Recensione: Una segregazione dal volto umano – ilmanifesto.info

Una segregazione dal volto umano – ilmanifesto.info

Posted by macwalt on 12,feb,2015 in carceri | 0 comments

Una segregazione dal volto umano. Pamphlet. «Cos’è il carcere. Vademecum di resistenza» di Salvatore Ricciardi per DeriveApprodi. La pacificazione di un universo concentrazionario. Il testo di un ex- detenuto «di lungo corso» – — Andrea Colombo.

Non biso­gna guar­darsi solo dagli appas­sio­nati di galera, che in Ita­lia sono ormai legione e vagheg­giano un uni­verso con­cen­tra­zio­na­rio in cui rin­chiu­dere un po’ tutti, dai micro­cri­mi­nali agli immi­grati ai poli­tici: più che la cul­tura dif­fusa di un paese riguar­dano la psi­co­pa­to­lo­gia di massa. Più sot­tile, meno inca­ro­gnita ma a modo suo più sub­dola, è la posi­zione di chi sul degrado delle car­ceri ita­liane si com­muove e chiede il ripri­stino della civiltà. Dateci celle pulite, non sovraf­fol­late e non ci sarà più problema.

Va da sé che evi­tare di rin­chiu­dere in loculi pen­sati per due per­sone il dop­pio o peg­gio di dete­nuti sarebbe un pas­set­tino avanti, ma non è quello il cuore della bestia e con­cen­trarsi sulle disfun­zioni rischia di stor­nare l’attenzione dall’orrore della fun­zione in sé. La mostruo­sità del car­cere è altrove. La descrive senza un solo rigo di troppo Sal­va­tore Ric­ciardi in un libretto con­ciso e fol­go­rante, cor­re­dato da un glos­sa­rio esau­riente della ter­mi­no­lo­gia car­ce­ra­ria,: Cos’è il car­cere. Vade­me­cum di resi­stenza (Deri­veAp­prodi, 2015, pp. 125, euro 12, pre­fa­zione di Erri De Luca). Ric­ciardi, classe 1940, ex Br, una tren­tina d’anni pas­sati tra galera e misure alter­na­tive, sa di cosa parla. Ormai libero, la pri­gione la porta incisa nell’anima, come tutti i «dete­nuti di lungo corso». Non spreca inchio­stro per rac­con­tare aned­doti, evita ogni effetto splat­ter. Del car­cere, della sua logica feroce, della sua atro­cità non pas­si­bile di «uma­niz­za­zione», fa emer­gere le strut­ture pro­fonde, costi­tu­tive, dun­que non rifor­ma­bili. Nei suoi con­si­gli «per resi­stere» il fon­da­mento resta sem­pre lo stesso: non accet­tare quella logica. Non «sedersi», come si dice in gergo. Con­ti­nuare, con ogni mezzo, ad opporsi alla dimen­sione carceraria.

Più che di celle stra­piene, Sal­va­tore Ric­ciardi parla di quella «sospen­sione del tempo» che dell’istituzione car­ce­ra­ria è il cuore, anche più della segre­ga­zione spa­ziale. In galera il tempo viene «arre­stato». Se ne perde la scan­sione per­ché viene a man­care ciò che del tempo è misura: il cam­bia­mento. La galera è quel posto dove nulla suc­cede, nulla mai cam­bia, e l’assenza del tempo dà alla testa, induce depres­sione, tor­tura le vittime.

Più che i mal­trat­ta­menti e le ves­sa­zioni, a cui pure non man­cano le allu­sioni pre­cise, Ric­ciardi illu­stra la depri­va­zione sen­so­riale, scien­ti­fi­ca­mente indotta, che distorce pro­gres­si­va­mente, nei reclusi, la per­ce­zione della realtà. In galera, scrive, c’è un senso che domina tutti gli altri ed è ado­pe­rato per man­te­nere i con­tatti con la realtà di quel micro­co­smo segre­gato: l’udito. Sono i rumori a dar conto della realtà: i passi pesanti delle guar­die o quelli leg­geri delle «squa­drette» che si avvi­ci­nano per un pestag­gio, le sbarre bat­tute per dare la sve­glia, lo spion­cino chiuso a fine gior­nata, il bru­sio con­ti­nuo le cui modu­la­zioni sanno essere elo­quenti e annun­ciare ciò che sta per succedere.

Poi la soli­tu­dine, per­ché la sof­fe­renza è sem­pre soli­ta­ria. E l’infantilizzazione, la sop­pres­sione di ogni auto­no­mia, dun­que di ogni dignità, la neces­sità di inol­trare la «doman­dina» per qual­siasi cosa: «Il sui­ci­dio è l’unica cosa che puoi fare in car­cere senza inol­trare la perenne “doman­dina”. Solo un’altra cosa puoi fare senza chie­dere il per­messo: eva­dere». Cer­care di eva­dere o di ribel­larsi sono le uni­che atti­vità che per­met­tono di con­tra­stare la presa del car­cere sull’anima, la psi­che e il corpo del dete­nuto: resti­tui­scono al tempo il suo senso; ripor­tano alla luce la dignità sepolta da un’istituzione che è stu­diata invece pro­prio per sop­pri­merla; con­sen­tono di non vol­gere con­tro se stessi e il pro­prio corpo, nel sui­ci­dio o nella muti­la­zione, la dispe­ra­zione e l’energia repressa; rom­pono il muro gri­gio dell’isolamento.

Opporsi al car­cere, com­bat­terlo, tenere sem­pre pre­sente il con­flitto che con­trap­pone dete­nuti e guar­die, diventa così que­stione di vita o di morte, la sola via per soprav­vi­vere al car­cere. La dimen­sione pre­miale e non con­flit­tuale che ha ripor­tato l’ordine nelle patrie galere è dun­que per Ric­ciardi un’arma a dop­pio taglio, pro­prio per­ché ste­ri­lizza l’istinto di con­trap­po­si­zione e rivolta: «Prima tra guar­die e dete­nuti era guerra aperta, una guerra con le sue regole basate sui rap­porti di forza… Oggi in car­cere regna l’illusione che i potenti pos­sano uma­niz­zarlo». È per que­sto, secondo Ric­ciardi, che men­tre nel «car­cere vio­lento» dei vec­chi tempi il tasso di sui­cidi era del 3,01%, in quello «paci­fi­cato» di oggi si è mol­ti­pli­cato sino al 10,3%.

Quale può essere, però, l’alternativa, a un car­cere paci­fi­cato, «dal volto umano», inteso come ultima fron­tiera del pro­gresso? Ricor­darsi che il car­cere non c’è sem­pre stato e non ci sarà per sem­pre. Può essere abo­lito: «Anche il car­cere pas­serà, e bal­le­remo sulle sue macerie».

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