Il carcere dagli anni Sessanta ad oggi. E le tendenze – Quinta parte

La modifica del sistema sanzionatorio: dal carcere al controllo preventivo territoriale, funzionale alla ristrutturazione del rapporto capitale/ lavoro.

Quinta (ultima) parte

            La tendenza che si nota nelle direttive che gli stati occidentali (Eu e Usa) stanno predisponendo in merito all’indirizzo della repressione, è orientata progressivamente a un uso ridotto del carcere, per trasferire, via via, il controllo repressivo sempre più sul territorio. Prenderà piede il “controllo penale esterno”, incentrato sulle limitazioni territoriali di spazio e di tempo. Non sparisce il carcere, (non per merito loro, dovremo prendere noi in mano questo compito abolizionista) ma viene ridimensionato.

Meno carcere e maggiori interventi preventivi per limitare il tempo e la mobilità territoriale consentirà alla Repressione di praticare l’invalidazione e la neutralizzazione selettiva, ossia impedire ad alcuni soggetti sociali di continuare a fare l’attività che facevano prima, cercando di neutralizzare loro e l’ambiente in cui sono inseriti. Questo è l’obiettivo della nuova repressione. Ed è quello che sta succedendo, in maniera massiccia al movimento No-Tav, contro cui la procura e la questura scagliano questi provvedimenti in gran quantità. Gli attivisti e attiviste del movimento No-Tav colpiti da questi provvedimenti rispondono rifiutando gli obblighi delle misure preventive; seguiremo attentamente le mosse successive degli organi statali (sappiamo che non rispettare gli obblighi equivale al reato di “evasione”). È una prima risposta da discutere e diffondere, ma ancora il resto del movimento non sembra granché attento. Su questo terreno si giocherà la partita contro la repressione. Resterà la pratica del carcere con le sue punte deterrente-terrorizzante del 41bis e delle carcerazioni differenziate AS1, AS2, AS3, particolarmente dure, per indurre alla delazione.

Questo cambiamento è stato prodotto da diversi motivi. Un motivo risiede nell’alto costo della detenzione carceraria: dati recenti dicono che ogni giorno un detenuto in Italia costa 123,78 euro (ma non vanno al detenuto/a, sono costi fissi, di cui la custodia ne utilizza l’82%), per un costo complessivo annuo del sistema penitenziario pari a 2,9 miliardi di €. Se si avviano alle misure alternative o preventive territoriali a molti più reclusi/e, la riduzione dei costi diventerà importante per via della diminuzione dei costi fissi.

Ma il motivo dominante è l’impellente necessità dello stato di dotarsi di un sistema di controllo sui settori di “classi pericolose” che il carcere da solo non riesce a realizzare, ossia sorvegliare adeguatamente il fenomeno extralegale e il conflitto sociale. Il carcere, da tempo, non serve ad altro che a placare l’insoddisfazione e il malessere di gran parte di cittadini (piccola e media borghesia impoverita, settori di lavoratori “inseriti” e anch’essi impoveriti, commercianti piccoli e medi, ecc.), indirizzati a questo furore filo-carcerario dai media attrezzati. Le politiche “forcaiole” (ad esempio le leggi “criminogene” Bossi-Fini, Fini-Giovanardi, ex-Cirielli) sono servite a racimolare voti per i partiti che hanno continuato a massacrare il paese e a riempire le galere spaventosamente. Alla favola della rieducazione e del reinserimento ormai non crede nessuno.

La crisi in corso fa aumentare i settori marginali ed emarginati. L’attività extralegale si è ormai trasformata da un’attività prodotta da scelte soggettive e individuali, da un po’ di tempo è la necessità a spingere gruppi di proletari impossibilitati a recuperare salario da lavoro dipendente “legale” a imboccare questa strada. I dati esposti dal Ministero della giustizia, sulla tendenza alla “recidiva” (reiterare il reato) è molto alta per chi esce dalla galera a “fine pena” (oltre il 75%) e bassa per chi esce grazie a un lavoro (inferiore al 20%). Dati che non dimostrano certo che il “lavoro” rieduca (come si fa a sostenere tale corbelleria!), ma dimostra che se il detenuto, grazie all’opera di qualche amministrazione locale o associazione, riesce a trovare un lavoro che da “libero” non riusciva a incontrare, quando esce di prigione continuerà quel lavoro, se invece esce nelle stesse situazioni di come è entrato, aggravato da altre spese, è ovvio che riprenderà l’attività extralegale. Questi dati dimostrano come gli interessi capitalisti riducono il lavoro dipendente sia per investire in territori dove il costo del lavoro è più basso, sia per aumentare la produttività di chi rimane e quindi lo sfruttamento e dunque alimentano il lavoro extralegale (che spesso è impostato con gli stessi capitali con cui si realizzano attività lecite, ma con un profitto maggiore).

L’attività extralegale dunque si sviluppa nelle zone dove cresce il numero di disoccupati. È un fenomeno in atto non da oggi, comunque esplode con virulenza nei periodi di lunga e violenta crisi. Ed oggi viene assumendo livelli talmente alti da non poter essere più ignorato, nemmeno dalle istituzioni. Da qui l’esigenza non più rinviabile per le forze statali della repressione di adeguarsi alla realtà sociale.

Attuare questo cambiamento di indirizzo della repressione non è facile per lo stato. Attualmente il controllo sul territorio viene attuato con i passaggi delle volanti che hanno spesso atteggiamenti provocatori e terrorizzanti, ma che non riescono a esercitare quel controllo oggi necessario sui gruppi sociali. I tecnici della sicurezza (chiamiamoli della repressione) non riescono ad avere dati precisi dalle due forze adibite al controllo del territorio: polizia e carabinieri. E si lamentano: “…incomprensibili i dati sui reati effettuati, quelli della Polizia di Stato e dei Carabinieri non sono omogenei, si riferiscono ad ambiti territoriali differenti, tanto che tentare di sovrapporre i dati di un commissariato con quelli di una stazione dei carabinieri risulta essere operazione complicatissima.

Il “controllo penale esterno” permette alle forze dell’ordine, se ben addestrate, di seguire continuamente e controllare nell’arco delle 24 ore gli spostamenti e le frequentazione del detenuto/a. Le norme lo consentono, però per fare tutto ciò è necessario un corpo di polizia addestrato e dedicato solo a questo scopo. Nelle stanze del Ministero si pensa a riservare a parte del corpo di polizia penitenziaria questo compito. Non sarà un passaggio facile, le corporazioni dei secondini, i loro sindacati, non sono favorevoli a nuovi compiti gravosi, solo un più remunerativo assetto contrattuale potrebbe convincerli.

L’obiettivo di fondo dei cambiamenti dell’operare della repressione si colloca dentro il rapporto capitale/lavoro. L’aumento della disoccupazione, particolarmente grave in alcuni territori, porterà all’aumento delle attività extralegali in quelle zone. L’obiettivo dello stato è ottenere che le masse convivano con alti livelli di disoccupazione, che sono garanzia di bassi e precari salari, che non riescano a esprimere conflitto sociale per rivendicazioni adeguate per resistere al peggioramento. Lo stato e la società saranno in grado di convivere con una attività extralegale, purché relegata ad alcune zone. Per quanto riguarda il conflitto sociale si tratta di controllarlo e tenerlo all’interno  delle “leggi di mercato”, perché non fuoriesca, e ampliare la frammentazione del lavoro dipendente.

Dunque lo stato ha la necessità di portare il controllo sempre più in questi territori, perché le tensioni non fuoriescano dalla zona per contagiare territori abitati da cittadini abbienti, quelle zone da mantenere tutelate. Un sistema di controllo già sperimentato in altre città, cercando di relegare il conflitto e l’attività extralegale nelle “solite” aree da controllare perché non si alzi troppo il livello e non si allarghi. Sono questi i compiti che lo stato italiano, seguendo l’esempio di altri, si accinge a mettere in campo.

In forme nuove è il solito “governo della paura” per tenere fermo e impaurito il mondo del lavoro dipendente. Quella paura che immobilizza le tensioni conflittuali, ma non distoglie dal consumo anche i settori del mondo del lavoro e del ceto medio-basso impoverito e nemmeno i lavoratori extralegali. La paura non dà luogo ad un cambiamento di abitudini e stili di vita da parte delle persone. È questo il risultato delle ricerche dell’Istat e quelle realizzate all’interno del programma Città Sicura. La costante, in tutte le ricerche, in molte città italiane è il collocarsi della questione sicurezza ai primi posti nella graduatoria dei problemi presenti, tuttavia, alla domanda se si sono modificate le proprie abitudini e la propria vita in relazione a ciò, la maggioranza dice di no. È un indice che la paura e l’insicurezza sono indotte dalla Tv e altri media; una sensazione ideologica assai più che reale. Resta dominante l’ideologia – ma anche la pratica – di trasformare la forza lavoro in forza di consumo, in consumatori; ma per settori di popolazione decrescente.

In conclusione, l’attività extralegale verrà tollerata, nel senso di controllata-combattuta ma non estirpata, solo in alcune zone; il conflitto sociale verrà riportato all’interno delle regole di mercato, a un livello molto basso e compatibile con l’ordine capitalista. E soprattutto il conflitto non dovrà nemmeno sfiorare l’organizzazione del lavoro il cui comando dovrà essere totalmente in mano al capitale.

Così come il carcere e il controllo penale attraverso la reclusione, col “grande internamento” dei secoli passati ha prodotto “il proletario operoso”, il “senza proprietà che non attenta la proprietà di chi ne ha tanta”, attraverso l’ammaestramento o se volete chiamarlo disciplinamento, che ha permesso il decollo e la diffusione del capitalismo, ebbene la repressione di oggi si pone di fronte ai settori marginali, alla la forza lavoro migrante, a tutto il resto del mondo del lavoro con il compito di renderli soggiogati alle regole del mercato. È questo la nuova divinità a cui sottomettersi passivamente: il mercato capitalista.

Ci riusciranno?                          Dipenderà anche da noi!

Libertà detenuti

 

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