da: “il lavoro culturale” una interessante recensione a “cos’è il carcere”

http://www.lavoroculturale.org/carcere/

Cronache dal carcere “pacificato”

Sorvegliare e correggere.

Racconto dall’interno del sistema detentivo, il testo di Salvatore Ricciardi è un’ipotesi di lavoro radicale, una testimonianza sul linguaggio delle prigioni, un tentativo di restituire all’esperienza carceraria tutta la sua complessità fuori dalla retorica della riabilitazione.

ricciardi[…] Se c’è una macchia o un insetto che vi passeggia: meglio, lo sguardo lo segue […] ora devo contare quello spazio. Un prigioniero deve contare tutto per poter contare su qualcosa. Io conto tutto. Ora misuro la cella. Uno due tre… questa mattonella è rotta, ne manca una scheggia, la conto, quattro, cinque, qui la mattonella non c’è… conto ugualmente oppure salto? Sette, otto, nove… le mattonelle sono finite, ora c’è una gettata di cemento. (pg. 20)

 

Premessa

9×1 e 5×3= la detenzione come problema geometrico

La popolazione detenuta negli istituti penitenziari italiani – secondo l’aggiornamento ufficiale del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria) al 28 febbraio 2015 – è pari a 53.982 persone, per una capienza regolamentare calcolata di 49.895 posti. I posti, si legge dalle statistiche ministeriali «sono calcolati sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto + 5 mq per gli altri [cioè per le celle multiple ndr], lo stesso per cui in Italia viene concessa l’abitabilità alle abitazioni, più favorevole rispetto ai 7 metri quadri + 4 stabiliti dal Cpt. Il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato».
Le ultime due frasi sono molto indicative di un aspetto: quello dell’indeterminatezza che si fa spazio fra la normativa generale e i luoghi concreti della detenzione. La difficoltà di trarne un quadro effettivo più specifico che provi a rendere conto proprio di quelle situazioni transitorie – indeterminabili per definizione – in cui la normativa non è rispettata in certi momenti storici, per alcuni detenuti e per certi istituti penitenziari.

Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha stabilito, in effetti, uno spazio pari a 7 mq per la cella singola e a 4 mq per quella multipla: nel documento citato si parla però non di celle di detenzione, ma di celle di polizia

Il criterio che segue (considerato come un livello auspicabile piuttosto che uno standard minimo) è attualmente usato nel valutare celle di polizia intese per essere occupate da una sola persona che resti al massimo qualche ora: nell’ordine di 7 metri quadrati, 2 metri o più tra le pareti, 2 metri e mezzo tra il pavimento e il soffitto. [1]

Si tratta dunque di una interpretazione estensiva di tale auspicio

[..] nel rapporto del dicembre ’92, per la prima volta sono indicate espressamente le misure minime delle celle. Queste dovrebbero essere di circa 7 mq, con almeno 2 metri di distanza tra le pareti e 2 metri e mezzo di altezza (art. 43). Sebbene nel rapporto le misure indicate si riferiscano alle celle di polizia, i giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo hanno interpretato l’articolo e le disposizioni ivi contenute in senso estensivo, applicandole per analogia alle celle delle prigioni o di altri istituti di detenzione. [2]

Le celle di polizia, quelle della questura o del commissariato o quelle di sicurezza presenti nelle stazioni dei carabinieri sono pensate per un periodo di detenzione temporaneo. Erano oggetto del rapporto Cpt poiché questo si occupava della prevenzione della tortura in stato di privazione della libertà: prima dunque di una condanna definitiva. È necessario, forse – prima di accontentarsi di numeri e misure che appaiono favorevoli – un movimento dall’alto della norma al basso più angusto di un interno microstorico, che attraverso una riduzione di scala provi ad avvicinarsi gradualmente alle pratiche concrete.

Il Vademecum di ogni prigioniero

È per questo che il testo di Salvatore Ricciardi è utile nella concretezza delle pratiche che descrive, nel linguaggio interno – un antropologo parlerebbe di prospettiva emica – di cui porta a conoscenza il mondo di fuori. È utile perché esce dal carcere come problema geometrico e normativo per farne emergere i confini reali che sono posti alla parola, al movimento, certamente allo spazio e al tempo. Proprio sul tempo Ricciardi scrive, definendo in qualche forma la diacronia storica, il cambiamento che giustifica un prima e un dopo.

In carcere non c’è tempo perché non c’è attività, se per attività intendiamo la trasformazione intenzionale e finalizzata della forma e dello stato di un oggetto, di un ambiente, di se stessi […] Se non c’è cambiamento il tempo non c’è. In carcere il tempo è assente, è immobile, non scorre. (p.15)

Non c’è una storia, un tempo tradizionalmente inteso, ma ce ne sono diversi. Tempi frammentati che si scompongono a seconda di un ciclo di ripetizioni quotidiane simili a quelle del tempo di lavoro. Metafora questa assai utilizzata da Ricciardi in una prospettiva teorica di parallelismo fra fabbrica e carcere dagli illustri precedenti. La prospettiva dell’autore è radicale perché evoca il superamento del carcere come strumento di prigionia e di controllo dell’attività illegale.
Una prospettiva innominabile, almeno dalla svolta preventiva originata da quella tradizione illuminista che cercava di propugnare la dolcezza delle pene.

beccaria_ricciardi

I modi per sfuggire al carcere per un detenuto sono tutti pericolosi, alcuni mortali, e sono messi in pratica per uscire da quel tempo dell’intossicazione su cui l’autore si sofferma nelle sue pagine migliori. L’automutilazione e il suicidio come gesti di fuga dall’insopportabilità sono quelli più utilizzati, in proporzione inversa alla rivolta e all’evasione: pratiche residuali rispetto a epoche precedenti

La morte è entrata prepotentemente in carcere: circa 200 deceduti l’anno, di cui il 60 per cento per suicidio. Il cosiddetto «carcere violento», quello delle rivolte, non registrava una strage delle dimensioni del «carcere pacificato», che ha triplicato i suicidi. Nel decennio 1960-69, con una presenza media di 32.754 detenuti, […] i suicidi e i tentativi di suicidio sono stati […] pari a un tasso rispettivamente di 3,01 e 9,24 su 10.000 presenze. Negli ultimi 9 anni il tasso di suicidi è stato di 10,3 e i tentati suicidi di 142,94 su 10.000 presenze. (pp. 30-31.)

Il racconto di Ricciardi deve confrontarsi con altre narrazioni del tutto opposte, che parlano di eccesso di lassismo, che evocano inasprimento delle pene, giusta proporzione fra offesa ricevuta e punizione erogata. Il punto di vista dell’autore è del tutto estraneo alla polarizzazione classica che domina il dibattito pubblico: garantismo contro giustizialismo; diritti dei detenuti contro certezza della pena. La crudezza della narrazione, pur nella forte consapevolezza di ciò che si trova al di fuori dalle mura, ha un urgenza più immediata e radicale: la dichiarazione di obsolescenza della prigione stessa come sistema.

Le parole dentro, il glossario di termini ed espressioni tratte dal gergo carcerario che concludono il testo di Salvatore Ricciardi, completa una lettura e allo stesso tempo fornisce uno strumento d’indagine che rendono difficile il paragone con altri libri contemporanei sul carcere. Questo strumento interroga anche le scienze umane che vogliano accostarsi all’universo detentivo per costruire un’ipotesi etnografica efficace e che possa restituire al lettore forme di vita e di resistenza altrimenti inattingibili. [3]

Note

1] Comitato europeo per la prevenzione della tortura, 2° Rapporto Generale, 1992, paragrafo 43.
[2] Senato della Repubblica, Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti in Italia, XVI Legislatura (approvato dalla Commissione il 6 marzo 2012)

[3] Si rimanda a T. Degenhardt, F. Vianello, 2010 Convict Criminology: provocazioni da oltreoceano. La ricerca etnografica in carcere, in Studi sulla questione criminale, n. 1/2010.

 

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NEI MAGAZZINI DELLA LOGISTICA

MARTEDÌ 17 MARZO 2015 UNA NUOVA BELLA GIORNATA DI LOTTA NEI MAGAZZINI DELLA LOGISTICA.

2015_03_15_cedof_roma-500x280Lo scorso venerdì 13 marzo i lavoratori che operano per conto del consorzio SAPP presso il magazzino CEDOF, che rifornisce l’ortofrutta dei supermercati CONAD e TODIS della regione Lazio, hanno scioperato fino a sabato 14 alle 24 per chiedere l’apertura di un tavolo di trattativa sulle condizioni di lavoro nel magazzino e l’applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro.

In queste due giornate di sciopero i lavoratori, organizzati nel Si.Cobas, sono stati rafforzati dai colleghi dei magazzini TNT e dall’assemblea di sostegno alle lotte della logistica di Roma. Alla ripresa del servizio la cooperativa per la quale operano si è rifiutata di farli rientrare al lavoro e, con arroganza, li ha di fatto sospesi a tempo indeterminato.

Tale comportamento della coop, con l’avallo di tutta la catena di comando (consorzio, magazzino e gruppo Conad), di disprezzo e violenza contro i lavoratori è un modo di agire dei padroni con cui spesso ci siamo trovati a fare i conti nelle lotte dei magazzini.

I lavoratori però non si sono certo fatti spaventare da tale provocazione e, Logist1insieme al Si.Cobas e all’assemblea di sostegno alle lotte della logistica, hanno dichiarato la propria determinazione a rientrare al lavoro e costringere le controparti padronali alla trattativa. Invitando ieri notte, martedì 17 marzo, le realtà di lotta romane ad accompagnarli sul posto di lavoro. Le stesse realtà con cui si sono costruite le giornate di mobilitazione nazionale dei magazzini del 16 ottobre e del 12 dicembre scorsi.

Grande è stata la risposta con oltre 100 proletari, dai lavoratori TNT agli occupanti di casa alle compagne ed i compagni che animano le lotte nei territori dell’area metropolitana di Roma, accorsi sin dalle 22:30 davanti al magazzino sito in via Tiberina km 19 (Fiano Romano).

Nel frattempo il solo annuncio della mobilitazione aveva costretto i padroni a contattare i lavoratori e i rappresentanti del Si.Cobas per annunciare, non solo che sarebbero rientrati al lavoro, ma anche la disponibilità ad aprire il tavolo di trattativa.

Tutte e tutti insieme abbiamo voluto comunque mantenere la mobilitazione accompagnando i lavoratori del turno di notte e dando vita ad una assemblea nel piazzale antistante il magazzino per ribadire la nostra determinazione nelle lotte e nella solidarietà fra sfruttati.

Crediamo che la giornata di lotta di ieri sia un ulteriore piccolo passo avanti nel processo di ricomposizione dei percorsi di lotta reali e la dimostrazione che nella chiarezza degli obiettivi, nella determinazione al conflitto e nell’unità dei proletari senza distinzione di nazionalità risiedono le componenti essenziali per urlare una volta di più che solo la lotta paga.

Assemblea di sostegno alle lotte della logistica – Roma

Si.Cobas – Roma

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Guerra al vagabondaggio e alla povertà

È la solita litania dei governi, quando non hanno nulla di serio da proporre se non il secco peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di chi di lavoro vive. Così prende vita la tiritera della sicurezza e del degrado. Sono queste parole insulse, che non significano nulla di preciso e che ciascun truffatore può piegare ai propri interessi e profitti, che però fanno blaterare la stampa e schierare ingenti forze di polizia nei quartieri periferici. Sono parole che fioriscono sulla bocca di chi spera di ridurre il disagio sociale a un problema di ordine pubblico, di polizia e di decoro urbano. C’è da riconoscere che questo urlare a vanvera alla sicurezza e al degrado dei quartieri è diventato, purtroppo, uno sport popolare, più diffuso del gioco del calcio.

Governanti e amministratori, imprenditori, banchieri, mafiosi e colossi finanziari rispondono alle difficoltà economiche con misure veVagabond1ssatorie e poliziesche.

Insomma, è il più colossale imbroglio, ci vogliono far credere che l’aumento della disoccupazione e della povertà sia colpa del vagabondaggio e dell’accattonaggio; che cialtroni!

Ci immaginano così idioti? Purtroppo i fatti, in parte, danno loro ragione, osservando alcune grida popolari cavalcate dai fascisti in alcune periferie cittadine.

È un momento difficile, ma bisogna coltivare la speranza che le persone, rese ottuse dalle ristrettezze, riprendano a occuparsi seriamente della loro condizione reale e ad organizzarsi intorno ai propri interessi e riprendere l’avanzata. Che tutte e tutti riflettano sui dati ufficiali dell’Istat che propongo; sono tratti da “Noi Italia”:

il 23,4% delle famiglie vive in una situazione di disagio economico, per un totale di 14,6 milioni di individui. La metà di questi, sempre secondo l’Istat, oltre 7 milioni, si trova in situazione di “grave difficoltà”, trovandosi a vivere al limite della sopravvivenza.

Secondo il prode Alfano i responsabili di questo disagio economico non sono le banche, le finanziarie, le multinazionali, gli inventori delle “grandi opere”, gli speculatori, i palazzinari, gli imprenditori, macché, i responsabili sono: udite, udite!, i parcheggiatori abusivi, i clochard, gli accattoni, i vagabondi, i venditori ambulanti, i poveri, ecc., ecc.

Così assistiamo a un ministro che non ha nulla di intelligente da dire e si precipita su questo piatto:

[dalle agenzie di questa settimana]- Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano dopo aver presieduto una riunione del Comitato per la Sicurezza, che ha preso a pretesto l’episodio degli ultras olandesi del Feyenoord (la ricostruzione dettagliata del fatto non è mai venuta con chiarezza alla luce), ha annunciato che giovedì incontrerà il presidente dell’Anci, Piero Fassino, “per fare insieme una legge contro il degrado urbano e sulla sicurezza della città“. Alfano ha sottolineato che “… è necessario delimitare i poteri d’ordinanza dei sindaci e varare norme più severe contro comportamenti come l’accattonaggio e la carità molesta“.

Nella strategia di militalizzare la città – vero obiettivo del governo e dei suoi ministri – il ministro degli Interni dice che ci vogliono norme più severe contro i mendicanti e contro la carità molesta. Ci vuole -dice Alfano- una crociata contro vandalismo, criminalità, terrorismo. In un impeto di arguzia il buon Angelino è riuscito a mettere insieme e sullo stesso livello: decoro urbano, salvaguardia del patrimonio artistico, immigrazione irregolare, manifestazioni e cortei, terrorismo islamico, criminalità urbana e, per finire, anche l’accattonaggio. Tanto per avere un assaggio di questa “crociata”, dopo Pasqua, ci rassicura Alfano, arriveranno 500 militari nella città di Roma che presidieranno «gli obiettivi fissi» (?) e aumenteranno «la presenza delle forze dell’ordine nelle periferie». Ma è solo l’inizio! Il ministro vuole continuare e ci ha promesso che si impegnerà per realizzare nuove norme «nei confronti di comportamenti che, a mio avviso, hanno rilievo penale, come l’accattonaggio molesto o la carità molesta».

vagabond2Ancora non compare nelle parole del ministro il termine “asociale” o “antisociale” o “renitenti al lavoro” con il quale il nazismo iniziò a internare nei campi di concentramento, anche se il termine “vagabondo” ne è un sinonimo. Ancor prima, questi marchi diffamatori statali compaiono alcuni secoli fa, di cui Angelino forse ignora l’esistenza, o forse vuol riproporre. Si tratta del Vagabonds Act varato in Inghilterra nel 1572 e poi nel 1597, l’altro ieri! Ma la persecuzione dei mendicanti e dei vagabondi era cominciata anni prima. Lasciamo ora la descrizione della “guerra al vagabondaggio” e del Vagabond Act fatta da chi ha analizzato con attenzione questo periodo perché ritenuto decisivo per valutare le strategie del capitalismo nascente e del suo stato per imporre la disciplina di fabbrica e dello sfruttamento:

[K.Marx, Il Capitale, libro I, cap 24] «Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l’espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con la quale quel proletariato veniva messo al mondo. D’altra parte, neppure quegli uomini lanciati all’improvviso fuori dall’orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l’Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. […] 1530: i mendicanti vecchi e incapaci di lavorare ricevono una licenza di mendicità. Ma per i vagabondi sani e robusti frusta invece e prigione. Debbono esser legati dietro a un carro e frustati finché il sangue scorra dal loro corpo; poi giurare solennemente di tornare al loro luogo di nascita oppure là dove hanno abitato gli ultimi tre anni e « mettersi al lavoro » […] 1547 Edoardo VI … ordina che se qualcuno rifiuta di lavorare dev’essere aggiudicato come schiavo alla persona che l’ha denunciato come fannullone. […] Tutte le persone hanno il diritto di togliere ai vagabondi i loro figlioli e di tenerli come apprendisti, i ragazzi fino ai 24 anni, le ragazze fino ai 20. Se scappano, dovranno essere schiavi, fino a quell’età, dei maestri artigiani che possono incatenarli, frustarli, ecc., ad arbitrio. […] Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra, e resa vagabonda, veniva spinta con leggi fra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato».

Chi vuol continuare la lettura lo faccia, è molto istruttiva e attuale, inoltre ci permette di conoscere le radici di questa splendida civiltà capitalistica.

Tornando al buon Angelino, nessuno gli ha ricordato che queste vicende risalgono a oltre 4 secoli fa? Cosa pensa di ottenere il governo? Se vuole militarizzare le periferie lo dica espressamente.

Tanto l’abbiamo capito.

Da parte nostra, di noi proletari, il compito è affrettarsi a costruire, negli stessi territori, organismi autorganizzati per la resistenza e per rilanciare l’offensiva proletarie, per il contropotere, per la costruzione di una società ugualitaria senza sfruttati né padroni.

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Presentazioni di “Cos’è il carcere” Torino il 20 Marzo; Rimini il 2 Aprile

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http://radioblackout.org/2015/03/venerdi-20-marzo_pulp-blackout-house-con-cose-il-carcere/

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Rimini locandina_carcere

 

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Che cosa voleva dire avere vent’anni nel luglio ’60?

Alcuni compagni/e di Atene hanno prodotto questo opuscolo che contiene la trascrizione e la traduzione in greco di una discussione che ho avuto con le compagne e i compagni di radiocane sugli anni Settanta e sull’autonomia proletaria.

Grecia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vedi la pagina  qui

L’intervista in italiano si puà ascoltare  qui

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Il carcere … lo sai cos’è?

Il carcere … lo sai cos’è?

Pubblicato: 03/03/2015 in Carcere, Uncategorized

Uscito dal carcere dopo tanto tempo, rientrando nella società mi sono accorto di un cambiamento avvenuto nel linguaggio di quelli che erano diventati, di nuovo, miei concittadini. Il passare del tempo aveva prodotto l’uso di aggettivi forti, superlativi: ‘assolutamente, pazzesco, agghiacciante, spaventoso’, per compensare pensieri e passioni sempre più deboli” (Salvatore Ricciardi “Cos’è il carcere”)

Libro sul carcereCos’è il carcere? Difficile dirlo per chi non c’è mai stato; possiamo immaginarlo dalle esperienze raccontate ma anche così non riusciremo mai a capire cosa davvero significhi la privazione della libertà. Allora forse è meglio cambiare domanda e chiederci “cosa sappiamo del carcere?”: In una parete di una cella di detenzione del castello sforzesco di Ferrara si legge “Quando penso alla mia sorte, l’esser posto giovane …. de fortuna crudele…”. Scorrono gli anni, cambiano le strutture carcerarie, cambiano i nomi dei detenuti, ma non cambiano le “sorti”. Il carcere è un luogo di sopraffazione e violenza, un luogo di abusi quotidiani dal quale bisogna far attenzione a non farsi schiacciare perché “se ne vieni sopraffatto arriva la depressione” e in carcere è sin troppo facile morire suicidi … o suicidati. È una zona nel nulla spazio temporale, dove perdendo il senso dei giorni si impara cosa veramente sia il tempo e dove, privati della seppur minima possibilità di autogestione, si impara di quante piccole cose sia composta la libertà, e quanto siano meravigliose ed importanti, nella loro infinita piccolezza, tutte quelle minime cose che possono costruire la libertà di un qualcuno, e di una classe “Tu sei sempre lì, entri ed esci dalla cella e preferisci non collegare quelle tue ripetitive mosse a qualcosa di definito. Ripetitive come l’alito della vita e come tutte le carceri, inebriate da intervalli regolari”. Per la soddisfazione dei tanti “liberi” giustizialisti d’accatto, che sotto la falsa egida della legalità, magari all’indomani di qualche sentenza mediatica, sproloquiano su quanto siano pochi gli anni di carcere affibbiati a qualcuno, in carcere non si trova il sonno facilmente, e quando finalmente ci si riesce, Il risveglio è sempre violento, accompagnato dal metallo urlante delle sbarre, dalle perquisizioni, dalle maledizioni. Ad ogni risveglio brutale non si sente la mancanza delle parole dolci, delle carezze, che fanno parte della vita; solo dopo, solo “fuori” dal carcere, ci si accorgerà di quanto “siamo tutti spilorci di tenerezze”. Sappiamo che quando se ne esce si sarà per sempre degli “ex”, come se il “fine pena mai” fosse il marchio che tutti accomuna. Ma soprattutto sappiamo che il carcere è un luogo del tutto inutile, prima ancora che disumano, una istituzione contro cui combattere tutti con tutte le forze, perché finché una sola galera esisterà nel mondo non potrà esserci nessuna liberazione e la lotta contro il carcere è una componente essenziale della lotta per la conquista della libertà.

Associazione Mariano Ferreyra

Maddalena Robin e Leandro Silvio Evangelista

https://maddalenarobinblog.wordpress.com/2015/03/03/il-carcere-lo-sai-cose/

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Lo sciopero insurrezionale del 5 marzo 1943 e del 12 marzo!

5 Marzo 1943- sciopero insurrezionale nelle fabbriche

di Gabriele Polo

1943-ScioperoIl 5 marzo 1943 la sirena della fabbrica, che suonava regolarmente ogni mattina alle dieci, rimase silenziosa: il segnale che doveva far partire il primo sciopero dopo diciotto anni di niente era stato disinnescato dalla direzione. Qualcuno aveva avvertito la Fiat. All’officina 19 di Mirafiori, Leo Lanfranco – manutentore specializzato, reduce dal confino e assunto nonostante il suo curriculum di comunista perché «sapeva dominare il ferro» – decise di muoversi lo stesso, lasciò la macchina, fece un gesto con le mani e tutta l’officina si fermò. Il piccolo corteo si mosse in direzione delle presse raccogliendo qua e là l’adesione di altri operai. Non era un blocco massiccio, ma era la prima volta. Da quel giorno le fabbriche di Torino cominciarono a fermarsi, con un crescendo che fece impazzire questura e partito fascista, fino al blocco totale del 12 marzo e all’estensione dello sciopero a Milano, all’Emilia, al Veneto. Un marzo di fuoco. Appena dopo Stalingrado, prima del 25 luglio, molto prima dell’8 settembre, sono gli scioperi del marzo `43 a segnare l’inizio della fine del ventennio fascista. Scioperi contro la guerra, contro la fame, contro il regime; quando la borghesia italiana è ancora muta, i partiti antifascisti solo l’ombra di quel che erano e ridotti alla dimensione di gruppetti clandestini, gli intellettuali combattuti tra fedeltà alla patria e disaffezione per l’uomo del destino; quando le fabbriche sono militarizzate e scioperare può costare il tribunale speciale, l’accusa di tradimento, la galera, e, poi, la deportazione, la prospettiva del lager. Il 5 marzo del `43 è la data del «risveglio operaio», il riannodarsi del filo rosso spezzato nel `22 e reciso – sembrava definitivamente – con la guerra di Spagna. Il vero inizio della Resistenza.

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CHIUDIAMO TUTTI I MANICOMI! LIBERIAMOCI DALLA PSICHIATRIA!

reggioemiliaCORTEO SABATO 28 MARZO a REGGIO EMILIA

CHIUDIAMO TUTTI I MANICOMI! LIBERIAMOCI DALLA PSICHIATRIA!

NO OPG, NO REMS,

NO PSICHIATRIA!

Esistono muri, a volte invisibili, che dividono la normalità dalla “follia”. Sono costruiti dal potere e rafforzati dal deserto che si trova al loro esterno.

La presunta, prorogata ormai da 4 anni, chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) lascerà spazio all’istituzione delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS). Cambia il nome, gli internati sono deportati, gli appalti assegnati e lo slancio riformista soddisfatto. Ma le nuove strutture conservano la medesima attitudine repressiva e il concetto stesso di manicomialità, perpetuandone lo stigma. Lungi dal rappresentare un indebolimento della detenzione senza fine e della psichiatria, ne sono la continuazione aggiornata, calibrata su modelli detentivi improntati a esternalizzazione e privatizzazione, come avvenuto per i CIE. (Centri di Identificazine ed Espulzione)

montelupoDa questa prospettiva, si intravede un sistema detentivo sempre più articolato in cui i concetti arbitrari di “malattia mentale” e “pericolosità sociale” acquistano maggior rilievo, avallati da perizie mediche incontrastabili. È importante e urgente riconoscere il ruolo centrale che ricopre la psichiatria nella nostra società, come uno dei mezzi più violenti, invisibili, versatili e repressivi in mano al potere.

A Reggio Emilia sono concentrati i principali organi repressivi e di detenzione quali: tribunale di Sorveglianza, Carcere, Opg, le Strutture ad Alta Sorveglianza Psichiatrica e sono già in costruzione le future Rems.

Le mura possono essere di cemento o chimiche, possono essere utilizzate per punire o per napoliprevenire. Non esistono compromessi: i corpi e le menti non si rinchiudono. Distruggiamo i manicomi, liberiamoci dalla psichiatria: perché i nostri pensieri siano sempre più pericolosi per chi li vorrebbe incatenati.

Corteo nazionale a Reggio Emilia il 28 marzo

concentramento in Piazza San Prospero (Piazza dei Leoni) ore 14:30 al termine del corteo saluto sotto l’OPG RETE ANTIPSICHIATRICA

per info: violazione@autistici.org


Altri articoli sugli OPG sono qui, qui e qui

*nelle foto, dall’alto, l’Opg di Reggio Emilia, Opg di Montelupo Fiorentino, Opg di Napoli.
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Vizi privati e pubbliche virtù

B. de Mandeville, La favola delle api, Vizi privati e pubbliche virtù

Un numeroso sciame di api abitava un alveare spazioso. Là, in una felice abbondanza, esse vivevano tranquille. Questi insetti, celebri per le loro leggi, non lo erano meno per il successo delle loro armi e per il modo in cui si moltiplicavano. La loro dimora era un perfetto seminario di scienza e d’industria. Mai api vissero sotto un governo più saggio; tuttavia mai ve ne furono di più incostanti e di meno soddisfatte. Esse non erano né schiave infelici di una dura tirannia, né erano esposte ai crudeli disordini della feroce democrazia. Esse erano condotte da re che non potevano errare, perché il loro potere era saggiamente vincolato dalle leggi.

Questi insetti, imitando ciò che si fa in città, nell’esercito e nel foro, vivevano perfettamente come gli uomini ed eseguivano, per quanto in piccolo, tutte le loro azioni. Le opere meravigliose compiute dall’abilità incomparabile delle loro piccole membra sfuggivano alla debole vista degli uomini; tuttavia non vi sono presso di noi né macchine, né operai, né mestieri, né navi, né cittadelle, né armate, né artigiani, né astuzie, né scienza, né negozi, né strumenti, insomma non v’è nulla di ciò che si vede presso gli uomini di cui questi operosi animali pure non si servissero. E siccome il loro linguaggio ci è sconosciuto, non possiamo parlare di ciò che le riguarda se non impiegando le nostre impressioni. Si ritiene generalmente che tra le cose degne d’esser notate, questi animali non conoscevano affatto l’uso né dei bossoli né dei dadi; ma, poiché avevano dei re, e conseguentemente delle guardie, si può naturalmente presumere che conoscessero qualche specie di giochi. Si vedono mai, infatti, degli ufficiali e dei soldati che si astengono da questo divertimento?

Il fertile alveare era pieno di una moltitudine prodigiosa di abitanti, il cui grande numero contribuiva pure alla prosperità comune. Milioni di api erano occupate a soddisfare la vanità e le ambizioni di altre api, che erano impiegate unicamente a consumare i prodotti del lavoro delle prime. Malgrado una così grande quantità di operaie, i desideri di queste api non erano soddisfatti. Tante operaie e tanto lavoro potevano a mala pena mantenere il lusso della metà della popolazione.

Alcuni, con grandi capitali e pochi affanni, facevano dei guadagni molto considerevoli. Altri, condannati a maneggiare la falce e la vanga, non potevano guadagnarsi la vita se non col sudore della fronte e consumando le loro forze nei mestieri più penosi. Si vedevano poi degli altri applicarsi a dei lavori del tutto misteriosi, che non richiedevano né apprendistato, né sostanze, né travagli. Tali erano i cavalieri d’industria, i parassiti, i mezzani, i giocatori, i ladri, i falsari, i maghi, i preti, e in generale tutti coloro che, odiando la luce, sfruttavano con pratiche losche a loro vantaggio il lavoro dei loro vicini, che non essendo essi stessi capaci d’ingannare, erano meno diffidenti. Costoro erano chiamati furfanti; ma coloro i cui traffici erano piú rispettati, anche se in sostanza poco differenti dai primi, ricevevano un nome più onorevole. Gli artigiani di qualsiasi professione, tutti coloro che esercitavano qualche impiego o che ricoprivano qualche carica, avevano tutti qualche sorta di furfanteria che era loro propria. Erano le sottigliezze dell’arte e l’abilità di mano.

Come se le api non avessero potuto, senza istruire un processo, distinguere il legittimo dall’illegittimo, esse avevano dei giureconsulti, occupati a mantenere le animosità e a suscitare malefici cavilli: questo era lo scopo della loro arte. Le leggi fornivano loro i mezzi per rovinare i loro clienti e per approfittare destramente dei beni in questione. Preoccupati, soltanto di ricavare degli elevati onorari, non trascuravano nulla al fine d’impedire che si appianassero le difficoltà attraverso un accomodamento. Per difendere una cattiva causa, essi analizzavano le leggi con la stessa meticolosità con cui i ladri esaminano i palazzi e i negozi. Ciò soltanto allo scopo di scoprire il punto debole in cui potessero prevalere.

I medici preferivano la reputazione alla scienza e le ricchezze alla guarigione dei loro malati. La maggior parte, anziché applicarsi allo studio dei principi della loro disciplina, cercavano di acquistarsi una pratica fittizia. Sguardi gravi e un’aria pensosa erano tutto quello ch’essi possedevano per darsi la reputazione di uomini dotti. Non preoccupandosi della salute dei pazienti, essi lavoravano soltanto per acquistarsi il favore dei farmacisti, e per conquistarsi le lodi delle levatrici, dei preti e di tutti coloro che vivevano dei proventi tratti dalle nascite o dai funerali. Preoccupati di acquistarsi il favore del sesso loquace, essi ascoltavano con compiacenza le vecchie ricette della signora zia. I clienti, e tutte le loro famiglie, erano trattati con molta attenzione. Un sorriso affettato, degli sguardi graziosi, tutto era impiegato e serviva ad accattivarsi i loro spiriti già prevenuti. E si badava pure a trattare bene le guardie, per non doverne subire le impertinenze.

Tra il grande numero dei preti di Giove, pagati per attirare sull’alveare la benedizione del cielo, ve n’erano ben pochi che avessero eloquenza e sapere. La maggior parte erano tanto presuntuosi quanto ignoranti. Erano visibili la loro pigrizia, la loro incontinenza, la loro avarizia e la loro vanità, malgrado la cura ch’essi si prendevano per nascondere agli occhi del pubblico questi difetti. Essi erano furfanti come dei borsaioli, intemperanti come dei marinai. Alcuni invece erano pallidi, coperti di vestiti laceri e pregavano misticamente per guadagnarsi il pane. E, mentre che questi sacri schiavi morivano di fame, i fannulloni per cui essi officiavano, si trovavano bene a loro agio. Si vedevano sui loro volti la prosperità, la salute e l’abbondanza di cui godevano.

I soldati che erano stati messi in fuga venivano egualmente coperti di onori, se avevano la fortuna di sfuggire all’esercito vittorioso, anche se tra essi vi fossero dei veri poltroni, che non amavano affatto le stragi. Se vi era qualche valente generale che metteva in rotta i nemici, si trovava qualche persona che, corrotta con dei regali, favoriva la loro ritirata. Vi erano pure dei guerrieri che affrontavano il pericolo comparendo sempre nei punti più esposti. Prima perdevano una gamba, quindi un braccio, infine, quando tutte queste mutilazioni li avevano resi non più in grado di servire, li si congedava vergognosamente a mezza paga; mentre altri, che più prudentemente non andavano mai all’attacco, ricavavano la doppia paga, per restare tranquillamente tra di loro.

I loro re erano, sotto ogni riguardo, mal serviti. I loro ministri li ingannavano. Ve n’erano invero parecchi che non tralasciavano nulla per far progredire gl’interessi della corona; ma contemporaneamente essi saccheggiavano impunemente il tesoro che s’industriavano ad arricchire. Essi avevano il felice talento di spendere abbondantemente, nonostante che i loro stipendi fossero molto meschini; e per giunta si vantavano di essere molto modesti. Si esagerava forse nel considerare le loro prerogative quando le si denominava le loro “malversazioni”? E anche se ci si lamentava che non si comprendeva il loro gergo, essi si servivano del termine di “emolumenti”, senza mai voler parlare naturalmente e senza camuffamenti dei loro guadagni. Infatti non vi fu mai un’ape che sia stata effettivamente soddisfatta nel desiderio di apprendere, non dico quello che guadagnavano effettivamente questi ministri, ma neppure ciò che essi lasciavano scorgere dei loro guadagni. Essi assomigliavano ai nostri giocatori, i quali, per quanto siano stati fortunati al gioco, non diranno tuttavia mai in presenza dei perdenti tutto quello che hanno guadagnato.

Chi potrebbe descrivere dettagliatamente tutte le frodi che si commettevano in questo alveare? Colui che acquistava del letame per ingrassare il suo prato, lo trovava falsificato per un quarto con pietre e cemento inutili; e per giunta qualsiasi poveretto non avrebbe avuto la facilità di brontolare di ciò, perché a sua volta imbrogliava mescolando al suo burro una metà di sale.

La giustizia stessa, per quanto tanto rinomata per la sua fortuna di essere cieca, non era per questo meno sensibile al brillante splendore dell’oro. Corrotta dai doni, essa aveva sovente fatto pendere la bilancia che teneva nella sua mano sinistra. Imparziale in apparenza, quando si trattava d’infliggere delle pene corporali, di punire degli omicidi o degli altri gravi crimini, essa aveva bens’ spesso condannato al supplizio persone che avevano continuato le loro ribalderie dopo esser state punite con la gogna. Tuttavia si riteneva comunemente che la spada che essa portava non colpiva se non le api che erano povere e senza risorse; e che anche questa dea faceva appendere all’albero maledetto delle persone che, oppresse dalla fatale necessità, avevano commesso dei crimini che non peritavano affatto un tale trattamento. Con questa ingiusta severità, si cercava di mettere al sicuro il potente e il ricco.

Essendo così ogni ceto pieno di vizi, tuttavia la nazione di per sé godeva di una felice prosperità. era adulata in pace, temuta in guerra. Stimata presso gli stranieri, essa aveva in mano l’equilibrio di tutti gli altri alveari. Tutti i suoi membri a gara prodigavano le loro vite e i loro beni per la sua conservazione. Tale era lo stato fiorente di questo popolo. I vizi dei privati contribuivano alla felicità pubblica. Da quando la virtù, istruita dalle malizie politiche, aveva appreso i mille felici raggiri dell’astuzia, e da quando si era legata di amicizia col vizio, anche i piú scellerati facevano qualcosa per il bene comune.

Le furberie dello stato conservavano la totalità, per quanto ogni cittadino se ne lamentasse. L’armonia in un concerto risulta da una combinazione di suoni che sono direttamente opposti. Così i membri di quella società, seguendo delle strade assolutamente contrarie, si aiutavano quasi loro malgrado. La temperanza e la sobrietà degli uni facilitava l’ubriachezza e la ghiottoneria degli altri. L’avarizia, questa funesta radice di tutti i mali, questo vizio snaturato e diabolico, era schiava del nobile difetto della prodigalità. Il lusso fastoso occupava milioni di poveri. La vanità, questa passione tanto destata, dava occupazione a un numero ancor maggiore. La stessa invidia e l’amor proprio, ministri dell’industria, facevano fiorire le arti e il commercio. Le stravaganze nel mangiare e nella diversità dei cibi, la sontuosità nel vestiario e nel mobilio, malgrado il loro ridicolo, costituivano la parte migliore del commercio.

Sempre incostante, questo popolo cambiava le leggi come le mode. I regolamenti che erano stati saggiamente stabiliti venivano annullati e si sostituivano ad essi degli altri del tutto opposti. Tuttavia con l’alterare anche le loro antiche leggi e col correggerle, le api prevenivano degli errori che nessuna accortezza avrebbe potuto prevedere.

In tal modo, poiché il vizio produceva l’astuzia, e l’astuzia si prodigava nell’industria, si vide a poco a poco l’alveare abbondare di tutte le comodità della vita. I piaceri reali, le dolcezze della vita, la comodità e il riposo erano divenuti dei beni così comuni che i poveri stessi vivevano allora più piacevolmente di quanto non vivessero prima. Non si sarebbe potuto aggiungere nulla al benessere di questa società.

Ma, ahimè, qual è mai la vanità della felicità dei poveri mortali! Non appena queste api avevano gustato le primizie del benessere, tosto mostrarono che è persino al di là del potere degli dèi il rendere perfetto il soggiorno terrestre. Il gruppo mormorante aveva spesso affermato di esser soddisfatto del governo e dei ministri; ma al più piccolo dissesto cambiò idea. Come se fosse perduto senza scampo, maledì le politiche, gli eserciti e le flotte. Queste api riunirono le loro lagnanze, diffondendo ovunque queste parole: “siano maledette tutte le furberie che regnano presso di noi!”. Tuttavia ciascuna se le permetteva ancora; ma ciascuna aveva la crudeltà di non volerne concedere l’uso agli altri.

Un personaggio che aveva ammassato immense ricchezze, ingannando il suo padrone, il re e i poveri, osò gridare a tutta forza: “il paese non può mancare di perire a causa di tutte le sue ingiustizie!”. E chi pensate che sia stato queste severo predicatore? Era un guantaio, che aveva venduto per tutta la sua vita, e che vendeva anche allora, delle pelli d’agnello per pelli di capretto. Non faceva la minima cosa in questa società che contribuisse al bene pubblico. Tuttavia ogni furfante gridò con impudenza: “buon Dio, dateci soltanto la probità!”.

Mercurio (il dio dei ladroni) non poté trattenersi dal ridere nell’ascoltare una preghiera cos’ sfrontata. Gli altri dèi dissero che era stupidità il biasimare ciò che si amava. Ma Giove, indignato per queste preghiere, giurò infine che questo gruppo strillante sarebbe stato liberato dalla frode di cui essa si lamentava.

Egli disse: “Da questo istante l’onestà s’impadronirà di tutti i loro cuori. Simile all’albero della scienza, essa aprirà gli occhi di ciascuno e gli farà percepire quei crimini che non si possono contemplare senza vergogna. Essi si sono riconosciuti colpevoli coi loro discorsi, e soprattutto col rossore suscitato sui loro volti dall’enormità dei loro crimini. È così che i bambini che vogliono nascondere le loro colpe, traditi dal loro colorito, immaginano che quando li si guarda, si legga sul loro volto malsicuro, la cattiva azione che hanno compiuto”.

Ma, per Dio, quale costernazione! quale improvviso cambiamento! In meno di un’ora il prezzo delle derrate diminuì ovunque. Ciascuno, dal primo ministro sino ai contadini, si strappò la maschera d’ipocrisia  che lo ricopriva. Alcuni, che erano ben conosciuti già da prima, apparivano degli stranieri, quand’ebbero ripreso le loro maniera naturali.

Da questo momento il tribunale fu spopolato. I debitori saldavano di propria iniziativa i loro debiti, senza eccettuare neppure quelli che i loro creditori avevano dimenticato. Si condonava generosamente a coloro che non erano in grado di soddisfarli. Se sorgeva qualche difficoltà, quelli che avevano torto rimanevano cautamente in silenzio. Non si videro più processi in cui entrassero la malvagità e la vessazione. Nessuno poteva più accumulare ricchezze. La virtù e l’onestà regnavano nell’alveare. Che cosa potevano fare allora gli avvocati? Anche coloro che prima della rivoluzione non avevano avuto la fortuna di guadagnare molto, disperati, abbandonavano la loro scrivania e si ritiravano.

La giustizia, che sino ad allora si era occupata di far impiccare alcune persone, concedeva la libertà a quelle che teneva prigioniere. Ma, dopo che le prigioni furono vuotate, diventando inutile la dea che ad esse presiedeva, costei si vide costretta a compiere una ritirata, con tutta la sua corte e il suo seguito rumoreggiante. Tra esso si videro i fabbri, addetti alle serrature, ai catenacci, alle inferriate, alle catene e alle porte munite di sbarre di ferro. Poi si videro i carcerieri, i secondini e i loro aiutanti. Venne poi la dea preceduta dal suo fedele ministro scudiero, il carnefice, grande esecutore delle sue sentenze severe. Essa non era armata della sua spada immaginaria, bensì in sua vece portava l’ascia e la corda. La signora giustizia, con gli occhi bendati, seduta su di una nuvola, fu cosí cacciata nell’aria accompagnata dalla sua corte. Attorno al suo seggio e dietro di esso vi erano i sergenti, gli uscieri e i domestici di tale specie, che si nutrivano delle lagrime degli sfortunati.

L’alveare aveva ancora dei medici, così come prima della rivoluzione. Ma la medicina, quest’arte salutare, non era più affidata se non a uomini abili. Essi erano così numerosi e così diffusi nell’alveare, che nessuno di essi aveva bisogno di una vettura. Le loro vane dispute erano cessate. Il compito di guarire prontamente i pazienti era quello che unicamente le occupava. Pieni di disprezzo per le medicine importate da paesi stranieri, essi si limitavano alle semplici medicine prodotte nel loro paese. Convinti che gli dèi non mandavano alcuna malattia alle nazioni senza donar loro, nello stesso tempo, i veri rimedi, si dedicavano a scoprire le proprietà delle piante che crescevano presso di loro.

I ricchi ecclesiastici, destati dalla loro vergognosa pigrizia, non facevano piú servire le loro chiese da api prese alla giornata; officiavano essi stessi. La probità da cui erano animati li spingeva a offrire preghiere e sacrifici. Tutti coloro che non si sentivano capaci di adempiere questi doveri, o che ritenevano che si potesse fare a meno dei loro servizi, si dimettevano senza indugio dalle loro cariche. Non vi erano occupazioni sufficienti per tante persone, se pur ne restava ancora qualcuna: giacché il loro numero diminuiva intensamente. Erano tutti modestamente sottomessi al pontefice, il quale si occupava esclusivamente degli affari religiosi, abbandonando agli altri gli affari dello stato. Il reverendo capo, divenuto caritatevole, non aveva più la durezza di cuore di cacciare dalla sua porta i poveri affamati. Mai si sentiva dire ch’egli prelevasse qualcosa dal salario del povero. Era invece presso di lui che l’affamato trovava cibo, il mercenario il suo pane, l’operaio bisognoso la sua tavola e il suo letto.

Il cambiamento non fu meno considerevole fra i primi ministri del re e fra tutti gli ufficiali subalterni. Divenuti economi e temperanti, i loro stipendi bastavano loro per vivere. Se un’ape povera era venuta dieci volte per richiedere il giusto pagamento di una piccola somma, e qualche funzionario ben pagato l’aveva obbligata o a regalargli uno scudo o a non ricevere mai il suo pagamento, prima si era denominata una tale alternativa la “malversazione” del funzionario; ma ora la si chiamava, col giusto nome, una ribalderia manifesta.

Una sola persona era sufficiente per adempiere le funzioni per le quali si richiedevano tre persone prima del felice cambiamento. Non v’era più bisogno di affiancare un collega per sorvegliare le azioni di coloro a cui si affidava il mantenimento degli affari. I magistrati non si lasciavano più corrompere e non cercavano più di facilitare i ladrocini degli altri. Una sola persona compiva allora mille volte piú lavoro di quanto non ne facessero prima parecchie persone.

Non era più cosa onorevole il far figura alle spese dei propri creditori. Le livree restavano appese nelle botteghe dei rigattieri. Quelli che brillavano per la magnificenza delle loro carrozze, le vendevano a poco prezzo. I nobili si liberavano di tutti i loro superbi cavalli tanto sontuosi e persino delle loro campagne, per pagare i loro debiti.

Si evitavano le spese inutili con la stessa cura con cui si evitava la frode. Non si mantenevano piú degli eserciti all’estero. Non curandosi più della stima degli stranieri e della gloria frivola che si acquista con le armi, non si combatteva se non per difendere la propria patria contro coloro che attendevano ai suoi diritti e alla sua libertà.

Gettate ora lo sguardo sul glorioso alveare. Contemplate l’accordo mirabile che regna tra il commercio e la buona fede. Le oscurità che offuscavano questo spettacolo sono scomparse: tutto si vede allo scoperto. Quanto le cose hanno mutato il loro volto!

Coloro che facevano delle spese eccessive e tutti coloro che vivevano su questo lusso; sono stati costretti a ritirarsi. Invano tenteranno nuove occupazioni: esse non potranno fornir loro il necessario.

Il prezzo dei poderi e degli edifici crollò. I palazzi incantevoli, i cui muri, simili alle mura di Tebe, erano stati elevati con armonia musicale, divennero deserti. I potenti, che prima avrebbero preferito perdere la loro vita piuttosto che veder cancellare i loro titoli fastosi scolpiti sui loro portici superbi, schernivano ora queste vane iscrizioni. L’architettura, quest’arte meravigliosa, fu del tutto abbandonata. Gli artigiani non trovavano più nessuno che li volesse impiegare. I pittori non diventavano più celebri con le loro pitture. La scultura, l’incisione, il cesello e la statuaria non furono più rinomate nell’alveare.

Le poche api che vi restarono, vivevano miseramente. Non ci si preoccupava più di come spendere il proprio denaro, ma di come guadagnarne per vivere. Quando dovevano pagare il loro conto alla taverna, decidevano di non rimetterci più piede. Non si vedevano più le donne da bettola guadagnare tanto da poter indossare abiti drappeggiati d’oro. Torcicollo non donava più delle grosse somme per avere del borgogna e degli uccelletti. I cortigiani, che si compiacevano di regalare a Natale alla loro amante degli smeraldi, spendendo in due ore tanto quanto una compagnia di cavalleria avrebbe speso in due giorni, fecero bagaglio e si ritirarono da un paese così miserevole.

La superba Cloe, le cui grandi pretese avevano un tempo costretto il suo marito troppo condiscendente a saccheggiare lo stato, ora vende il suo abbigliamento, composto dei più ricchi bottini delle Indie. Ora sopprime le sue spese e porta tutto l’anno lo stesso abito. L’età spensierata e mutevole è passata. Le mode non si susseguono più con quella bizzarra incoscienza. Dal canto loro, tutti gli operai che lavoravano le ricche stoffe di seta e d’argento e tutti gli artigiani che dipendevano da loro, si ritirarono. Una pace profonda domina in questo regno; e ha come sua conseguenza l’abbondanza. Tutte le fabbriche che restano producono soltanto le stoffe più semplici; tuttavia esse sono tutte molto care. La natura prodiga, non essendo più costretta dall’infaticabile giardiniere, produce bensì i suoi frutti nelle sue stagioni; però non produce più né rarità, né frutti precoci.

A misura che diminuivano la vanità e il lusso, si videro gli antichi abitanti abbandonare la loro dimora. Non erano più né i mercanti né le compagnie che facevano decadere le manifatture, erano la semplicità e la moderazione di tutte le api. Tutti i mestieri e tutte le arti erano abbandonati. La facile contentatura, questa peste dell’industria, fa loro ammirare la loro grossolana abbondanza. Essi non ricercarono più la novità, non hanno più alcuna ambizione.

E così, essendo l’alveare pressoché deserto, le api non si potevano difendere contro gli attacchi dei loro nemici, cento volte più numerosi. Esse difendevano tuttavia con tutto il valore possibile, finché qualcuna di loro avesse trovato un rifugio ben fortificato.

Non v’era alcun traditore presso di loro. Tutte combattevano validamente per la causa comune. Il loro coraggio e la loro integrità furono infine coronate dalla vittoria.

Ma questo trionfo costò loro tuttavia molto. Parecchie migliaia di queste valorose api perirono. Il resto dello sciame, che si era indurito nella fatica e nel lavoro, credette che l’agio e il riposo, che mettono a sí dura prova la temperanza, fossero un vizio. Volendo dunque garantirsi una volta per sempre da ogni ricaduta, tutte queste api si rifugiarono nel cupo cavo di un albero, dove a loro non resta altro, della loro antica felicità, che la contentatura dell’onestà.

MORALE

Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti più eccellenti.

È così che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori.

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Bernard de Mandeville – Rotterdam 15.11.1670 -Londra 21.01.1733  Olandese di origine, vissuto in Inghilterra dal 1693. Medico e filosofo, nel suo tempo fu conosciuto anche come poeta satirico proprio per il suo poemetto scritto nel 1705 in inglese con il titolo “The Grumbling Hive, or Knaves Turn’d Honest” (L’alveare scontento, ovvero i furfanti divenuti onesti) e ripubblicato nel 1714 con il titolo “Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits” (La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù), con il quale è passato alla storia e entrato nell’uso comune per indicare un comportamento ipocritamente onesto agli occhi del pubblico che ne nasconde un comportamento vizioso in privato. Il volume è stato poi ripubblicato, in un’edizione ampliata nel 1723 e nella versione definitiva, con ulteriori aggiunte, nel 1724 (il titolo e il contenuto hanno ispirato un film del 1976 del regista Miklós Jancso: “Vizi privati e pubbliche virtù”

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Recensione: Una segregazione dal volto umano – ilmanifesto.info

Una segregazione dal volto umano – ilmanifesto.info

Posted by macwalt on 12,feb,2015 in carceri | 0 comments

Una segregazione dal volto umano. Pamphlet. «Cos’è il carcere. Vademecum di resistenza» di Salvatore Ricciardi per DeriveApprodi. La pacificazione di un universo concentrazionario. Il testo di un ex- detenuto «di lungo corso» – — Andrea Colombo.

Non biso­gna guar­darsi solo dagli appas­sio­nati di galera, che in Ita­lia sono ormai legione e vagheg­giano un uni­verso con­cen­tra­zio­na­rio in cui rin­chiu­dere un po’ tutti, dai micro­cri­mi­nali agli immi­grati ai poli­tici: più che la cul­tura dif­fusa di un paese riguar­dano la psi­co­pa­to­lo­gia di massa. Più sot­tile, meno inca­ro­gnita ma a modo suo più sub­dola, è la posi­zione di chi sul degrado delle car­ceri ita­liane si com­muove e chiede il ripri­stino della civiltà. Dateci celle pulite, non sovraf­fol­late e non ci sarà più problema.

Va da sé che evi­tare di rin­chiu­dere in loculi pen­sati per due per­sone il dop­pio o peg­gio di dete­nuti sarebbe un pas­set­tino avanti, ma non è quello il cuore della bestia e con­cen­trarsi sulle disfun­zioni rischia di stor­nare l’attenzione dall’orrore della fun­zione in sé. La mostruo­sità del car­cere è altrove. La descrive senza un solo rigo di troppo Sal­va­tore Ric­ciardi in un libretto con­ciso e fol­go­rante, cor­re­dato da un glos­sa­rio esau­riente della ter­mi­no­lo­gia car­ce­ra­ria,: Cos’è il car­cere. Vade­me­cum di resi­stenza (Deri­veAp­prodi, 2015, pp. 125, euro 12, pre­fa­zione di Erri De Luca). Ric­ciardi, classe 1940, ex Br, una tren­tina d’anni pas­sati tra galera e misure alter­na­tive, sa di cosa parla. Ormai libero, la pri­gione la porta incisa nell’anima, come tutti i «dete­nuti di lungo corso». Non spreca inchio­stro per rac­con­tare aned­doti, evita ogni effetto splat­ter. Del car­cere, della sua logica feroce, della sua atro­cità non pas­si­bile di «uma­niz­za­zione», fa emer­gere le strut­ture pro­fonde, costi­tu­tive, dun­que non rifor­ma­bili. Nei suoi con­si­gli «per resi­stere» il fon­da­mento resta sem­pre lo stesso: non accet­tare quella logica. Non «sedersi», come si dice in gergo. Con­ti­nuare, con ogni mezzo, ad opporsi alla dimen­sione carceraria.

Più che di celle stra­piene, Sal­va­tore Ric­ciardi parla di quella «sospen­sione del tempo» che dell’istituzione car­ce­ra­ria è il cuore, anche più della segre­ga­zione spa­ziale. In galera il tempo viene «arre­stato». Se ne perde la scan­sione per­ché viene a man­care ciò che del tempo è misura: il cam­bia­mento. La galera è quel posto dove nulla suc­cede, nulla mai cam­bia, e l’assenza del tempo dà alla testa, induce depres­sione, tor­tura le vittime.

Più che i mal­trat­ta­menti e le ves­sa­zioni, a cui pure non man­cano le allu­sioni pre­cise, Ric­ciardi illu­stra la depri­va­zione sen­so­riale, scien­ti­fi­ca­mente indotta, che distorce pro­gres­si­va­mente, nei reclusi, la per­ce­zione della realtà. In galera, scrive, c’è un senso che domina tutti gli altri ed è ado­pe­rato per man­te­nere i con­tatti con la realtà di quel micro­co­smo segre­gato: l’udito. Sono i rumori a dar conto della realtà: i passi pesanti delle guar­die o quelli leg­geri delle «squa­drette» che si avvi­ci­nano per un pestag­gio, le sbarre bat­tute per dare la sve­glia, lo spion­cino chiuso a fine gior­nata, il bru­sio con­ti­nuo le cui modu­la­zioni sanno essere elo­quenti e annun­ciare ciò che sta per succedere.

Poi la soli­tu­dine, per­ché la sof­fe­renza è sem­pre soli­ta­ria. E l’infantilizzazione, la sop­pres­sione di ogni auto­no­mia, dun­que di ogni dignità, la neces­sità di inol­trare la «doman­dina» per qual­siasi cosa: «Il sui­ci­dio è l’unica cosa che puoi fare in car­cere senza inol­trare la perenne “doman­dina”. Solo un’altra cosa puoi fare senza chie­dere il per­messo: eva­dere». Cer­care di eva­dere o di ribel­larsi sono le uni­che atti­vità che per­met­tono di con­tra­stare la presa del car­cere sull’anima, la psi­che e il corpo del dete­nuto: resti­tui­scono al tempo il suo senso; ripor­tano alla luce la dignità sepolta da un’istituzione che è stu­diata invece pro­prio per sop­pri­merla; con­sen­tono di non vol­gere con­tro se stessi e il pro­prio corpo, nel sui­ci­dio o nella muti­la­zione, la dispe­ra­zione e l’energia repressa; rom­pono il muro gri­gio dell’isolamento.

Opporsi al car­cere, com­bat­terlo, tenere sem­pre pre­sente il con­flitto che con­trap­pone dete­nuti e guar­die, diventa così que­stione di vita o di morte, la sola via per soprav­vi­vere al car­cere. La dimen­sione pre­miale e non con­flit­tuale che ha ripor­tato l’ordine nelle patrie galere è dun­que per Ric­ciardi un’arma a dop­pio taglio, pro­prio per­ché ste­ri­lizza l’istinto di con­trap­po­si­zione e rivolta: «Prima tra guar­die e dete­nuti era guerra aperta, una guerra con le sue regole basate sui rap­porti di forza… Oggi in car­cere regna l’illusione che i potenti pos­sano uma­niz­zarlo». È per que­sto, secondo Ric­ciardi, che men­tre nel «car­cere vio­lento» dei vec­chi tempi il tasso di sui­cidi era del 3,01%, in quello «paci­fi­cato» di oggi si è mol­ti­pli­cato sino al 10,3%.

Quale può essere, però, l’alternativa, a un car­cere paci­fi­cato, «dal volto umano», inteso come ultima fron­tiera del pro­gresso? Ricor­darsi che il car­cere non c’è sem­pre stato e non ci sarà per sem­pre. Può essere abo­lito: «Anche il car­cere pas­serà, e bal­le­remo sulle sue macerie».

 

Vedi anche:   https://www.deapress.com/culture/caffe-letterario/22140-2018-02-19-12-25-09.html

 

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