Strage di piazza Fontana, 12 dicembre 1969

12 dicembre 1969 – Milano strage di Piazza Fontana

Erano le 16,30 circa di venerdì 12 dicembre 1969. Nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano si stavano svolgendo le contrattazioni dei fittavoli e dei coltivatori diretti, allorché vi echeggiò il fragore dell’esplosione di un ordigno di elevata potenza. Quasi contemporaneamente il rinvenimento di una borsa piena di esplosivo alla Banca Commerciale, questa non riesce a esplodere. Poi la scena si sposta a Roma: alle 16,55 alla Banca Nazionale del Lavoro, alle 17,22 è la volta dell’altare della Patria, una esplosione alla base del pennone alzabandiera del monumento, una seconda esplosione alle 17,30 sui gradini della porta di accesso al Museo del Risorgimento.

Il Corriere della Sera del 15 dicembre commenta: “ Che tutti questi atti terroristici siano opera di un’unica organizzazione sembra fuori di dubbio”. E più avanti riferendosi agli attentati di Roma: “A meno che gli attentatori l’abbiano attuato proprio per sviare e complicare le indagini”. Un ragionamento sensato che dura soltanto lo spazio di una mattinata. Subito dopo arrivano le indicazioni dall’alto, molto in alto, deve partire la campagna stampa della “caccia all’anarchico” con l’assassinio la notte stessa di Giuseppe Pinelli. È il primo tassello dell’opera di criminalizzazione a tutto campo del movimento e di vasti settori, non irregimentati, del movimento operaio.

Le bombe del 12 dicembre non furono una sorpresa per nessuno. Dall’ottobre 1969 al gennaio 1970 le denunce a seguito delle lotte durante l’autunno caldo sono state 13.903, di cui 3.325 per occupazione illegale di azienda, terreni o edifici pubblici; 1.712 per violenza privata; 1.610 per occupazione di binari ferroviari; 1.376 per interruzione servizio pubblico. Oltre 60 i tipi di reato contestati, offerti alla repressone dal codice fascista, ben conservato e tuttora in vigore.

Dopo le bombe di Stato, quel tormentato e straordinario ’69 si chiuse con la firma dei contratti di lavoro. Il 23 dicembre ’69 venne firmato il contratto dei metalmeccanici. L’8 dicembre era stato siglato quello delle aziende a partecipazione statale. Il 24 dicembre toccò a quello dei braccianti, il 31 dicembre a quello degli edili. Conclusi i contratti, e con la conflittualità in discesa, si pensava vi sarebbe stato un allentamento della repressione. Successe il contrario. Una «revanche» padronale ben coadiuvata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura. Una vera e propria vendetta postuma o probabilmente per cercare di mettere la parola fine alla crescita delle lotte.

Picchetti ai cancelli, cortei interni, assemblee improvvisate nei reparti, qualche azione di sabotaggio, tutto questo diventava crimine. Una sorta di pacchetto sicurezza Salvini cinquant’anni prima. Il crimine era aver infranto l’ordine della produzione capitalistica, aver trasgredito la disciplina di fabbrica, aver contrastato i soprusi dei guardioni. E dire che le manifestazioni dell’autunno caldo nel ’69 erano state abbastanza tranquille.

«Lelio Basso del Psiup spiegò l’autunno caldo senza incidenti con il fatto che la polizia non si era fatta vedere e le organizzazioni sindacali hanno potuto assicurare esse l’ordine pubblico. Luigi Anderlini della Sinistra indipendente ricordò in Parlamento che durante una manifestazione di 60.000 a S. Giovanni non il più piccolo incidente […]. E quale è stata una delle ragioni del senso di responsabilità dei giovani? L’assenza della polizia […]. Così vanno le cose in Italia quando non c’è la polizia». [Donatella Della Porta, Herbert Reiter, Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla Liberazione ai «no global», 2004]

Il controllo della conflittualità aveva due strategie. Quella del Pci, Psi e sinistra Dc voleva concedere ai dirigenti delle confederazioni il tempo e la tranquillità necessarie per riportare la base tumultuosa e i settori operai ribelli all’interno del quadro di compatibilità capitalistiche, con qualche concessione normativa ed economica, sospendendo i provvedimenti repressivi da attuare semmai in un secondo tempo.

L’altra strategia faceva perno su Psdi, Pri, destra Dc e Confindustria e puntava a colpire subito le avanguardie operaie, la parte ribelle della classe e ridurre lo spazio delle confederazioni sindacali. Ciò che preoccupava i padroni era la crescita in fabbrica di una forza organizzata operaia che contrastava punto per punto l’ordine produttivo. La denuncia e il controllo della nocività di alcune lavorazioni era la nuova frontiera della lotta, a partire dai poli chimici come Porto Marghera. Si scopriva la nocività nascosta di gran parte della produzione, fino ad affermare che «nocivo è il lavoro salariato», il lavoro in regime capitalistico. Era uno slogan oppure coscienza di classe? Sta di fatto che la lotta contro la nocività costringeva per la prima volta i padroni a non cavarsela con quattro soldi per pagare la nocività o mettere l’aspiratore, ma imponeva riduzioni di orario, la quinta squadra per le lavorazioni a ciclo continuo, l’ingresso in fabbrica di tecnici non di nomina padronale ecc. E questa era coscienza di classe.

«Con piazza Fontana abbiamo perso l’innocenza». Questa la frase di alcuni sociologi o politologi che hanno interpretato quella strage come l’inizio di una nuova fase. Ma non è stato così!

Innanzitutto il problema dell’innocenza non era stato per nulla posto, in quegli anni. Non ne avevamo vista nelle nostre strade di innocenza. Avevamo visto le costanti repressioni delle lotte operaie e proletarie, le stragi che hanno segnato la nascita della Repubblica “democratica” e il suo percorso, l’apparato statale fascista traghettato indenne nella «Repubblica democratica », il connubio Stato-mafia che aveva stroncato nel sangue il movimento dei braccianti e dei contadini. Erano innocenti le fucilate sulle manifestazioni? Erano innocenti le galere tenute in condizioni identiche al fascismo? Era innocente aver mantenuto un codice penale che portava e porta ancora la firma di Benito Mussolini? In questo paese e in tutta Europa non c’era traccia di innocenza.

Dopo il massacro della guerra il capitalismo occidentale ci presentò l’altro scenario, quella della ricostruzione composta da arrivismo egoistico, accaparramento senza timore, profitto sui morti, borsa nera, affamamento e il supersfruttamento, arricchimento sulla pelle altrui, la religione asservita ai ricchi e ai massacri, il moralismo bigotto. Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote.

Ci hanno raccontato in famiglia, in parrocchia, nella scuola e alla tv, che noi italiani eravamo «brava gente» anche quando i nostri baldi giovanotti in divisa, tricolore in testa, erano andati a portare la «civiltà» in Libia, in Somalia e in Etiopia, l’Abissinia la chiamavano, ci hanno raccontato che andavamo a costruire scuole e strade e a insegnare la coltivazione, non come gli altri colonialisti che sfruttavano e schiavizzavano. Tutte falsità, massacri (100mila solo in Libia un paese di nemmeno 800mila abitanti). Al pari del colonialismo criminale della civile Francia che per mantenere schiavizzata l’Algeria l’elettricità non la portava nelle campagne ma l’attaccava alle gengive e ai testicoli dei combattenti algerini che si battevano per l’indipendenza. Per non parlare del terrore inglese in India e altrove o di quello spagnolo o portoghese oppure olandese con l’apartheid in Sudafrica.

Non era un problema di innocenza; il potere cercava la nostra complicità. Ci invitava a sederci a una tavola che cominciava a essere ben imbandita ma sempre imbrattata di sangue, di degrado, di squallore e di sfruttamento. Parte della giovane generazione di allora ha accettato l’invito, come sembra accettarlo anche oggi, barattando la propria dignità con una vita fatta di senso dello stato e obbedienza, di assenza di pensiero critico, vacanze e auto super tecnologiche, di carriera e di arroganza. In quegli anni, una parte di quella generazione, ha detto no! quella tavola l’abbiamo sovvertita!

È bastato qualche anno di lotta per riconoscere nell’uso della forza l’unico strumento valido per avere voce. L’insubordinazione operaia questo insegnava. È questa la spiegazione comprensibile soprattutto alle nuove generazioni, quella che si trova nella lotta tra le classi, aspra in quegli anni. Una lotta che cominciava a cambiare i rapporti di forza tra le classi e prospettava un cambiamento dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali. È comprensibile che le classi dirigenti e il ceto politico, che si nutrivano di quello sfruttamento, non volevano accettare il cambiamento, e provarono a schiacciare il movimento che lo praticava. Hanno usato tutti i mezzi a disposizione: bombe, stragi, arresti, fucilazioni per strada e dentro le case; processi speciali, carceri speciali e tribunali speciali, condanne altrettanto speciali e torture quelle consuete e quelle straordinarie per ottenere la delazione, il pentimento, pestaggi e lusinghe per ottenere la dissociazione, e pene infinite.

È questo l’armamentario della lotta di classe nelle mani dei padroni, perché stupirsi? Lo usano i regimi dittatoriali quotidianamente, ma anche i regimi democratici, soprattutto quando vedono avanzare un movimento che ha l’obiettivo di rivoluzionare il presente.

Dunque la strage di Piazza Fontana non arriva come un fulmine a ciel sereno:

Il 2 dicembre ’68, ad Avola, la polizia aprì il fuoco contro una manifestazione di braccianti, sotto i colpi della forza pubblica rimasero uccisi Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, centocinquanta le denunce.

Il 9 aprile ’69, a Battipaglia, in provincia di Salerno, la polizia caricò una manifestazione di operai e braccianti e poi iniziò a sparare uccidendo Teresa Ricciardi e Carmine Citro di 19 anni, rimasero feriti molti altri manifestanti. Su richiesta del prefetto erano stati inviati a Battipaglia 120 carabinieri e 160 agenti di Ps; alla fine della giornata i carabinieri erano 300 e gli agenti 700.

L’11 aprile ’69 scoppiò rivolta all’interno del carcere Le Nuove di Torino. I detenuti chiesero l’abolizione del regolamento penitenziario del regime fascista, Ps e carabinieri stroncarono violentemente la protesta e, con le armi da fuoco, ribadirono la legittimità delle norme fasciste.

Il 25 aprile ’69 due bombe esplosero a Milano, una alla stazione centrale e l’altra alla Fiera, allo stand della Fiat.

Il 12 maggio ’69 tre ordigni esplosivi, due a Roma e uno a Torino. La polizia aggredisce una manifestazione a Torino contro il caro affitti e arresta una trentina di persone e ne ferisce una settantina.

Il 25 luglio ’69 a Milano scoppia bomba al Palazzo di giustizia.

Nella notte tra l’8 e il 9 agosto vengo effettuati otto attentati ferroviari.

Il 25 ottobre ’69 «l’Unità» riferisce di proteste degli agenti di Ps, con il titolo: «Hanno scioperato a Torino gli operai del reparto manganelli ».

In conclusione possiamo affermare che nulla è cominciato e nulla è finito quel 12 dicembre 1969. È stato un episodio criminale e terroristico interno alla lotta di classe, uno dei tanti perpetrato dalle classi dirigenti per fermare l’avanzata di un movimento rivoluzionario. In continuità con i 91 proletari uccisi (dal ’47 al 2011), 674 proletari feriti, 44.325 operai uccisi in fabbrica dal ’51 al ’66, uno ogni mezz’ora di lavoro. 15.677.070 operai infortunati sul lavoro.

Con quelle stragi e quel terrore NON hanno fermato un bel niente!

Quello scontro è durato oltre un decennio. Compito di oggi è dare nuova vita al conflitto con le innovazioni necessarie.

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