Ma che parole del Papa? Sentiamo le parole delle detenute e dei detenuti!

            
Una poesia dal carcere  di Rebibbia 2011
“Le Mie Amiche”      (di Alessandra)
Le mie amiche sono tutte criminali, siamo andate tutte quante sui giornali,
ma per me son tutte quante bimbe brave, son trattate tutte quante come schiave…
Qua ho trovato gente vera, non ti pare? Son tutte brave a farmi rallegrare…
Queste donne pur se son detenute, non si sa perché dentro son tenute!
Sono umane non dovrebbero star qua, chissà il giudice che gli riserverà…
Son riuscita a vedere il loro cuore, è pieno d’odio ma altrettanto c’è amore.
Son belle dentro eppure belle fuori, spero d’essere entrata dentro i loro cuori.
Rimarranno sempre dentro ai miei pensieri, vorrei reali tutti i loro desideri…
Un giorno o l’altro ci vedremo tutte quante, andremo a fa’ una bella cena al ristorante!
Come potrei dimenticarle, non esiste! Sento il bisogno di vederle se son triste!
Loro si che sono amiche veramente, resteranno nel mio cuore e la mia mente…
Quando esco, me le voglio portar via, me le porto tutte quante a casa mia!
Ho capito adesso il senso dell’amore, ho capito pure il senso del dolore…
Ma per me le vere amiche sono loro, non le cambio neanche per un chilo d’oro,
perché l’oro scorre nelle loro vene, non lo sanno quanto io gli voglio bene…
Non cercar le donne vere via lontano! Perché qua ce l’hai davvero sottomano!

 

Carcere di Alessandria, 1° giugno 1967
Le mura dello squallido carcere, ed in particolare i freddi corridoi, sono addobbati a festa con decine di bandierine tricolore e tanti vasi di sempreverde. L’aria è pungente, si respira deodorante e D.D.T. Ma è una festa che nessuno sente, manca l’animazione e la partecipazione, pertanto è priva di calore umano; anche se tanti di noi carcerati vanno ad ascoltare le parole del vescovo, questo non significa partecipazione. Per noi carcerati, qualsiasi cosa, qualunque fatto o avvenimento che rompa la monotonia di questa vita è oggetto di distrazione, anche se nella nostra coscienza percepiamo l’inutilità e l’effimerità di questi avvenimenti.
Ora il primo giugno Sua Eccellenza Monsignor Vescovo verrà a trovarci, anzi è meglio dire che Sua Eccellenza Monsignor Vescovo, viene in questo posto, non per trovare noi carcerati, ma per ritrovare se stesso; cioè per confermare e sfidare il tempo dicendo che malgrado la sua veneranda età è ritornato qui come gli anni precedenti e in cuor suo si convince che ritornerà ancora per tanti altri anni. Quello che dirà non ha importanza, perché è convinto che le sue parole servano a lenire i nostri affanni, ad alleggerire i nostri fardelli. Ci parlerà della Grazia santificante, ci dirà che il Figliolo di Dio è morto per la salvezza degli uomini; ci esorterà affinché noi ci rivolgiamo alla Santa Vergine, quando siamo tentati dalle forze del male. Si commuoverà dicendo che ogni giorno la sua preghiera sarà per noi e che in ogni giorno ci sarà vicino col pensiero. A questo punto ci darà la santa benedizione. Prima di andarsene qualcuno di noi lo ringrazierà per la “buona novella” che ci ha portato, dirà alcune frasi scelte dal vocabolario, che nessuno capisce, e ci sarà una commozione generale. I cantori Beats intoneranno un “gloria” accompagnandosi con gli strumenti Beats e finirà la messa e la manifestazione, anzi la manifestazione continuerà in privato, con i rappresentanti che hanno in consegna la nostra vita, i nostri dolori, i nostri affanni, e le nostre coscienze. Si scambieranno lodi e apprezzamenti, si faranno gli auguri per la loro salute e tutto finisce fino al prossimo anno. “Passata la festa gabbato lu santu” e noi carcerati che, per un attimo, abbiamo fatto riemergere dalla nostra coscienza le nostre speranze, saremo costretti ad affogare, ancora una volta, ciò che per un attimo abbiamo fatto riemergere. Per ingannare noi stessi neghiamo la realtà e speriamo in ciò che mai si realizzerà.

Carcere di San Vittore (Milano)            27 luglio 1971

Di religiosi ne ruotano molti intorno al detenuto, alcuni hanno creato una vera industria. Ne conosco uno che si fa scrivere e fotografare con i detenuti più noti e poi gira sventolando lettere e fotografie facendosi fare beneficenza. Altri creano dei centri di assistenza per carcerati che assorbono milioni e milioni, poi giustificano il tutto dando al detenuto una maglia o un paio di calze l’anno o un pacchetto di caramelle. Quello che è più grave è che molti detenuti cadono nella trappola, per opportunismo o per mancanza di coscienza. Poi vi sono preti che fanno i commercianti vendendo piccoli lavori artigianali che i detenuti fanno, non per la gioia della creazione, ma perché nella gran parte dei penitenziari non esistono posti di lavoro, e quei pochi sono retribuiti alla media di 10-12.000 lire al mese. Ma i preti la funzione più sporca la svolgono senz’altro nelle domande di grazia che pare sia una loro prerogativa. Senza l’appoggio del prete: niente grazia. (Almeno questa è la convinzione di molti, convinzione che in realtà è illusoria, ma che i preti diffondono abilmente). Quindi si può facilmente immaginare a quale degradazione giunge un uomo, quando, dopo venticinque o più anni di galera, gli fanno balenare un barlume di speranza. E qui entrano in campo le raccomandazioni, le suppliche, eccetera. In genere chi usufruisce della grazia è il detenuto più sporco moralmente, colui che è disposto a fare qualsiasi atto contro i suoi stessi compagni pur di raggiungere il suo scopo
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