40 anni fa… lo stato tedesco suicidava la compagna Ulrike Meinhof

Erano le 7,39 del mattino del 9 maggio 1976. In una prigione di massimo isolamento dello stato della Germania Ovest viene suicidata la compagna Ulrike Meinhof, militante della RAF. La Rote Armee Fraktion Attiva in Germania Ovest dal maggio 1970 al 1993.

Ulrike Meinhof  fu arrestata il 15 giugno 1972 a Langenhagen vicino a Hannover. Da qui cominciò il lungo calvario di isolamento di Ulrike e delle altre e altri prigionieri della Raf.

Ricorda Jürgen Bäker (prigioniero Raf) «è stata una detenzione orribile…non la si può definire altrimenti. La carcerazione preventiva a Berlino-Moabit è micidiale , non si può dire altro , e io vi sono stato per quasi cinque anni e mezzo. Cinque anni e mezzo in cella di isolamento. Fino a ventitre ore al giorno in cella- in quelle condizioni ci si deve inventare qualcosa per non crepare».

Ulrike fu portata nel penitenziario di Colonia- Ossendorf, dove le imposero rigide condizioni di isolamento, per giunta la cella si trovava in un’ala del carcere separata dal resto dell’edificio. Non poteva sentire voci né alcun rumore; isolata anche acusticamente per 24 ore al giorno nel più micidiale silenzio assoluto.

Scrive Ulrike : «…sensazione che ti esploda la testa (la sensazione che la scatola cranica debba spezzarsi, sollevarsi)… La sensazione che la cella si a “in viaggio”. Ti svegli, apri gli occhi: la cella sta viaggiando; di pomeriggio, quando entra la luce del sole  -di colpo si ferma. La sensazione del viaggiare però non riesci a togliertela. Non puoi dire con certezza se tremi di febbre o di freddo – in ogni caso hai freddo.  Per potere parlare in tono normale devi fare lo stesso sforzo che faresti per parlare a voce alta, quasi come urlassi.

La sensazione di ammutolire – non riesci più a identificare la semantica delle singole parole, la puoi solo indovinare – i suoni sibilati sono assolutamente insopportabili. Dolori alla testa.

La costruzione della frase, la grammatica, la sintassi – non sono più controllabili. Mentre scrivi: due righe – alla fine della seconda riga hai già dimenticato quello che hai scritto all’inizio della prima. La sensazione di bruciare interiormente».

E ancora: «Agenti, visita, cortile ti sembrano essere fatti di celluloide – i visitatori non ti lasciano niente. Mezzora dopo riesci a malapena a ricostruire se la visita è avvenuta oggi o la settimana scorsa … La sensazione che il tempo e lo spazio siano incastrati uno nell’altro – la sensazione di trovarsi in una stanza di specchi deformanti – di sbandare. La sensazione di essere spellata».

Di fronte alla commissione investigativa internazionale che nel 1978 si occupò della morte di Ulrike (quella che affermò che Ulrike non si era suicidata) lo psicologo danese Jörgen Pauli Jensen dichiarò che «attraverso simili condizioni detentive veniva “annientato” il bisogno umano di contatti sociali e di percezione sensoriale… sul piano fisico si diffonde lentamente la distruzione delle cosiddette funzioni vegetative (mutamenti patologici degli istinti rispetto al bisogno di sonno , di cibo, di dissetarsi, del tenesmo della vescica, subentrano cefalee, perdita di peso, ecc). mentre sul piano psichico si stabilisce instabilità emotiva (rapporto sproporzionato tra improvvise sensazioni di angoscia, gioia e rabbia)».

Ulrike è rimasta in queste condizioni dal giugno 1972 al febbraio 1973 per complessivi 273 giorni.

Scrive Ulrike: «Io so davvero perché ho sostenuto che quest’ala è il tentativo di estorcere un suicidio. Perché tutta l’energia dedicata a resistere al silenzio assoluto, nel silenzio in cui nulla è assolutamente percepibile, alla fine non ha altro oggetto che il detenuto stesso. Non potendo combattere il silenzio, perché si può combattere soltanto ciò che si subisce direttamente. A questo fine mira la detenzione nell’ala morta: all’autodistruzione del detenuto»…«A partire da metà dicembre mi è stato chiaro di doverne uscire lottando.. è mio dovere lottare per uscirne».

Nel marzo 1973 Ulrike era stata finalmente spostata dall’ala morta. Sempre in isolamento ma in un’altra ala del carcere, come Astrid Proll, Holger Meins e Ronald Augustin. Ma alla fine dell’anno fu di nuovo trasferita nell’ala morta.

Il 21 maggio 1975 a Stammheim, sede di uno dei più tremendi carceri speciali, nei pressi di Stoccarda, era iniziato il processo a Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe.

Vedi qui   e  qui  il tentativo di psichiatrizzare Ulrike. Vedi altre notizie su Ulrike e sui suoi scritti   qui  qui

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3 risposte a 40 anni fa… lo stato tedesco suicidava la compagna Ulrike Meinhof

  1. Gianni Landi ha detto:

    Ricorda il “suicidio” di Gaetano Bresci a Porto S.Stefano ! si volle suicidare un simbolo, un messaggio di Rivolta possibile. Non c’era ancora la “privazione sensoriale” dell’Era Moderna riservata ai compagni della RAF, ma non poteva materialmente suicidarsi.

  2. Pingback: 40 anni fa… lo stato tedesco suicidava la compagna Ulrike Meinhof — contromaelstrom | Αέναη κίνηση

  3. armando todesco ha detto:

    Ho seguito la vita di questa militante rivoluizonaria e ho sempre avuto un grandisssimo rispetto per la sua convinizone e poi per ultimo per la sua triste fine che con difficolta’ ho accetttato.Si tratta ripeto di un grande esempio di donna ,unica del suo gemere .Io la ricordo sempre .In Italia forse la donna che piu’ le assomigliava e’ stata la margjherita cagol uccisa anche lei in un conflitto a fuoco a cui ha risposto ,Per il resto in Italia abbiamo avuto tante burlette e burletti.

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