L’insegnamento dei “fazzoletti rossi” 29 marzo 1973

Produzione o distribuzione?

L’insegnamento dei “fazzoletti rossi”

Questo articolo segue quello postato l’altro ieri (sull’occupazione dei “fazzoletti rossi” negli stabilimenti della Fiat di Mirafiori il 29 marzo 1973) ed è una riflessione su quella grande mobilitazione.

Ricordare quell’importante momento di insorgenza operaia è decisivo per ogni movimento che vuole attivarsi per rivoluzionare lo stato di cose presenti. Ricordare quella battaglia in cui settori della classe operaia hanno saputo difendersi opponendosi a un attacco padronale, trasformandolo in offensiva operaia, è utile per imparare, dalla realtà del conflitto di classe, alcuni passaggi fondamentali.

Che cosa insegnano i “fazzoletti rossi”? Intanto hanno spazzato via la becera e inutile suddivisione “lotta economica”, “lotta politica”, che tanto ha impantanato il conflitto di classe. Purtroppo ancora diffusa perniciosamente. Quel settore di classe operaia, impegnato in un rinnovo contrattuale all’interno del quale aveva individuato un pesante attacco padronale, sottovalutato o agevolato dai sindacati confederali, decidevano di ignorare i loro tentennamenti e non ascoltando nemmeno le formazioni rivoluzionarie, ma resi consapevoli dalla pratica di lotta degli anni precedenti, ponevano al centro dello scontro due punti nevralgici:

a)esercitare potere sulla produzione, occupando la fabbrica e impedendone l’agibilità per mezzo della spazzolatura della palazzina degli impiegati e dei dirigenti;

b)urlare a tutto il movimento, perché se ne rendesse conto, che se si pone il controllo operaio sulla produzione si apre lo scontro con lo stato, garante del mantenimento dell’ordine produttivo capitalistico! Produzione e stato i due capisaldi su cui si gioca lo scontro di potere, se si vuole costruire il potere proletario.

Non dissertavano, i fazzoletti rossi, su l’equilibrio del governo nazionale o di quelli locali, non interessava loro le briciole di una politica distributiva più o meno carogna, cambiando equilibri parlamentari o formule di governo. Non pensavano certo di fregiarsi dell’ornamento di “lotta politica” raccattando slogan sulle brutte politiche distributive del governo chiedendo di migliorarle o chiedendo di modificare trattati internazionali; no!, loro volevano dare il segno dello scontro di potere: controllo operaio della produzione e attacco allo stato.

Insegnamento di grande utilità, soprattutto oggi, con troppe dimenticanze si rischia di far indignare Marx, perché l’aveva detto da tempo: «Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perché tornare nuovamente indietro»? Si, l’aveva detto più e più volte e lo dice di nuovo: «Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e a sua volta da lui una parte della democrazia) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla sua distribuzione».  K.Marx, Critica del programma di Gotha (1875)

Perché la produzione? Semplicemente perché siamo sottomessi, sfruttati, egemonizzati e organizzati da questo  modo di produzione, che è capitalistico. Possiamo risiedere in una regione o in un paese con “piena sovranità”, o in una federazione o altro tipo di aggregato di più paesi, ovunque l’economia, se capitalista, deve sottostare a quelle leggi. Ovunque la mannaia di qualsiasi governo si dovrà abbattere sui lavoratori/trici e proletari/e quando le esigenze di accumulazione del capitale lo impongono.  Sono tanti gli strumenti con cui queste leggi operano: il mercato e la competizione tra realtà produttive, le banche, la finanza, la borsa, gli scambi, i trattati, ecc. Sono strumenti che non hanno vita propria, ma la loro vita discende dalle leggi del capitale, dalle sue necessità nelle varie fasi; su questi strumenti non è facile operare cambiandone il corso, non è possibile. I governi, le maggioranze o gli equilibri parlamentari,  non hanno molti margini per mutarne il corso, solo piccoli correttivi nelle fasi espansive, che poi vengono di nuovo ri-corretti per tornate in linea con le esigenze e le logiche capitalistiche.

Le politiche distributive sono sottomesse a quelle leggi e la storia ci insegna che qualunque equilibrio di forze politiche si riesca a realizzare, ci sono pochi, pochissimi spazi di azione. In questa fase il capitale multinazionale ha ripreso in mano le redini, esautorando quasi del tutto la sfera politica, e con più forza ha la necessità di abbassare il costo del lavoro per rilanciare la competizione e l’accumulazione del capitale. Ciò avviene in ogni regione, stato o area capitalista, basta guardarsi intorno.

Inveire con slogan contro le condizioni e i vincoli imposti dall’Ue va bene, urliamolo pure e incazziamoci, ma conviene aggiungere che sono le leggi del mercato capitalistico e della competizione produttiva che le impongono e anche se fossimo rimasti fuori dall’Ue, o se volessimo uscire, quelle leggi opererebbero ugualmente. Urliamo pure e scriviamo sui cartelli e volantini che l’Unione europea non è riformabile, d’accordo, ma prima dimostriamo quanto non siano riformabili le leggi del capitale, eppure sono secoli che forze politiche di varia provenienza ci hanno provato.

Il capitalismo non è riformabile!, se non assume questa consapevolezza il proletariato non farà molta strada.

    A meno che …  e qui può venir fuori una variabile che può essere indipendente da quelle leggi del capitale, anche se ha un rapporto con quelle leggi, ma non è un rapporto meccanico ne deterministico. È una variabile che può presentarsi dopo lungo lavoro, ed è successo, che la popolazione proletaria e le sue forze politiche decidano di buttare all’aria le regole e tutto il sistema capitalistico. Che poi è quello che da 150 cerchiamo di fare.

È una scelta che però ha delle conseguenze di notevole importanza.

Proviamo a elencarne alcune sommariamente che provengono da esperienze passate;:

*poiché si dovrà attraversare un periodo abbastanza duro e difficile (embargo, chiusura delle forniture, delle materie prime, dei prodotti alimentari, dell’energia, ecc., ecc.) non è accettabile e nemmeno possibile che a dirigere periodi così difficili e duri sia una classe dirigente, nemmeno onesta, corretta e intellettualmente capace. Sarebbe giustamente sbranata a furor di popolo. Si riusciranno ad attraversare fasi così difficili soltanto se saranno attivati gli strumenti di potere proletario diffusissimo: comitati e consigli in ogni territorio, luogo di lavoro, scuola, ecc.;

*poiché sarà necessaria e indispensabile una intensa capacità creativa per realizzare un altro modello di produzione di valori d’uso necessari ma non scambiabili e senza mercato, solo milioni di cervelli pensanti messi in movimento potranno realizzarla, non certo centri studi, tecnici o esperti vari. Anche perché, dovremo ricordarci che ogni conoscenza, ogni sapere di tecnici e tecniche di qualunque settore e anche di scienziati e scienziate, ebbene quel sapere esiste in quanto è stato utile e ha consentito e consente il funzionamento del modo di produzione capitalista. Non ci può servire per quello che progettiamo di creare.

*poiché va riorganizzata l’intera vita sociale, i suoi ritmi, le sue relazioni, le sue priorità, le sue prospettive, ebbene, solo se partecipano a questo sforzo tutte e tutti, ci potrà essere qualche possibilità di riuscire.

Il resto sono chiacchiere!

Se notevoli settori del proletariato, e noi con loro, facciamo la scelta di abbandonare e distruggere il modo di produzione capitalista, ci si pone davanti un altro non semplice compito: abbattere lo stato e le istituzioni che stanno a garantire l’ordine della produzione e riproduzione capitalista. Non sarà una cosa semplice, ma si può fare, alla condizione che questo difficile compito lo prendano in mano tutte le realtà proletarie autorganizzate perché lo avranno deciso nei loro comitati e consigli e si saranno organizzate e attrezzate di conseguenza. Non certo per seguire la chiamata di qualche area politica!

È questo un insegnamento dei “fazzoletti rossi”, come quello di altri punti alti della lotta di classe per il potere proletario; ignorarlo è impossibile!

 

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