da: “il lavoro culturale” una interessante recensione a “cos’è il carcere”

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Cronache dal carcere “pacificato”

Sorvegliare e correggere.

Racconto dall’interno del sistema detentivo, il testo di Salvatore Ricciardi è un’ipotesi di lavoro radicale, una testimonianza sul linguaggio delle prigioni, un tentativo di restituire all’esperienza carceraria tutta la sua complessità fuori dalla retorica della riabilitazione.

ricciardi[…] Se c’è una macchia o un insetto che vi passeggia: meglio, lo sguardo lo segue […] ora devo contare quello spazio. Un prigioniero deve contare tutto per poter contare su qualcosa. Io conto tutto. Ora misuro la cella. Uno due tre… questa mattonella è rotta, ne manca una scheggia, la conto, quattro, cinque, qui la mattonella non c’è… conto ugualmente oppure salto? Sette, otto, nove… le mattonelle sono finite, ora c’è una gettata di cemento. (pg. 20)

 

Premessa

9×1 e 5×3= la detenzione come problema geometrico

La popolazione detenuta negli istituti penitenziari italiani – secondo l’aggiornamento ufficiale del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria) al 28 febbraio 2015 – è pari a 53.982 persone, per una capienza regolamentare calcolata di 49.895 posti. I posti, si legge dalle statistiche ministeriali «sono calcolati sulla base del criterio di 9 mq per singolo detenuto + 5 mq per gli altri [cioè per le celle multiple ndr], lo stesso per cui in Italia viene concessa l’abitabilità alle abitazioni, più favorevole rispetto ai 7 metri quadri + 4 stabiliti dal Cpt. Il dato sulla capienza non tiene conto di eventuali situazioni transitorie che comportano scostamenti temporanei dal valore indicato».
Le ultime due frasi sono molto indicative di un aspetto: quello dell’indeterminatezza che si fa spazio fra la normativa generale e i luoghi concreti della detenzione. La difficoltà di trarne un quadro effettivo più specifico che provi a rendere conto proprio di quelle situazioni transitorie – indeterminabili per definizione – in cui la normativa non è rispettata in certi momenti storici, per alcuni detenuti e per certi istituti penitenziari.

Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha stabilito, in effetti, uno spazio pari a 7 mq per la cella singola e a 4 mq per quella multipla: nel documento citato si parla però non di celle di detenzione, ma di celle di polizia

Il criterio che segue (considerato come un livello auspicabile piuttosto che uno standard minimo) è attualmente usato nel valutare celle di polizia intese per essere occupate da una sola persona che resti al massimo qualche ora: nell’ordine di 7 metri quadrati, 2 metri o più tra le pareti, 2 metri e mezzo tra il pavimento e il soffitto. [1]

Si tratta dunque di una interpretazione estensiva di tale auspicio

[..] nel rapporto del dicembre ’92, per la prima volta sono indicate espressamente le misure minime delle celle. Queste dovrebbero essere di circa 7 mq, con almeno 2 metri di distanza tra le pareti e 2 metri e mezzo di altezza (art. 43). Sebbene nel rapporto le misure indicate si riferiscano alle celle di polizia, i giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo hanno interpretato l’articolo e le disposizioni ivi contenute in senso estensivo, applicandole per analogia alle celle delle prigioni o di altri istituti di detenzione. [2]

Le celle di polizia, quelle della questura o del commissariato o quelle di sicurezza presenti nelle stazioni dei carabinieri sono pensate per un periodo di detenzione temporaneo. Erano oggetto del rapporto Cpt poiché questo si occupava della prevenzione della tortura in stato di privazione della libertà: prima dunque di una condanna definitiva. È necessario, forse – prima di accontentarsi di numeri e misure che appaiono favorevoli – un movimento dall’alto della norma al basso più angusto di un interno microstorico, che attraverso una riduzione di scala provi ad avvicinarsi gradualmente alle pratiche concrete.

Il Vademecum di ogni prigioniero

È per questo che il testo di Salvatore Ricciardi è utile nella concretezza delle pratiche che descrive, nel linguaggio interno – un antropologo parlerebbe di prospettiva emica – di cui porta a conoscenza il mondo di fuori. È utile perché esce dal carcere come problema geometrico e normativo per farne emergere i confini reali che sono posti alla parola, al movimento, certamente allo spazio e al tempo. Proprio sul tempo Ricciardi scrive, definendo in qualche forma la diacronia storica, il cambiamento che giustifica un prima e un dopo.

In carcere non c’è tempo perché non c’è attività, se per attività intendiamo la trasformazione intenzionale e finalizzata della forma e dello stato di un oggetto, di un ambiente, di se stessi […] Se non c’è cambiamento il tempo non c’è. In carcere il tempo è assente, è immobile, non scorre. (p.15)

Non c’è una storia, un tempo tradizionalmente inteso, ma ce ne sono diversi. Tempi frammentati che si scompongono a seconda di un ciclo di ripetizioni quotidiane simili a quelle del tempo di lavoro. Metafora questa assai utilizzata da Ricciardi in una prospettiva teorica di parallelismo fra fabbrica e carcere dagli illustri precedenti. La prospettiva dell’autore è radicale perché evoca il superamento del carcere come strumento di prigionia e di controllo dell’attività illegale.
Una prospettiva innominabile, almeno dalla svolta preventiva originata da quella tradizione illuminista che cercava di propugnare la dolcezza delle pene.

beccaria_ricciardi

I modi per sfuggire al carcere per un detenuto sono tutti pericolosi, alcuni mortali, e sono messi in pratica per uscire da quel tempo dell’intossicazione su cui l’autore si sofferma nelle sue pagine migliori. L’automutilazione e il suicidio come gesti di fuga dall’insopportabilità sono quelli più utilizzati, in proporzione inversa alla rivolta e all’evasione: pratiche residuali rispetto a epoche precedenti

La morte è entrata prepotentemente in carcere: circa 200 deceduti l’anno, di cui il 60 per cento per suicidio. Il cosiddetto «carcere violento», quello delle rivolte, non registrava una strage delle dimensioni del «carcere pacificato», che ha triplicato i suicidi. Nel decennio 1960-69, con una presenza media di 32.754 detenuti, […] i suicidi e i tentativi di suicidio sono stati […] pari a un tasso rispettivamente di 3,01 e 9,24 su 10.000 presenze. Negli ultimi 9 anni il tasso di suicidi è stato di 10,3 e i tentati suicidi di 142,94 su 10.000 presenze. (pp. 30-31.)

Il racconto di Ricciardi deve confrontarsi con altre narrazioni del tutto opposte, che parlano di eccesso di lassismo, che evocano inasprimento delle pene, giusta proporzione fra offesa ricevuta e punizione erogata. Il punto di vista dell’autore è del tutto estraneo alla polarizzazione classica che domina il dibattito pubblico: garantismo contro giustizialismo; diritti dei detenuti contro certezza della pena. La crudezza della narrazione, pur nella forte consapevolezza di ciò che si trova al di fuori dalle mura, ha un urgenza più immediata e radicale: la dichiarazione di obsolescenza della prigione stessa come sistema.

Le parole dentro, il glossario di termini ed espressioni tratte dal gergo carcerario che concludono il testo di Salvatore Ricciardi, completa una lettura e allo stesso tempo fornisce uno strumento d’indagine che rendono difficile il paragone con altri libri contemporanei sul carcere. Questo strumento interroga anche le scienze umane che vogliano accostarsi all’universo detentivo per costruire un’ipotesi etnografica efficace e che possa restituire al lettore forme di vita e di resistenza altrimenti inattingibili. [3]

Note

1] Comitato europeo per la prevenzione della tortura, 2° Rapporto Generale, 1992, paragrafo 43.
[2] Senato della Repubblica, Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari e nei centri di accoglienza e trattenimento per migranti in Italia, XVI Legislatura (approvato dalla Commissione il 6 marzo 2012)

[3] Si rimanda a T. Degenhardt, F. Vianello, 2010 Convict Criminology: provocazioni da oltreoceano. La ricerca etnografica in carcere, in Studi sulla questione criminale, n. 1/2010.

 

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