Il carcere dagli anni Sessanta ad oggi. E le tendenze

Alcuni punti di una schematica storia dell’andamento della repressione attraverso il carcere a partire dagli anni Sessanta, per meglio analizzare le tendenze future

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LA REPRESSIONE,  IL CARCERE E IL SISTEMA SANZIONATORIO TRA GLI ANNI SESSANTA E OGGI. TENDENZE CHE SI INTRAVVEDONO

Prima parte

Siamo alla fine degli anni Sssanta. La repubblica democratica dal 1946 manteneva ancora nelle carceri l’aria e le regole del regime precedente, quello fascista. E non solo nelle carceri. Le autorità carcerarie si attenevano alle norme in vigore in epoca fascista e anche la mentalità della custodia e di molti funzionari era rimasta la stessa.

Nella comunità prigioniera, d’altro canto, vigeva una logica che rispecchiava quella dell’ambiente extralegale di provenienza, ma vecchia di alcuni anni. Esisteva quindi tra i detenuti una gerarchia, diversa per zone geografiche o per settori di attività extralegale, che di fatto garantiva una certa pacificazione nelle carceri: era sufficiente che la direzione del carcere o la custodia intrattenesse buoni rapporti e qualche favore a boss e capetti perché questi garantissero il mantenimento dell’ordine, impedendo proteste ed evasioni. Ma in quel tempo arrivavano a frotte nelle carceri giovani extralegali con atteggiamenti diversi. Ribelli metropolitani non legati alle pratiche malavitose preesistenti, fuori dagli schemi gerarchici delle bande e impegnati in pratiche extralegali innovative.

Sull’onda di queste presenze diverse, nelle carceri, così come nel mondo del lavoro: “l’operaio generico, poiché è facilmente rimpiazzabile, ha iniziato il suo percorso nel mondo produttivo da posizioni di debolezza. Veniva visto dagli operai specializzati come il settore più debole del blocco operaio. Inizialmente quegli operai generici, in prevalenza immigrati, non partecipavano agli scioperi perché avevano il timore di essere sostituiti. Qualche tempo dopo diventarono il traino di uno dei più entusiasmanti percorsi di lotta e di trasformazione sociale rivoluzionaria”-

Anche tra la popolazione detenuta si assiste ad uno scontro interno dovuto a:

a) cambiamento di mentalità dei giovani extralegali metropolitani insofferenti verso quei sistemi e quella gerarchia malavitosa a carattere mafioso;

b) ingresso di molti studenti del movimento del ’68, di operai delle lotte del 69 e di giovani proletari e compagni, che cominciavano a frequentare il carcere grazie agli arresti sempre più numerosi in occasione delle tante lotte.

In questi anni si passa, anche in carcere, dalle iniziative individuali, ribellioni oppure ricerca della “raccomandazione”, alla lotta collettiva, dal ribellismo alla lotta organizzata con un carattere politico. I detenuti e le detenute organizzate si conquistano il ruolo di soggetti politici, per la prima volta in questo paese.

Le rivolte spinsero i detenuti a ritrovarsi insieme, a pensarsi insieme e organizzarsi per la lotta. Si resero conto che, per continuare quella stagione di ribellione, dovevano liberarsi dalla gerarchia dei boss, perché il primo nemico da combattere era quel padrone lì. E lo fecero: era d’uso per questi caporioni in carcere, durante l’ora della socialità, stare seduti nella sala comune a leggere il giornale parlando tra di loro, serviti e riveriti dagli altri detenuti. Quei giovani banditi, ormai sovversivi, provocavano interruzione di luce, black-out, per mezzo di un corto circuito elettrico e, nel buio che durava qualche minuto, assaltavano questi boss malmenandoli ben bene. Nel fare queste azioni mettevano un fazzoletto rosso in faccia, per non essere riconosciuti, ma anche per ripetere le gesta di quei gruppi di operai che realizzavano forme di lotta radicali in fabbrica e atti di sabotaggio e che si chiamavano i «fazzoletti rossi»Venti di rivolta che scavalcavano le mura delle carceri. I boss vedevano sfumare il loro prestigio.

Le prime lotte in carcere a carattere di massa e unitarie si svilupparono a partire dall’aprile 1969, inizialmente con mobilitazioni a carattere pacifico: sit-in, resistenza passiva, scioperi della fame, ma presto assunsero forme più radicali soprattutto nelle carceri giudiziarie delle grandi città, dove i contatti con l’esterno erano più intensi. Si sentiva sempre più lo stacco profondo e insanabile tra le vecchie forme di protesta del proletariato prigioniero e le nuove mobilitazioni.

La stagione delle rivolte era partita da una richiesta profondamente “legalitaria”: il 6 luglio 1968 la prima protesta di massa organizzata dai detenuti del carcere milanese di San Vittore aveva come obiettivo il rispetto di una sentenza della Corte Costituzionale che definiva illegittima l’inchiesta giudiziaria svolta senza l’assistenza di un difensore per l’imputato. I detenuti chiedevano inoltre l’approvazione di nuovi codici in sostituzione del codice Rocco (1931) di epoca fascista, ancora in vigore. La repressione fu brutale, ma qualche giorno dopo, il 16 luglio il movimento studentesco milanese raccolse l’invito dei detenuti e circondò letteralmente il carcere di San Vittore. Da quel giorno tutte le carceri delle grandi e medie città italiane costruirono un rapporto strettissimo con il movimento studentesco e con altri movimenti esterni. La comunicazione interno/esterno si intensificò e, grazie anche a questa comunicazione, la “lotta per i nuovi codici” fu arricchita di tante tematiche libertarie, ma anche di proposte di riforme audaci che fecero assurgere il movimento dei detenuti di questo paese all’avanguardia e punto di riferimento per i “dannati della terra” di tutta Europa.

La repressione accentuò le sue sporche pratiche. Conseguentemente le forme di lotta diventarono più radicali: devastazioni di interi reparti delle carceri, distruzione delle suppellettili, ecc. Le risposte del governo furono le fucilate: a Firenze nel febbraio 74 un ragazzo di 19 anni fu ucciso e otto i feriti, ad Alessandria tre mesi dopo i morti furono sette (di cui 5 ostaggi) e 14 i feriti, era il segno del nuovo responsabile e dirigente della sicurezza delle carceri, Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Gli obiettivi dei detenuti erano quelli del miglioramento delle condizioni di vivibilità, del vitto, della remunerazione adeguata del lavoro e contro il lavoro gratuito, dell’aumento della socialità interna e verso l’esterno e dell’abolizione del letto di contenzione; cui si aggiunsero le richieste di amnistia e indulto (poi ottenuto nel 1970) e per la riforma carceraria di cui si discuteva dal dopoguerra ma ancora senza esito. Per dare pubblicità a questo movimento di lotta i detenuti utilizzavano i processi come cassa di risonanza del movimento di lotta: i detenuti disertavano le aule, mandando comunicati, oppure denunciavano durante l’udienza le pessime condizioni di vita e gli obiettivi della lotta. La presenza, sempre più massiccia di compagni nelle carceri accelerò il processo organizzativo e il rafforzamento dei rapporti con l’esterno.

Le organizzazioni esterne che più si fecero carico di sostenere la lotta dei detenuti furono, in quegli anni, Lotta Continua (Commissione Carceri del 1970 e la rubrica “i dannati della terra” sul giornale omonimo dal 1971) e Soccorso Rosso, cui davano contributi tutti i settori del movimento; in seguito il sostegno al movimento dei detenuti fu praticato da tutte le organizzazioni rivoluzionarie ancora in attività alla metà degli anni Settanta e in particolare quelle che facevano riferimento all’area dell’“autonomia” e della “lotta armata”.

E’ dalle lotte di Torino del ’73, alle carceri “Nuove”, che emerge il programma che sistematizza le parole d’ordine e gli obiettivi emersi dalle lotte. Un programma di grande lucidità e di altissimo livello. Tutto il circuito carcerario prenderà a riferimento delle proprie

lotte la “piattaforma di Torino“. E’ una piattaforma rivendicativa, ma a largo spettro: spazia dal chiedere il miglioramento delle condizioni interne, il superamento del Codice fascista “Rocco”, la libertà di voto, la fine della censura sui giornali e sulla corrispondenza, si rivolte TOparla di vivibilità e di sesso, di apertura del carcere all’esterno e di lavoro.

Le prime organizzazioni che nascono all’interno del carcere sono il “collettivo G. Jackson” (vedi…) a Firenze, il “movimento dei proletari emarginati” a Napoli e “le “Pantere Rosse“,

quest’ultima  nata nel carcere di Perugia con un’ipotesi che riconosce la pratica proletaria dell’extralegalità come il terreno su cui questo settore di classe esprime il proprio antagonismo al sistema capitalista; le Pantere Rosse si pongono da subito la prospettiva combattente. Da questi prime organizzazioni nasceranno, nel 1974, i NAP (nuclei armati proletari) all’interno dei quali confluiranno i militanti dei collettivi sorti precedentemente più altri compagni/e provenienti dall’area della sinistra rivoluzionaria. [per approfondire la stira dei NAP vedi  qui,  qui  e  qui]

La  prima azione dei NAP è dell’ottobre 1974 con la diffusione di discorsi e messaggi downloadd’appoggio alle lotte tramite altoparlanti piazzati davanti alle carceri di Milano, Roma e Napoli, altoparlanti che si autodistruggono esplodendo dopo la trasmissione. Tra l’altro in questi messaggi viene detto:

Noi non abbiamo scelta: o ribellarsi e lottare o morire lentamente nelle carceri, nei ghetti, nei manicomi, dove ci costringe la società borghese, e nei modi che la sua violenza ci impone. Contro lo stato borghese, per il suo abbattimento, per la nostra autoliberazione di classe, per il nostro contributo al processo rivoluzionario del proletariato, per il comunismo, rivolta generale nelle carceri e lotta armata dei nuclei esterni“.

Gli strumenti che le direzioni delle carceri usano per contrastare il movimento di lotta sono molti, oltre alle solite punizioni, il trasferimento rimane quello fondamentale per spezzare i livelli di aggregazione raggiunti nelle varie carceri, ma alla lunga questi trasferimenti contribuiscono a portare in giro l’esperienza già realizzata nei punti più avanzati e si espande la conoscenza e la coscienza delle lotte.

Nel 1975, con la legge n.354 del 26 luglio, viene varata la “riforma penitenziaria” della quale si discuteva dal dopoguerra e che non avrebbe visto la luce senza le lotte e le rivolte dei prigionieri. Ancora una volta si manifesta la timidezza e l’arretratezza del ceto politico, la sua mancanza di cultura e di coraggio civile e la sua volontà di non voler realizzare una rottura profonda con la sottocultura fascista, rappresentata dal regolamento penitenziario e dal codice del 1931. La gestione del carcere si muove lungo la direttrice: trasgressione=uguale=punizione, senza prendere in considerazione le relazioni tra reato e contesto. [vedi  qui ]

Così la “riforma” non riesce a realizzare il coinvolgimento del tessuto sociale attraverso la sensibilizzazione e l’apertura dell’istituzione carceraria al territorio e alla comunità esterna. Il carcere continuerà ad essere una “cosa” separata dalla realtà esterna, separata e ignorata: una sorta di contenitore dove si cerca di cacciare a forza -e tenere in silenzio- tutti i problemi e le contraddizioni di una società che non riesce ad interrogare se stessa. Nel momento che la legge viene varata è già vecchia e obsoleta sia negli strumenti eccessivamente discriminatori e fastidiosamente punitivi cui si ispira, sia negli inadeguati e vecchi (nel senso di reazionari) personaggi che sono chiamati ad applicarla: direttori di carcere, funzionari del Ministero di Grazia e Giustizia, magistrati che la gestiscono in maniera restrittiva.

Che questa legge di riforma fosse ben misera cosa e soprattutto inadeguata, in contrasto perfino con la Costituzione in alcuni suoi passaggi, fu un giudizio che allora espressero anche numerosi giuristi. Si cominciò a pensare ad alcune correzioni della “riforma”; correzioni che non vedranno la luce prima del 1986, quando venne approvata la legge 10 ottobre 1986 n. 663 che va sotto il nome di “Legge Gozzini“, che modifica gli aspetti più assurdi e reazionari della riforma del ‘75. Ma anch’essa non raggiunse gli obiettivi che si era proposta. Venne stravolta nei numerosi passaggi parlamentari: si cancellò, ancora una volta, il contesto sociale in cui maturava il “reato” e si offrì troppo spazio all’interpretazione soggettiva del giudice.

[prossima puntata: Le Carceri Speciali]
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