Assemblea nazionale lavoratori logistica- 9 Aprile

assemblea delegati si cobaspsdDOMENICA 9 APRILE ASSEMBLEA PUBBLICA PER LA PREPARAZIONE DELLO SCIOPERO GENERALE DELLA LOGISTICA E TRASPORTO MERCI Per DOMENICA 9 APRILE 2017 ALLE ORE 11.00 è indetta un’assemblea nazionale di confronto, che si svilupperà in più città (tra le altre Roma, Torino, Padova, Vicenza, …), per la preparazione e l’organizzazione del prossimo SCIOPERO GENERALE DEL SETTORE DELLA LOGISTICA E DEL TRASPORTO MERCI. Nel momento in cui CGIL, CISL e UIL stanno trattando al ribasso con le controparti padronali il rinnovo del contratto nazionale di settore scaduto da numerosi mesi, le lavoratrici e i lavoratori organizzati nel S.I. Cobas e nell’A.D.L. Cobas decidono di intervenire con una propria piattaforma di lotta non subordinabile alle perdenti logiche della concertazione. UNA PIATTAFORMA CHE RAPPRESENTA LA MIGLIOR SINTESI DEL LUNGO CICLO DI LOTTE ORMAI DIFFUSOSI BEN OLTRE IL PERIMETRO DELLA LOGISTICA (DALLA METALMECCANICA AL DISTRETTO DELLA CARNE EMILIANO, DAL PERSONALE VIAGGIANTE DEL TRASPORTO MERCI AI BRACCIANTI); CHE TROVA ORIGINE DIRETTA NELLA MATERIALITÀ DELLE LOTTE E NELLA CAPACITÀ (E RAGGIUNTA MATURITÀ) DI CONSOLIDAMENTO DI RAPPORTI DI FORZA PIÙ FAVOREVOLI PER LA CLASSE. Una decisa inversione di tendenza in rapporti dati e considerati immutabili, non solo in termini di condizioni salariali, ma anche di lavoro e di tutela in un contesto produttivo ancor oggi dominato dal caporalato legalizzato delle cooperative e da livelli di sfruttamento elevatissimi e pressoché schiavistici. Una piattaforma che ha il pregio e l’ambizione di non ridursi al solo piano sindacale o, comunque, all’impianto del contratto collettivo di categoria in discussione. Ma che, al contrario, si pone obiettivi politici più complessivi, riproducibili e generalizzabili all’intera classe, PER LA COSTRUZIONE DELLE CONDIZIONI PER UN RINNOVATO PROTAGONISMO OPERAIO E PER L’ESTENSIONE E LA DIFFUSIONE DEL CONFLITTO DI CLASSE. Ciò con la consapevolezza della necessità di rompere la marginalizzazione cui il padronato e il sindacalismo confederale complice, intendono relegare chi si oppone al mantenimento della subordinazione agli interessi padronali. Dall’assoluto rifiuto della delega al sindacalismo concertativo (che ormai non riesce più a nascondere la sua funzione di assoluta complicità) che conduce, quindi, al superamento di quegli “accordi sulla rappresentanza” attraverso la costruzione di rapporti di forza reali che costringano il padronato all’interlocuzione riproducendo, su un piano più complessivo, ciò che già accade nei singoli magazzini e con le singole centrali della logistica (TNT, GLS, SDA, BRT, ecc.) investite negli anni dal fronte di lotta scatenato. E non semplice scelta di appartenenza a sigle sindacali conflittuali, ma REALE UNITÀ DI CLASSE DA INTENDERSI NON PIÙ E NON SOLO COME SOLIDARIETÀ TRA SFRUTTATI, MA ANCHE QUALE CAPACITÀ AUTONOMA DI RAPPRESENTARE I PROPRI INTERESSI con la forza di imporli al padronato come già praticato nella quotidianità del conflitto e nei conseguenti risultati ottenuti. Risultati e tutele ora da generalizzare. La difesa del diritto di sciopero; il superamento della figura del socio-lavoratore e la reinternalizzazione alle dipendenze delle committenti; l’adeguamento salariale; LA RIVENDICAZIONE DELLA RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO A PARITÀ DI SALARIO E IL RIFIUTO DELLA PRODUTTIVITÀ QUALE MISURA ULTIMA DELLA PRESTAZIONE LAVORATIVA; la tutela della salute e la garanzia della continuità del reddito; la previsione di clausole sociali per disarticolare i licenziamenti conseguenti ai continui cambi di appalto; il rifiuto della flessibilità; SONO INFATTI TUTTI OBIETTIVI UNIFICANTI E RIPRODUCIBILI PER UNA POSSIBILE RICOMPOSIZIONE. Ciò sebbene si stia assistendo alla progressiva recrudescenza della reazione padronale e dei livelli di criminalizzazione statale e della magistratura. IL COORDINATORE NAZIONALE ALDO MILANI DEL S.I. COBAS È ANCORA SOTTOPOSTO A MISURE CAUTELARI non revocate dal Tribunale del Riesame che, anzi, ha confermato la pretestuosa montatura e l’assurdo teorema della procura e della questura modenesi che equipara lo sciopero e la trattativa sindacale all’estorsione. I licenziamenti politici si moltiplicano, al pari della repressione poliziesca e degli sgherri assoldati dal padrone per affiancarla. Vili servi che la scorsa settimana sono arrivati a colpire con taser i lavoratori in sciopero fuori dagli stabilimenti Coca Cola a Nogara. La valenza che lo sciopero in preparazione assume, TRAVALICA QUINDI LA SPECIFICITÀ DELLA LOGISTICA E DEL TRASPORTO MERCI E RAPPRESENTA UNA MOBILITAZIONE DA SOSTENERE E DIFFONDERE PER ADEGUAMENTO SALARIALE

RILANCIARE IL CONFLITTO E FAR EMERGERE UN PUNTO DI VISTA DI CLASSE E COERENTEMENTE ANTICAPITALISTA DALL’ INTERNITÀ NELLE LOTTE CHE SI SVILUPPANO. Rigettando ogni ipotesi concertativa e rispondendo agli attacchi padronali e repressivi Invitiamo quindi tutte le realtà politiche e sindacali, i singoli lavoratori e le singole lavoratrici, all’assemblea che si terrà: DOMENICA 9 APRILE ALLE ORE 11.00 PRESSO IL CENTRO SOCIALE AUTOGESTITO VITTORIA
I compagni e le compagne del C.S.A. Vittoria

Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Scomunicati!!!

Pubblicato in Repressione | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Presidio contro la fabbrica d’armi RWM in Sardegna

STOP ALLA FABBRICA DI MORTE RWM

LUNEDÌ 3 APRILE 2017 A DOMUNOVAS

PRESIDIO AL PIAZZALE DELLA RWM

DALLE 11.00 ALLE 16.00

CORTEO DAL PIAZZALE DELLA FABBRICA

AL PAESE – PARTENZA ALLE 16.00

Ormai è un dato di fatto: la RWM Italia spa produce bombe, lo stabilimento di Domusnovas fabbrica ed esporta gli ordigni che devastano lo Yemen e tanti altri paesi, per alcune centinaia di posti di lavoro e decine di milioni di fatturato.

In nome del profitto si uccidono centinaia di migliaia di civili, si coprono le complicità delle istituzioni e in nome del ricatto occupazionale si giustifica chi lavora e contribuisce manualmente alla costruzione di strumenti di morte.

Fermiamo la filiera di questa produzione di morte, dal padrone all’operaio, dai trasporti dei materiali a chi li prende in carico.

La produzione di bombe deve cessare qui e ovunque, produrre e vendere morte non può essere un’attività da svolgere serenamente né ora né mai.

Per questi motivi ci ritroviamo il 3 aprile nel piazzale dello stabilimento RWM a Domusnovas per un presidio dalle 11:00 alle 16:00, cui seguirà un corteo verso il paese.

Vi invitiamo a partecipare per provare tutti insieme ad inceppare anche se per poche ore questo macchinario e rimarcare che chi contribuisce ai suoi ingranaggi “per quanto si creda assolto è lo stesso coinvolto”

Non lasciamo in pace chi vive di guerra!

Pubblicato in Movimenti odierni | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Domenica 2 aprile, 18,30 Forte Prenestino (Roma) – La rivista Laspro contro la tortura

Domenica 2 aprile alle 18.30 nella Sala da the inTHErferenze del Forte Prenestino (via Federico Delpino – Centocelle | Roma), presentazione del numero 39 di Laspro (marzo/aprile 2017).
Un numero speciale a sostegno della campagna “Pagine contro la tortura – per l’abolizione del divieto alle lettura nel 41bis” (https://paginecontrolatortura.noblogs.org/).
Interverranno la redazione di Laspro e alcuni degli autori e delle autrici che hanno collaborato alla realizzazione del numero, tra cui Valerio Bindi, Alessandro Pera, Agnese Trocchi e Salvatore Ricciardi.
Per la prima volta Laspro esce con un numero a 12 pagine, un ampliamento necessario date le tante storie, lotte ed emozioni da esprimere parlando di carcere e istituzioni totali. Per noi anche uno sforzo economico che vi chiediamo di sostenere sottoscrivendo per la rivista.

L’illustrazione di prima pagina e della locandina è di Claudia Romagnoli

foto di Laspro Rivista di Letteratura, Arti & Mestieri.

Laspro per la campagna Pagine contro la tortura

Pubblicato in Carcere | Contrassegnato , , , | 2 commenti

L’insegnamento dei “fazzoletti rossi” 29 marzo 1973

Produzione o distribuzione?

L’insegnamento dei “fazzoletti rossi”

Questo articolo segue quello postato l’altro ieri (sull’occupazione dei “fazzoletti rossi” negli stabilimenti della Fiat di Mirafiori il 29 marzo 1973) ed è una riflessione su quella grande mobilitazione.

Ricordare quell’importante momento di insorgenza operaia è decisivo per ogni movimento che vuole attivarsi per rivoluzionare lo stato di cose presenti. Ricordare quella battaglia in cui settori della classe operaia hanno saputo difendersi opponendosi a un attacco padronale, trasformandolo in offensiva operaia, è utile per imparare, dalla realtà del conflitto di classe, alcuni passaggi fondamentali.

Che cosa insegnano i “fazzoletti rossi”? Intanto hanno spazzato via la becera e inutile suddivisione “lotta economica”, “lotta politica”, che tanto ha impantanato il conflitto di classe. Purtroppo ancora diffusa perniciosamente. Quel settore di classe operaia, impegnato in un rinnovo contrattuale all’interno del quale aveva individuato un pesante attacco padronale, sottovalutato o agevolato dai sindacati confederali, decidevano di ignorare i loro tentennamenti e non ascoltando nemmeno le formazioni rivoluzionarie, ma resi consapevoli dalla pratica di lotta degli anni precedenti, ponevano al centro dello scontro due punti nevralgici:

a)esercitare potere sulla produzione, occupando la fabbrica e impedendone l’agibilità per mezzo della spazzolatura della palazzina degli impiegati e dei dirigenti;

b)urlare a tutto il movimento, perché se ne rendesse conto, che se si pone il controllo operaio sulla produzione si apre lo scontro con lo stato, garante del mantenimento dell’ordine produttivo capitalistico! Produzione e stato i due capisaldi su cui si gioca lo scontro di potere, se si vuole costruire il potere proletario.

Non dissertavano, i fazzoletti rossi, su l’equilibrio del governo nazionale o di quelli locali, non interessava loro le briciole di una politica distributiva più o meno carogna, cambiando equilibri parlamentari o formule di governo. Non pensavano certo di fregiarsi dell’ornamento di “lotta politica” raccattando slogan sulle brutte politiche distributive del governo chiedendo di migliorarle o chiedendo di modificare trattati internazionali; no!, loro volevano dare il segno dello scontro di potere: controllo operaio della produzione e attacco allo stato.

Insegnamento di grande utilità, soprattutto oggi, con troppe dimenticanze si rischia di far indignare Marx, perché l’aveva detto da tempo: «Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perché tornare nuovamente indietro»? Si, l’aveva detto più e più volte e lo dice di nuovo: «Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da lui una parte della democrazia) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla sua distribuzione».  K.Marx, Critica del programma di Gotha (1875)

Perché la produzione? Semplicemente perché siamo sottomessi, sfruttati, egemonizzati e organizzati da questo  modo di produzione, che è capitalistico. Possiamo risiedere in una regione o in un paese con “piena sovranità”, o in una federazione o altro tipo di aggregato di più paesi, ovunque l’economia, se capitalista, deve sottostare a quelle leggi. Ovunque la mannaia di qualsiasi governo si dovrà abbattere sui lavoratori/trici e proletari/e quando le esigenze di accumulazione del capitale lo impongono.  Sono tanti gli strumenti con cui queste leggi operano: il mercato e la competizione tra realtà produttive, le banche, la finanza, la borsa, gli scambi, i trattati, ecc. Sono strumenti che non hanno vita propria, ma la loro vita discende dalle leggi del capitale, dalle sue necessità nelle varie fasi; su questi strumenti non è facile operare cambiandone il corso, non è possibile. I governi, le maggioranze o gli equilibri parlamentari,  non hanno molti margini per mutarne il corso, solo piccoli correttivi nelle fasi espansive, che poi vengono di nuovo ri-corretti per tornate in linea con le esigenze e le logiche capitalistiche.

Le politiche distributive sono sottomesse a quelle leggi e la storia ci insegna che qualunque equilibrio di forze politiche si riesca a realizzare, ci sono pochi, pochissimi spazi di azione. In questa fase il capitale multinazionale ha ripreso in mano le redini, esautorando quasi del tutto la sfera politica, e con più forza ha la necessità di abbassare il costo del lavoro per rilanciare la competizione e l’accumulazione del capitale. Ciò avviene in ogni regione, stato o area capitalista, basta guardarsi intorno.

Inveire con slogan contro le condizioni e i vincoli imposti dall’Ue va bene, urliamolo pure e incazziamoci, ma conviene aggiungere che sono le leggi del mercato capitalistico e della competizione produttiva che le impongono e anche se fossimo rimasti fuori dall’Ue, o se volessimo uscire, quelle leggi opererebbero ugualmente. Urliamo pure e scriviamo sui cartelli e volantini che l’Unione europea non è riformabile, d’accordo, ma prima dimostriamo quanto non siano riformabili le leggi del capitale, eppure sono secoli che forze politiche di varia provenienza ci hanno provato.

Il capitalismo non è riformabile!, se non assume questa consapevolezza il proletariato non farà molta strada.

    A meno che …  e qui può venir fuori una variabile che può essere indipendente da quelle leggi del capitale, anche se ha un rapporto con quelle leggi, ma non è un rapporto meccanico ne deterministico. È una variabile che può presentarsi dopo lungo lavoro, ed è successo, che la popolazione proletaria e le sue forze politiche decidano di buttare all’aria le regole e tutto il sistema capitalistico. Che poi è quello che da 150 cerchiamo di fare.

È una scelta che però ha delle conseguenze di notevole importanza.

Proviamo a elencarne alcune sommariamente che provengono da esperienze passate;:

*poiché si dovrà attraversare un periodo abbastanza duro e difficile (embargo, chiusura delle forniture, delle materie prime, dei prodotti alimentari, dell’energia, ecc., ecc.) non è accettabile e nemmeno possibile che a dirigere periodi così difficili e duri sia una classe dirigente, nemmeno onesta, corretta e intellettualmente capace. Sarebbe giustamente sbranata a furor di popolo. Si riusciranno ad attraversare fasi così difficili soltanto se saranno attivati gli strumenti di potere proletario diffusissimo: comitati e consigli in ogni territorio, luogo di lavoro, scuola, ecc.;

*poiché sarà necessaria e indispensabile una intensa capacità creativa per realizzare un altro modello di produzione di valori d’uso necessari ma non scambiabili e senza mercato, solo milioni di cervelli pensanti messi in movimento potranno realizzarla, non certo centri studi, tecnici o esperti vari. Anche perché, dovremo ricordarci che ogni conoscenza, ogni sapere di tecnici e tecniche di qualunque settore e anche di scienziati e scienziate, ebbene quel sapere esiste in quanto è stato utile e ha consentito e consente il funzionamento del modo di produzione capitalista. Non ci può servire per quello che progettiamo di creare.

*poiché va riorganizzata l’intera vita sociale, i suoi ritmi, le sue relazioni, le sue priorità, le sue prospettive, ebbene, solo se partecipano a questo sforzo tutte e tutti, ci potrà essere qualche possibilità di riuscire.

Il resto sono chiacchiere!

Se notevoli settori del proletariato, e noi con loro, facciamo la scelta di abbandonare e distruggere il modo di produzione capitalista, ci si pone davanti un altro non semplice compito: abbattere lo stato e le istituzioni che stanno a garantire l’ordine della produzione e riproduzione capitalista. Non sarà una cosa semplice, ma si può fare, alla condizione che questo difficile compito lo prendano in mano tutte le realtà proletarie autorganizzate perché lo avranno deciso nei loro comitati e consigli e si saranno organizzate e attrezzate di conseguenza. Non certo per seguire la chiamata di qualche area politica!

È questo un insegnamento dei “fazzoletti rossi”, come quello di altri punti alti della lotta di classe per il potere proletario; ignorarlo è impossibile!

 

Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie, Movimenti odierni | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

29 marzo 1973 – settori della classe operaia pongono il problema del potere – i “fazzoletti rossi”

In questa fine di marzo ’73, si era nelle fasi conclusive del contratto nazionale dei metalmeccanici. La Federmeccanica, spalleggiata dalla riedizione del centrismo, col governo Andreotti su posizioni molto conservatrici, punta a un CCNL basato sulla regolamentazione del diritto di sciopero, sulla piena utilizzazione degli impianti (che vuol dire aumento dei ritmi, dei turni e della produttività) e sul controllo fiscale dell’assenteismo. Un’offensiva padronale-governativa per azzerare il rapporto di forza che la classe operaia aveva costruito dal 1969 e che concretamente si manifestava in una maggior indipendenza dei lavoratori e delle lavoratrici nei confronti delle “necessità del capitale”.

A questa offensiva padronale i sindacati confederali  avevano offerto collaborazione nel nome del rilancio produttivo dell’azienda; aleggiava il timore, quasi la certezza di un contratto bidone.

Ma operai e operaie, spiazzando tutte le formazioni della sinistra extraparlamentare che proponevano di premere sui sindacati per farli tornare su posizioni conflittuali e non collaborative, manifestano di aver conquistato il senso completo dell’autonomia di classe. Dunque autonomia operaia, non come formazione politica organizzata, ma come coscienza di classe che si rende autonoma dalle logiche capitalistiche e dai legami sindacali e si pone sul terreno del potere. E decidono:

L’occupazione di Mirafiori del 29 marzo ’73: i «fazzoletti rossi»

Di fronte all’attacco padronale e governativo, ma anche repressivo, di fronte alla crisi che comincia a scomporre il tessuto proletario e rende più difficile la lotta, alcune componenti del movimento arretravano. Altre rilanciavano e il dibattito si riempiva di grandi interrogativi; a quel punto gli operai di Mirafiori sparigliarono i giochi.

In Fiat prese corpo una nuova «milizia operaia» con il fazzoletto rosso sul viso che affermò e consolidò una forma di lotta, il corteo interno, con «spazzolate» che arrivarono a trascinare via anche impiegati e dirigenti. Una ripresa operaia nel pieno della controffensiva padronale e statale nell’anno del golpe in Cile (vedi qui ), nell’anno in cui il Pci lanciava il compromesso storico, nell’anno il cui il governo preparava un duro attacco antioperaio e antiproletario. In quel contesto, i «fazzoletti rossi» lanciarono a tutto il movimento un appello: la battaglia rivendicativa, per quanto avanzata, trovava un limite davanti a sé. Questo limite era stato raggiunto. Gli operai non dovevano più vendersi meglio come forza lavoro ma aggredire l’ordine sociale complessivo. Era questo il senso delle bandiere rosse messe sui cancelli. Come a dire: qui abbiamo fatto tutto, ma oltre cosa c’è?, lo Stato.

In marzo […] quotidianamente i cortei interni spazzolavano le officine ma il 27 circolò la voce di un accordo inadeguato […]  la mattina del 29 i gruppi rivoluzionari, Lotta continua e Potere operaio e altri si presentano alle porte con dei volantini che rilanciavano lo sciopero a oltranza. Ma quando gli operai entrarono, quella mattina, il clima era più pesante del previsto. Poco dopo l’entrata del turno cominciarono ad arrivare fuori le notizie sul fatto che dentro si stava decidendo l’occupazione. Più tardi, mentre «La Stampa» annunciava che era stato fatto l’accordo, gli operai venivano fuori a piantare le bandiere rosse sui cancelli.

[Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro….]

Facciamo un passo indietro: dal rinnovo contrattuale dell’autunno-inverno 1972-73.

Autunno 1972, contratti dei metalmeccanici. La Federmeccanica, con l’appoggio del governo Andreotti, punta sulla regolamentazione del diritto di sciopero, piena utilizzazione degli impianti e controllo fiscale dell’assenteismo. Alla Fiat, un corteo interno di impiegati si unisce a quello degli operai, scatta la rappresaglia: cinque lettere di licenziamento a operai e impiegati individuati grazie alla rete spionistica interna. Il 17 novembre 1973 il vicecomandante dei guardioni si scaglia con l’automobile contro un picchetto: la polizia arresta due operai colpevoli di aver accennato una reazione. Altri quattro compagni ricevono lettere di licenziamento. Il 25 novembre, la sinistra extraparlamentare organizza una manifestazione a Torino, «contro le 600 denunce, contro il governo Andreotti, contro il fascismo». Polizia e carabinieri la reprimono violentemente. 26 novembre, le Br incendiano quasi contemporaneamente nove automobili di altrettanti fascisti scelti tra quelli che operavano in fabbrica al servizio dei guardioni di Agnelli. Tre giorni dopo gli incendi, nel corso di uno sciopero, un corteo interno di 4.000 lavoratori percorre con le bandiere rosse tutti i reparti spazzando crumiri e fascisti. Il capofficina del montaggio, considerato responsabile di un licenziamento, viene scacciato dalla fabbrica, insieme a un altro capetto, con al collo una bandiera rossa. Col passare dei giorni i cortei interni, divenuti oramai una pratica usuale, cominciano a porsi come momento di potere proletario in fabbrica. Il 9 dicembre 1972 la questura di Torino presenta denunce contro 800 lavoratori: molti sono operai accusati di «sequestro di persona con l’aggravante di aver compiuto il reato in più di cinque». Agnelli licenzia cinque compagni. Fiat e Flm firmano un comunicato congiunto, il cosiddetto «verbale di intesa», presto ribattezzato dagli operai «verbale di resa»: «Le parti si sono date atto di reciproca volontà di evitare ogni forma di degenerazione della vertenza aperta per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici, e di non introdurre in un conflitto di questo rilievo elementi di drammatizzazione che farebbero sorgere nuovi ostacoli al raggiungimento d’una intesa […]. L’azione sindacale esclude ogni forma di violenza». Un delegato viene arrestato con l’accusa di aver favorito la fuga di un’operaia rincorsa dai celerini.

Il 22 gennaio la direzione invia cinque preavvisi di licenziamento. Lo stesso giorno, alla Lancia, i celerini sfondano i picchetti sparando sugli operai: quattro feriti. Come rappresaglia a uno sciopero di 185.000 lavoratori, la Fiat il 2 febbraio 1973 sospende 5.000 operai. La risposta è un corteo interno di 20.000 operai che a Mirafiori spazza crumiri e fascisti. Fioccano i licenziamenti con le motivazioni più banali e provocatorie del tipo, per esempio, per aver disturbato il lavoro. Il 9 febbraio a Roma la più grande manifestazione operaia dà la misura della contraddizione tra la combattività delle masse e l’incapacità della direzione sindacale. Non si è ancora spenta l’eco della manifestazione di Roma, che a Torino il 12 febbraio 1973 alle ore 9,30 un nucleo delle Br sequestra Bruno Labate, segretario provinciale della Cisnal.

Il fascista messo alle strette rivelò alcune connessioni politiche tra la Cisnal e la direzione Fiat e tra questa e diverse agenzie private di investigazione. Sulla scorta di tali indicazioni fu agevole, sia all’avanguardia di fabbrica, sia ai collegamenti territoriali, riattivare politicamente – in funzione della lotta – il discorso sullo spionaggio Fiat. A due anni di distanza lo spettro delle schedature, della sorveglianza, della selezione, si reincarnava ufficialmente nella ignobile proliferazione di centrali fasciste, di assunzione e di controllo, protette e nutrite da notabili Fiat, devoti agli Agnelli. Dunque molte anime, forse, ma un solo corpo sempre teso alla prevenzione terroristica e alla rappresaglia esemplare.

Da «Il Giornale dei capi» edito dalla Fiat, con diffusione interna per i soli capi, n. 2, febbraio 1973:

Si fornisce un bilancio globale delle gravi conseguenze che le violenze hanno avuto: – feriti e contusi un centinaio […] – le macchine dei dipendenti danneggiate in novembre, dicembre e gennaio sono state 800 – danni alle strutture delle officine e degli uffici (cancelli di separazione […], porte sfondate, arredi di ufficio danneggiati, incendio di un ufficio sindacale…) […]. Chi compie questi atti tenta di sfuggire all’individuazione, e il più delle volte ci riesce nascondendosi nella massa: i bulloni lanciati dai cortei, le aggressioni collettive a persone e a cose offrono possibilità di impunità quasi certa“.

Dai «fazzoletti rossi» la lezione venne lanciata a tutto il movimento. Quale insegnamento trarne? Gli operai Fiat occupavano la cattedrale del capitalismo, scavalcando persino le indicazioni dei gruppi rivoluzionari, ponevano con chiarezza il problema del potere. Ma il movimento nelle sue varie articolazioni non era pronto.

Potere Operaio decise di sciogliersi per passare a nuove e diverse forme organizzate. Anche all’interno di Lotta Continua iniziò una disgregazione che portò alla sua fine nel ’76. Si sciolse anche il Gruppo Gramsci, presente  soprattutto a Milano.

«In quei mesi (’72-73) eravamo su un crinale, a un passo dal finire di qua o di là, e ci siamo rimasti per un anno e mezzo. Poi abbiamo fatto la scelta giusta, ma potevamo anche fare l’altra, quella della lotta armata». 

[Lanfranco Bolis, dirigente di Lotta continua, in: Aldo Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978. Storia critica di Lotta continua, 2006].

Il giornale «Potere operaio» comunica lo scioglimento del gruppo:

«Il 29- marzo a Mirafiori, Rivalta, in tutte le sezioni Fiat lo sciopero a oltranza si trasforma in occupazione armata. È in questa forma che agli operai si rivela l’effettualità di un esercizio diretto del potere contro l’insieme delle condizioni repressive messe in atto da padroni e sindacati dal settembre ’69 a oggi. Il partito di Mirafiori si forma per mostrare l’impossibilità capitalistica di uso degli strumenti di repressione e di ristrutturazione».[Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro…, cit.].

«Dopo cinque mesi di lotta per il rinnovo del contratto, e quasi duecento ore di sciopero, giovedì 29 marzo 1973 alla Fiat Mirafiori di Torino il primo turno aderiva alla nuova astensione dal lavoro proclamata dai sindacati. Circa 10.000 operai formavano un corteo interno, poi si dividevano in diversi gruppi che bloccavano i 12 cancelli d’ingresso nello stabilimento esponendo bandiere rosse, striscioni, cartelli. Aveva inizio l’occupazione di Mirafiori che, all’epoca, raccoglieva tutti i giorni circa 60.000 dipendenti, una vera e propria città nella città, con enormi officine e chilometri di recinzione. Il blocco della produzione e i picchetti ai cancelli continuavano venerdì 30 marzo e proseguiva lunedì primo aprile. La lotta si estendeva ad altri stabilimenti cittadini e nella provincia. Il protagonismo di massa e l’organizzazione basata sui delegati eletti dagli operai nei reparti erano il nerbo e la direzione del movimento. Diego Novelli su «L’Unità» del 3 aprile riferiva dell’alto grado di maturità e intelligenza raggiunto dal movimento, della forza dei nuovi strumenti rappresentativi di base (delegati e consigli) che consentiva una rapida crescita del livello politico. Nella tarda serata di lunedì la Flm e la Federmeccanica raggiungevano un accordo i cui punti salienti erano: abolizione delle categorie e delle qualifiche mediante l’inquadramento unico; aumento salariale di 16.000 lire al mese uguale per tutti; riduzione dell’orario di lavoro settimanale a 39 ore mediante la concessione di una giornata di riposo ogni otto settimane lavorative; una settimana in più di ferie; riconoscimento del diritto allo studio mediante l’ottenimento delle 150 ore retribuite».

[Diego Giachetti, L’occupazioni di Mirafiori, in: «Carta», 22 maggio 2003].

Era il 9 aprile e la Fiat era stata convinta ad abbandonare la propria arroganza, i sindacati la subalternità. La forza operaia si era imposta!

Dopo l’occupazione di Mirafiori la classe operaia italiana ottenne l’accordo più alto della sua storia. Per la prima volta, in ambito capitalistico, si abolivano le categorie a solo due e si scendeva sotto le 40 ore settimanali. Questo risultato trascinò l’accordo del ’75 sul «punto unico di contingenza» e l’ampliamento della gamma degli automatismi salariali (passaggi automatici di categoria ecc.). L’accordo sul punto unico di contingenza produsse effetti a cascata: da un lato fu un potente fattore di restringimento del ventaglio retributivo, dall’altro finì per assorbire quasi per intero la dinamica salariale.

I padroni avevano aperto la borsa oltre le previsioni. Quello era l’unico modo, per i padroni, di cercare di mantenere nell’ambito della dinamica sindacale uno scontro di classe che si andava caratterizzando come scontro complessivo di potere. Avevano visto giusto i «fazzoletti rossi» non accettando quell’accordo. Il problema non era più in fabbrica, non era più nel salario. Sganciare i soldi, per i padroni è possibile, possono recuperarli tempo dopo, ma perdere il potere è una strada senza ritorno.

Ma per quel livello alto di scontro di classe il movimento non era adeguato, non era pronto, eravamo tutti in ritardo. Lo scontro si frantumò. Ci voleva una idea-forza, una prospettiva concreta e unificante per ricomporre il tessuto di classe che si andava sgretolando, non produzioni organizzative.

Vedi anche qui

Pubblicato in Lotta di classe - Documenti e cronache operaie | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

Campagna Stop Bombe RWM

In prospettiva  del PRESIDIO e CORTEO contro la fabbrica
delle bombe previsto per Lunedì 3 Aprile 2017 , abbiamo organizzato queste iniziative a cui invitiamo tutte /i a partecipare .

Campagna Stop Bombe RWM
VIVERE LIBERI  DALLA NECESSITA’ DI FABBRICARE ARMI

INCONTRO – DIBATTITO

CAGLIARI GIOVEDI 23 MARZO 2017 –ORE 18.30

BIBLIOTECA BAZ VIA SAN GIACOMO 117

 

INCONTRO – DIBATTITO

IGLESIAS VENERDÌ 31 MARZO 2017 – ORE 17:30

SALA ROSSA – CENTRO CULTURALE – VIA CATTANEO .

➔ La Fabbrica RWM ITALIA S.P.A. di Domusnovas / Iglesias:
produzione ed esportazione di ordigni che devastano lo Yemen e tanti altri paesi;
➔ Le Bombe RWM nel mondo, il ruolo dell’Arabia Saudita nella
guerra in Yemen; Intervento a cura di Nicola Melis,
ricercatore dell’Università degli Studi di Cagliari ;
➔ Proiezione di documentari, video-report e contributi sulla
produzione, esportazione di bombe e sugli effetti di
queste bombe sui civili;
➔ Presentazione del PRESIDIO e CORTEO contro la fabbrica
delle bombe previsto per Lunedì 3 Aprile 2017 (ORE 11) a
Domusnovas.
L’incontro pubblico così come il presidio e il corteo del 3
Aprile fanno parte di un percorso di liberazione dalla
produzione di armi e dalla guerra a cui tutta la cittadinanza è
invitata a partecipare.

Non lasciamo in pace chi vive di guerra!

Stop Bombe RWM

Pubblicato in Movimenti odierni | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

8 marzo 2017 – Sciopero globale delle donne

Appuntamento alle ore 17,00 al Colosseo

Pubblicato in Movimenti odierni | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

15.000 giorni in carcere – basta!

15.000 giorni e 15.000 notti in carcere per  Leonard Peltier –  

40 anni e mezzo

adesso basta!!!

peltier

 

 

 

 

 

 

 

Foto pubblicata sul quotidiano catalano ARA.

Su Leonard Peltier vedi anche  quiqui  qui

Pubblicato in Repressione | Contrassegnato , , , , | 4 commenti

Ghetto di Rignano, parte II: dopo le morti, le menzogne

Lo sgombero del Ghetto di Rignano si è concluso. Ieri le ruspe hanno demolito le ultime baracche rimaste in piedi dopo gli incendi. Sono arrivati, immediati, i tweet di Michele Emiliano e di altri rappresentanti istituzionali: lo sgombero è un successo, tutto è andato secondo i piani. Evidentemente erano messi in conto anche i morti, e comunque se la sono cercata, avendo rifiutato di andarsene quando gli era stato ordinato…

Nel frattempo emergono le dichiarazioni ufficiali della Questura e della Regione rispetto a questioni che erano ancora poco chiare negli scorsi giorni. La stessa Regione infatti, sin dal 1 Marzo, sta dichiarando che le strutture individuate possono ospitare tutti gli abitanti del Ghetto, che giornali e cattivi informatori (tra cui noi) sovrastimavano le presenze. Ad oggi, i dati della Questura dichiarano ufficialmente che sono state spostate 340 persone nelle strutture dell’Agro di San Severo. A queste si aggiungono le 60 già spostate la scorsa settimana verso Casa Sankara e che ora si trovano all’Arena, e le circa 100/120 persone che ancora sostano nell’area del Ghetto. Chi è rimasto nelle campagne intorno al Ghetto, più di 100 persone, perché ha rifiutato il trasferimento nelle due strutture per le contraddizioni appena citate, dorme per ora o in furgone o in macchina, o ammassato nei casolari in pietra rimasti in piedi dopo lo sgombero. In totale, quindi, più di 500 persone. Come prevedibile, nulla è stato fatto per le donne, di cui nessuna è stata trasferita nelle strutture della Regione e che nessuna possibilità avranno di mantenere le loro forme di sostentamento al di fuori del ghetto.

E’ evidente, anche agli occhi della stessa Regione Puglia, che la capienza delle strutture individuate non è in alcun modo sufficiente. Infatti, nella struttura sita sulla S.S. 16, ridenominata spudoratamente “Casa Sankara”, al momento alloggiano 180 persone. Per poterle ospitare tutte è stata allestita una piccola tendopoli da 12 tende (nonostante la stessa Regione negli scorsi mesi avesse sempre assolutamente escluso di poter ricorrere a questa soluzione). Chi in questo momento sta vivendo lì lamenta in maniera decisa il fatto di essere lontano da tutto e da tutti (infatti la struttura dista circa 10 km da San Severo, il più vicino centro abitato). I gestori di Casa Sankara inoltre non fanno entrare giornalisti, visitatori, sindacalisti, dichiarando di aver paura che si possa fomentare il malessere dei lavoratori lì presenti. Dicono, infatti, che già ci sono state delle piccole rivolte, con piccoli sabotaggi alle tende. Più che fomentare il malessere, la paura è forse quella di documentare il dissenso.

All’Arena, l’altra struttura nell’agro di San Severo adibita ad alloggio per gli sfollati, sono presenti più di 100 persone (in un edificio per cui il precedente progetto che lo utilizzava denunciava, arrivati a 30 ospiti, il congestionamento della struttura). Al momento qui arrivano solo pasti freddi dalla protezione civile, manca l’acqua calda, e si dorme in più di 10 persone a stanza. Inoltre qui le persone non riescono ad andare a lavorare poiché prive di trasporto per le campagne. La loro volontà, ribadiscono, non è quella dell’ospitalità caritatevole: la loro presenza è dovuta a necessità economiche, e quindi all’esigenza di lavorare. A San Severo, inoltre, la preoccupazione forte è lo scoppio di conflitti sociali dovuti allo spostamento di centinaia di persone ‘immigrate’ nel centro del paese, dopo i molteplici rifiuti avanzati negli anni dalle istituzioni sanseveresi contro la costruzione di una tendopoli in città.

La fotografia che possiamo restituire della situazione, immediatamente dopo lo sgombero, ci dice intanto dell’attivazione di un vero e proprio business dell’accoglienza. L’esperimento è quindi chiaro, esportare il sistema dell’accoglienza (enorme coacervo di contraddizioni e fonte di lauti profitti) dai richiedenti asilo anche a chi oramai è da anni sul territorio o comunque da quel sistema è stato espulso. Con lo stesso investimento economico in atto per accogliere gli sfollati del Ghetto, si sarebbe potuto far fronte immediatamente ai temi della casa e del trasporto che i lavoratori rivendicano da anni. Il sistema del caporalato, inoltre, utilizzato come giustificazione principale nello sgombero coatto e immediato del Ghetto, rimane intatto come forma di intermediazione attraverso la quale le persone continuano a lavorare. Anche gli ospiti di Casa Sankara continuano a servirsi dei furgoni dei caporali che li passano a prendere all’esterno della struttura per poter andare a lavorare. Va detto inoltre che, a circa un anno dalla maxi-operazione della DDA di Bari, che portò al sequestro con facoltà d’uso dell’area su cui sorgeva il ghetto (facoltà d’uso poi revocata alla vigilia dello sgombero), nessun elemento è emerso che possa far pensare a risultati concreti in termini di indagini anti-mafia. A quanto ci risulta, a nessuno dei lavoratori o delle lavoratrici è stato chiesto di fornire elementi utili a far emergere i responsabili del meccanismo di sfruttamento del lavoro (agricolo e sessuale) – dove sono le prove che ‘al ghetto c’è la mafia’? Chi sono i responsabili? Ad oggi, gli unici risultati dell’operazione anti-mafia, oltre allo sgombero, sembrano essere stati le decine di decreti di espulsione emessi da Questura e Prefettura contro quei lavoratori che subiscono lo sfruttamento. Si tratta, come spesso accade, di un discorso, quello sulla ‘mafia’, utile ad attivare la macchina dell’emergenza, una macchina che non solo permette di generare profitti (chi è la mafia, qui?!) ma anche di distribuire premi e medagliette ai politicanti di turno, come nel caso di Michele Emiliano.

Evidentemente, queste menzogne e queste verità manipolate sono utili a coprire gli avvenimenti di questi giorni. Lo sgombero del Ghetto è stato condotto calpestando la dignità delle persone che ospitava, esclusivamente a fini mediatici e senza una reale volontà di risolvere complessivamente i problemi che attanagliano chi lavora in agricoltura e nella cura dei lavoratori agricoli. La soluzione abitativa per tutti non è stata trovata, motivo per il quale vengono allestite in fretta e furia tendopoli e soluzioni tampone. Si combatte il cosiddetto sistema del caporalato senza minimamente intervenire sull’intera organizzazione della filiera produttiva, unico strumento reale per poter garantire casa, contratti e trasporti, e superare realmente qualunque forma di intermediazione tra produttore e lavoratore.

Vogliamo soluzioni reali e immediate. Nessuna speculazione sulla pelle dei lavoratori!
Non tollereremo altri sgomberi! Lotteremo ancora per combattere questa situazione!

Vogliamo casa, trasporti, documenti e contratti!

da:  campagneinlotta

Pubblicato in Movimenti odierni | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento