnovato, chi vede avvicinarsi il termine di scadenza della Cassa Integrazione, ecc. ecc.

Qualsiasi agenzia di indagine statistica è oggi in grado di “predire il futuro” della giovane popolazione delle grandi città. É possibile, quartiere per quartiere, strato sociale per strato sociale, “predire” la quantità di disoccupati che ci saranno, quanti/e saranno costretti/e a lavori saltuari e precari, quanti/e andranno in galera, quanti casi di “depressione”, quanti/e faranno uso di stupefacenti, perfino quanti suicidi si conteranno. A meno di cambiamenti “imprevedibili” e rari della condizione socio-politica, è questo il futuro.

Su questi dati i governi e le amministrazioni locali (coadiuvate in questo dai media e dInsicurezzaalle associazioni corporative e reazionarie, tipo quelle sul “decoro urbano”, sulla militarizzazione dei quartieri, contro lo spaccio di stupefacenti, ecc.), costruiscono le loro “campagne sulla sicurezza”.

Schiacciati da questa minaccia, le giovani generazioni possono sperare soltanto nelle amicizie, nei rapporti familiari e clientelari, oppure se il caso ti pone davanti una possibilità, e solo una da cogliere al volo.

Quale futuro? Minaccioso dunque. La minaccia produce paura e insicurezza. L’indicazione che proviene dai media, dalla pubblicità, dalle classi dirigenti e dai governi è sempre la stessa: qui vale la legge della giungla, bisogna sottomettere, schiacciare gli altri per emergere; si devono ignorare le richieste di aiuto, azzerare la solidarietà e, al massimo, tra chi si sente ancora “impegnato socialmente”, ridurla a vuoto involucro caritatevole che non mette in discussione nulla dell’esistente e lascia tutto inalterato.

Qualsiasi ragazza o ragazzo dai venti ai trent’anni potrà dire come si sente “insicuro/a” di fronte a una prospettiva tra un’adolescenza prolungata all’infinito, la ricerca di un lavoro e un corrispettivo salario insufficiente per una vita autonoma e un non sentirsi inserito in una società che gli è ostile e respingente.

La società moderna ha basato gran parte delle sue fondamenta sul valore del progresso di ogni generazione nei confronti della precedente. I figli e le figlie avevano la possibilità, quasi una certezza, che le loro condizioni di vita sarebbero state migliori di quelle dei propri padri e madri. Questo del progresso era più un mito che una certezza, ma per molte persone funzionava davvero.

Oggi questa promessa di progresso non può essere mantenuta! Da qui l’insicurezza nel futuro. Insicurezza che si somma alla frustrazione per non essere riusciti ad assicurarsi ciò che sembrava a portata di mano.

Una promessa mancata da parte del sistema capitalistico. Alla pauraquale non si è contrapposta una critica radicale di questo sistema e l’indicazione per un suo superamento, da parte di chi aveva il compito di proporla, ma si è rincorso un illusorio ritorno alla situazione precedente, al passato, a quando vigeva il “patto socialdemocratico”, o qualcosa di simile a uno “stato assistenziale”; a quando i “diritti venivano rispettati”, casomai dimenticando che questi “diritti” erano sorretti da alti livelli di occupazione e alti livelli di conflitto.

A loro spese, le giovani generazioni hanno imparato che un ritorno alla condizione delle generazioni precedenti non è possibile, è una stupida illusione. Ma non per questo bisogna adeguarsi alla dittatura liberista o del mercato.

Si può cambiare, si deve cambiare! Non cercando di ripristinare il “bel periodo precedente” (che in realtà bello non è mai stato), ma cogliendo questa occasione per cambiare l’ordine dei desideri e dei valori, il modo di produrre e di consumare, cambiare il modo di vita e, su queste basi, proporre un’altra società.

Per dirla brutalmente: oggi non ci sommergeranno più di merci per farci “contenti e addormentati”, quindi… dobbiamo trovare un altro modo, altri “piaceri” per essere “contenti e anche svegli”.

Oggi i giovani non sanno cosa può esser loro utile, quali i propri desideri e bisogni. Non è loro chiaro come raggiungere qualcosa di “positivo”, perché il “positivo” è parametrato sui vecchi e illusori beni/valori.

Ad esempio, molti lavori, la gran parte di quelli che oggi si trovano: ristorazione, distribuzione, call center, ma anche lavori manuali classici, vengono visti come una scappatoia temporanea in attesa di… oppure l’approdo per chi ha fallito, che però mantiene la speranza che sia un fallimento passeggero. Anche per questa “ideologia” si riscontra poca disponibilità alla lotta per migliorare la propria condizione che si ritiene “passeggera”.

Da tutto ciò emerge decisivo il “fattore tempo”. In questa corsa, in questo arrabattarsi per andare oltre i fallimenti, si vive in perenne “emergenza”, così intensa che fa sentire di “non avere più tempo”. E si produce l’ansia, la depressione o anche lo stallo. È una precarietà introiettata in attesa della soluzione decisiva, della svolta, della riuscita. È questa attesa frustrante che produce ansia e depressione e la “mancanza di tempo”.

La confezione comunque è fatta! Di fronte a questo malessere, a questa paura, eccoti il farmaco adatto: la merce-sicurezza. È a buon mercato, ti si chiede soltanto un consenso passivo. Ma il prezzo reale è assai più alto: è la tua morte come produttore di desideri, di sfide, come soggetto in lotta per la trasformazione sociale.

I luoghi di produzione della merce sicurezza sono numerosi. Il sistema di produzione della sicurezza funziona come un sistema a rete, non un solo luogo centrale, anche se i media e la loro produzione incalzante assumono sempre più un ruolo decisivo. C’è un indotto molto esteso che va dalla famiglia alla scuola, dal quartiere alle agenzie interinali, dai primi “lavoretti al nero” che il giovane riesce a trovare alle cooperative.

È ormai un sistema integrato, sorretto da una cultura di base cui partecipano, inconsapevolmente, anche le elaborazioni di aree di movimento che inducono “paure” nel denunciare “complotti” e “cospirazioni”, scambiando i processi reali di crisi-ristrutturazione del capitale e la incalzante repressione che l’accompagna per chissà quale macchinazione e complotto segreto, ordito da chissà chi.

A pensarci bene anche lo slogan “siamo il 99%”, così come immaginare oscure manovre di potenti “banchieri-finanzieri”, cosa può evocare, soprattutto tra i più giovani, se non che ci sia una cospirazione segreta e non invece un sistema sociale di sfruttamento alla cui base ci sono le classi sociali, alcune delle quali trovano giovamento e altre vengono massacrate dalla crisi-ristrutturazione in corso e dalle scelte liberiste dei governi? Tutto ciò induce un’inquietudine, a volte angoscia, ristagno e passività, invece di spronare chi subisce ad autorganizzarsi nei territori e sul lavoro e incalzare con la lotta, con la convinzione che si può cambiare.

Come combattere il modo di produzione della sicurezza che diventa sempre più invadente?

C’è un solo modo: riappropriarci del tempo e dello spazio. Ma prima di tutto del tempo!

Il tempo è prioritario: non combineremo nulla se non riconquistiamo il tempo che regaliamo quotidianamente alle incombenze per sopravvivere, ossia al ciclo della riproduzione della forza lavoro; riconquistare anche il tempo sprecato nelle molte attività superflue indotte dalla “gara” per guadagnarsi uno status gratificabile secondo i canoni in voga.

Per diventare compagni/e, ossia per dedicare le proprie energie al cambiamento sociale, proprio e di tutte/i, ci vuole tempo, tanto tempo. La lotta per riconquistare il tempo ci attrezza a combattere la nevrosi del “non avere più tempo”. Il tempo te lo prendi sottraendolo alle tante attività inutili e indotte e contrastando il tempo di vendita della nostra “forza lavoro”. La riconquista del tempo ci fornisce le energie per conoscere, imparare e tener conto dei percorsi e dei sentieri che provengono dalle esperienze di lotte precedenti, ma anche di voler tutto innovare.

Il tempo ci fornisce energia per essere presenti e attivi nella realtà e non subirla passivamente, rimanendo soggiogati dai valori che oggi ti impongono di sopravvivere schiacciando l’altro/a, di cercare di salvarti da solo/a.

Non si diventa compagni se si corre appresso ai miti “alternativi” che ci si pongono davanti, siano anche “miti di sinistra”, anche “estrema”, illudendoci che siano spontaneamente prodotti dalla propria indole. Le scelte inconsulte che facciamo, che spesso definiamo “spontanee” sono invece prodotte dalla sottomissione e dall’indottrinamento alla cultura dominante e al suo tempo, e dal martellamento mediatico; sono infatuazioni momentanee e di breve durata, a volte veri capricci dettati dalle mode, che forniscono l’illusione di arrivare al successo per queste strade e in solitudine.

Per battere la nevrosi e la depressione occorre incamminarci su un sentiero diverso, nella convinzione che altre e altri seguiranno. Impegnarsi nella lotta sociale e politica, per cambiare se stessi/e e tutto il resto, per riprendersi il tempo proprio e gli spazi collettivi. Costruire una diversa comunicazione e nuove parole tra chi vuole cambiare il presente. Chi vuole rivoluzionarlo!

È una lotta per ricostruire un “futuro promessa” combattendo il “futuro minaccia”.

salvatore
  1. Con la definizione di “modo di produzione della sicurezza” non voglio introdurre una nuova categoria per affiancare o peggio sostituire il “Modo di produzione capitalistico”. Mi riconosco in pieno nella analisi di Marx del modo di produzione capitalistico. Ciò che intendo per “modo di produzione della sicurezza” è un tentativo di tenere insieme una serie di attività prodotte da diversi soggetti: lo stato, le istituzioni, i media, la cosiddetta “opinione pubblica”, la scuola, la famiglia ecc. Attività distinte che però vanno assumendo sempre più, e con velocità crescente, un quadro d’insieme, quasi unitario, in base al quale operano sempre più le politiche governative cosiddette dell’«ordine pubblico». Non penso che sia un progetto né un complotto ordito da centrali potentissime e mostruose; queste attività sono distinte ma dobbiamo analizzarle nel loro complesso e ricondurle ad una comprensione unitaria, perché producono stati d’animo e comportamenti dilaganti nello spazio sociale e psichico urbano in questa fase del ciclo del capitale e sui quali opera l’azione volontaria e programmata, questa si, dei governi e delle classi dirigenti.
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3 risposte a La merce-sicurezza

  1. vittoria oliva ha detto:

    copiato salvo, un saluto con affetto

  2. gianni landi ha detto:

    Sottoscrivo in pieno la tua analisi che approfondisce certe indicazioni di metodo nell’intervento che facevamo già negli anni ’68 e seguenti ( personalmente lavoravo nell’industria farmaceutica a Pomezia ed ero nel consiglio di fabbrica della Sigma Tau), ma se era duro allora lottare contro il capitale, i partiti, i sindacati e la stampa, figurati oggi!! Marx analizzava bene, ma la Rivoluzione l’ha fatta Lenin con tre parole d’ordine: “Pane , Pace e Lavoro” e prendendo il Potere. La gente “semplice”, il “proletariato in cenci” ha bisogno di indicazioni semplici e di obbiettivi concreti da raggiungere. La mia non è una critica a quanto hai esposto, ma esprimo una necessità come militante, come “galoppino” di base che si riconosce nelle Tesi di aprile di Lenin quando era stato accusato di aver usurpato il posto di Bakunin. Le generazioni contemporanee sono state “drogate” e ne sono dipendenti come un tossicomane! forse bisogna attendere che non trovi più la “roba” od il “soggggnio”, come dice Briatore, ed a quel punto (oggi) proporre loro la VITA come la intendiamo noi con suggerimenti pratici, concreti…e qui sono cazzi! Scusami il finale, ma oggi ho scritto troppo e concluso poco. Ciao bello! Gianni Landi

  3. gianni landi ha detto:

    Scordavo di dirti che Alberta ha “postato” il tuo scritto, la tua analisi. E’ tanto brava e bella la mia donna; sopratutto ama immensamente la libertà e nella vita ha sempre scelto questa condizionando la sua faticosa esistenza. Gianni Landi

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