Il carcere dagli anni Sessanta ad oggi. E le tendenze – Quarta parte

Alcuni punti di una schematica storia dell’andamento della repressione attraverso il carcere a partire dagli anni Sessanta, per meglio analizzare le tendenze future

della Repressione preventiva o della invalidazione – Queste le tendenze

quarta parte

 Dalla metà degli anni Novanta le presenze in carcere cominciano a salire. Dai 30.000 nel 1995 la crescita delle presenza in carcere è inarrestabile, e non per l’aumento dei reati che, al contrario, diminuiscono. Agli inizi del nuovo secolo le presenza superano le 50mila, per poi crescere ancora fino ad arrivare nel 2009 al record che sfiora le 70mila presenza talmente superiore ai 42.000 posti disponibili che fa gridare anche i reticenti organismi internazionali, come la Corte europea, che sanziona lo stato italiano con una grossa multa per “trattamento disumano e degradante” della popolazione detenuta.

I motivi di questo incremento di presenze in carcere va cercato nell’approvazione di alcune leggi: la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sugli stupefacenti, la Cirielli sulla recidiva. Leggi che i tecnici definiscono “criminogene”, ossia che “creano il crimine”. In pratica fanno diventare reato un comportamento abitualmente fisiologico e compatibile con la vita sociale.

News46824Oltre le leggi “criminogene”, ciò che aveva fatto lievitare le presenze in carcere e preoccupava tutte e tutti quelli che la repressione la subivano, è stato il martellamento mediatico che ha prodotto questo slogan: «il malessere dei cittadini è dovuto alla paura di subire furti, rapine, aggressioni, quindi i nemici sono i “delinquenti” contro cui inasprire le condanne». Ciascuna persona, dentro di se, sapeva che il malessere e la rabbia erano dovuti ad altro: alle difficoltà nel lavoro sempre più precario, al rischio effettivo di licenziamento, al salario scarso e insicuro, all’aumento del costo della vita, agli affitti onerosi, ecc., ma scontrarsi con chi governava il paese e con chi era responsabile di queste condizioni era molto più gravoso, era più rischioso e più difficile che non gridare: “galera!, galera!, per tutti i delinquenti”. Questo slogan, esaltato dalla stampa, dalla Tv e fatto proprio da parlamentari e governanti e supinamente accettato da molta parte della popolazione, adeguatamente ammaestrata, ha prodotto l’effetto di orientare la magistratura ad applicare condanne molto più alte rispetto allo stesso reato commesso anni prima.

Ma c’è un altra funzione che si sta affermando nell’azione delle forze della repressione … ed è sintetizzabile in questa affermazione:  “a causa della personalità dell’accusato si assume che in futuro ci siano ulteriori processi a suo carico”. È quello che gli studiosi del diritto praticato chiamano “prognostica”; ossia il magistrato servendosi delle relazioni della polizia si assume il potere non previsto né dalle costituzioni liberali, né da quella italiana, ma presente nelle leggi e nei codici di procedura penale e in quelli di pubblica sicurezza e, sempre più, nelle sentenze, di prevedere il comportamento futuro del “reo”.

Siamo stati abituati a pensare che le carceri si riempiano e le condanne diventino più dure quando le attività extralegali  e i conflitti si intensificano. Questo è ciò che si scrive sui libri non validi e si dice nei media. Questo meccanismo ha prodotto la sanzione “retributiva”: tanto danno fai tu alla società col tuo violare la legge, altrettanto danno ti infligge la giustizia in termini di privazione di libertà e sanzioni economiche e amministrative. Su questa simulazione si è basato l’operare dei regimi liberali dell’Ottocento. Ma nella seconda metà di quel secolo, lo sviluppo di conflitti di grande portata e, a seguito delle crisi capitalistiche che riducevano alla fame masse di popolazione, lo sviluppo dell’attività extralegale, ha prodotto una teoria che ha messo al primo posto esplicitamente la “difesa di quella parte della società” proprietaria, cercando di individuare e prevenire il pericolo all’ordine costituito, operando quindi in maniera “preventiva”. Viene chiamata giustizia “prognostica” perché, si basa appunto sullo stato del corpo sociale e sull’individuazione preventiva delle possibili infezioni. Gli agenti dell’infezione (extralegalità e conflitto sociale) vengono analizzati e su di loro si fa una previsione sulla possibilità di espandersi. Non ha molta importanza quello che concretamente fai, ma il disordine sociale che potresti provocare con la tua attività attuale o prossima. Ricompare così l’ottocentesca caccia alle “classi pericolose”. (vedi qui)

images 9In alcuni stati, tra cui l’Italia, questa teoria è esplicitamente affermata, ed a essa sono ispirati il Codice penale Rocco e il testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza, entrambi redatte nel 1930 dal fascismo. Tuttavia il codice Rocco che pure fa riferimento alla “pericolosità sociale” e dunque alla teoria “prognostica”, non fece discendere da queste categorie il calcolo della condanna, si sforzò di rimanere nel filone classico (retributivo), ma per le misure di controllo successive alla condanna; segno dell’influenza della scuola liberale-classica tra i giuristi. Oggi, alcune leggi fatte in periodo repubblicano, come le leggi Cossiga sul finire degli anni Settanta e i pacchetti sicurezza recenti, sono molto più dure e preventive di quelle del codice Rocco.

Dopo la salata multa della Corte europea allo stato italiano per le condizioni inumane imposte alla popolazione detenuta, il governo per evitare altre multe ha varato i “provvedimenti svuota carceri” improntato ai un esasperato meccanismo premiale: lo sconto di pena per ogni anno di carcerazione all’insegna della “buona condotta”  (liberazione anticipata) viene portato a 5 mesi, da 3 che era prima. Protestare, organizzare i detenuti vuol dire farsi 5 mesi di galera in più per ogni anno: è un colpo alla schiena!

I primi provvedimenti sono del novembre 2010, inizialmente sono poca cosa, ne servono altri. Il secondo vede la luce nel febbraio 2012 che fa scendere le presenze a 65.000, ancora troppe. E dunque con decreto-legge 23 dicembre 2013, n.146 convertito in legge il 21 febbraio 2014, n. 10, si accelera sulle “misure alternative” e la popolazione scende rapidamente a 60.000 per attestarsi nella seconda metà del 2014 tra le 54 e le 58mila presenza, di cui il 60% sono dentro per “reati contro il patrimonio”. L’operazione “svuotamento” si conclude col “risarcimento” approvato il 2 agosto 2014 grazie alla “fiducia” chiesta dal governo (G.U. 20.08.2014). Così il governo si tranquillizza, ha evitato altre sanzioni dall’Europa. E così, ministri e tecnici si mettono alla ricerca di una ridefinizione del “sistema sanzionatorio” cercando di bilanciare la necessità di una ridotta presenza in carcere, anche per i suoi alti costi non più sopportabili, e lo sviluppo alle misure alternative che dovrebbe permettere, secondo gli auspici di ministri, governo e potenti, un controllo capillare e dell’attività extralegale e del conflitto sociale sul territorio.

Grandi modifiche finora non sono state apportate al sistema sanzionatorio tuttavia, come spesso succede in questo paese, la pratica repressiva comincia a cambiare velocemente introducendo massicciamente misure cautelari di polizia come firme e divieti di spostamento in alcune aree.

              Una riflessione sulla differenza tra teoria e pratica sulla “sicurezza”.

Rudolph Giuliani viene nominato nel 1983 da Reagan Procuratore Federale del South District di New York. Qui si occupa tenacemente della lotta alla droga e al crimine organizzato, guadagnandosi l’appellativo di “Procuratore di ferro” e anche “lo sceriffo”. Successivamente viene eletto sindaco di New York per il Partito repubblicano dal 1º gennaio 1994 al 31 dicembre 2001. La sua propaganda per l’elezione a sindaco è stata improntata  “alla riconquistare alla popolazione la città di New York”. In altri termini, ha presentato la propria azione non come sistema per punire i criminali, ma per restituire le strade ai cittadini. L’azione concreta poi è stata di altro tipo, con arresti massicci di scippatori, lavavetri, venditori ambulanti e così via. Giuliani, non ha certamente eliminato e nemmeno ridotto la criminalità, però l’ha circoscritta in certe zone, l’ha spinta nelle riserve. Così ha ri-normalizzato il rischio, proponendo: lì c’è il rischio e lì no. Ha riportato il rischio a l’interno di un criterio di normalità, che tranquillizza il cittadino medio perché gli lascia alcune zone franche. I quartieri poveri sono i più pericolosi di tutti perché sono quartieri a rischio, da dove la criminalità non esce più. Nei quartieri borghesi e benestanti la “criminalità bassa”, quella fatta di furti, scippi, rapine, piccolo spaccio, non ha facile vita.

È questo il programma che perseguono le amministrazioni locali e i governi nazionali. Non certo eliminare o ridurre di molto la delinquenza. Questa possibilità non è nei poteri delle amministrazioni, casomai si sviluppa o arretra a seconda dei piani economici dei governi e dei capitalisti, che non hanno volontà di mettere in pratica. La delinquenza cresce o sale per motivazioni prevalentemente economiche, cui si aggiungono quelle culturali, il correre appresso a un “successo” misurato dai soldi, miti e modelli televisivi. Questa strategia, di relegare l’attività extralegale in alcune zone impedendo che contamini altri territori, sembra essere la scelta politica che ha convinto i poteri forti. Per raggiungere questo obiettivo, non serve la galera, ma un controllo capillare sui territori, partendo da quei soggetti che sono già stati condannati, ma anche quelli/e soltanto segnalati/e, e che le forze di polizia possono pedinare, seguire per introdursi negli intrecci relazionali che danno vita alle attività extralegali e ai conflitti sociali. Il potere per mezzo della repressione di questo tipo vuole realizzare delle aree tranquille, franche dalla delinquenza, in grado di costituire e reiterare la base di consenso di partiti, governi e poteri.

In questa fase della repressione e nei suoi sviluppi, la battaglia si giocherà su questi terreni: il potere opererà per tenere sempre più territori non attraversati dal conflitto né dal disordine sociale (attività extralegale); relegando queste in zone periferiche abbandonate e recintate. Per mezzo del controllo preventivo per tutto ciò che si muove e dell’attività dei soggetti sociali, sperano di riuscirci.

Può diventare difficile per il potere, addirittura impossibile, se quei territori sapranno esprimere forme di contropotere autorganizzato in grado di far fallire il controllo e l’emarginazione. E passare all’offensiva.

Al prossimo post la quinta e ultima parte: La modifica del sistema sanzionatorio: dal carcere al controllo preventivo territoriale, funzionale alla ristrutturazione del rapporto capitale/ lavoro.
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2 risposte a Il carcere dagli anni Sessanta ad oggi. E le tendenze – Quarta parte

  1. ellagadda ha detto:

    Sulla riflessione sull’operato di Giuliani, è quello che sta accadendo in molte città italiane (città come Londra, Parigi sono sui passi di New York da un po’), Bologna sta vivendo la distruzione della Bolognina e di altri quartieri vicini al centro, mentre poveri, lavoratori medi (e tra un po’, sicuramente, anche gli studenti) vengono sempre più confinati nella periferia. I borghesi gioiscono, ovvio (infatti hanno rivoluto Merola).

  2. contromaelstrom ha detto:

    La tua osservazione è esatta e attenta. La “nuova” pratica della repressione procede velocemente e opera per predisporre i nuovi “ghetti”. Purtroppo nel movimento non c’è molta attenzione a queste “novità” e si rischia di lasciare campo libero alle devastazioni sociali.

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