Dal carcere all’invasività del controllo psichiatrico. Verso un controllo sociale totale

Il controllo psichiatrico.

Partiamo da un dato di questi giorni. Un dato non ufficiale, non ancora, ma rilevato dai sindacati degli agenti di polizia penitenziaria, dai secondini insomma, per sottolineare la pesantezza del loro “lavoro”. Sfogliando le cartelle mediche degli attuali 68.000 detenuti nelle carceri italiane, hanno rilevato che circa 22.000 sono dichiarati “con disturbi mentali” e 7.500 particolarmente gravi. 22.000 sono un terzo dei detenuti, uno su tre. Prima considerazione: il sistema detentivo disturba l’equilibrio umano, è un fatto. Seconda considerazione: chi trasgredisce la legge, chi delinque, è un disadattato, e un disturbato mentale. Da curare quindi, da rinchiudere per curare.

Non è una novità. Negli anni Settanta, alcuni cialtroni funzionari di Stato e scribacchini hanno provato a dimostrare che i rivoluzionari, i cosiddetti “terroristi” erano persone “disturbate di mente”. In Germania il progetto fu portato avanti con maggior ferocia. Lo Stato della Germania Ovest, zeppo all’incredibile di personaggi riciclati dal regime nazista, infierì con tale violenza contro i compagni e le compagne in particolare della Raf (Rote Armee Fraktion), per dimostrare l’indimostrabile “suicidio” dei compagni assassinati dagli sgherri di Stato nelle prigioni tedesche nel 1976 e nel 1977. In questo goffo tentativo alcuni “scienziati di Stato” sequestrarono il cervello della compagna Ulrike Meinhof  per “studiarlo” all’Istituto di psichiatria e medicina psicosomatica dell’ Università di Magdeburgo e confrontarlo con il cervello di alcuni serial-killer.

Cento anni prima avevano fatto la stessa cosa col cervello di Giovanni Passannante che il 17 novembre1878, a Napoli, attentò alla vita del re d’Italia Umberto I, ferendolo leggermente. Anche il cervello e il cranio di Passannante furono conservati al Museo criminale. (Ci sono state proteste e iniziative negli ultimi anni per togliere questa vergogna sia in Germania che in Italia, ma non so, a tutt’oggi, con che esito).

Dunque i sovversivi, i rivoluzionari sono “malati mentali”, ma anche i delinquenti, i nomadi, i diversi, chiunque non adegui il proprio comportamento all’ordine esistente del “sistema di vita migliore che ci sia”. Questi vanno classificati in vere e proprie classi di individui anormali, da correggere con l’ausilio della medicina, che in questo caso è la “medicina psichiatrica”.

Questa orribile storia inizia circa 150 anni fa. …. «in una grigia e fredda mattina del dicembre 1870, analizzando il cranio del brigante Villella…mi apparve tutto ad un tratto, come una larga pianura sotto un infiammato orizzonte, risolto il problema della natura del delinquente, che dovea riprodurre così  ai nostri tempi i caratteri dell’uomo primitivo giù giù fino ai carnivori».  Sono parole di Cesare Lombroso che metteva a punto la sua “scoperta”. In realtà era il prodotto del pensiero positivista del XIX secolo.

L’esigenza di maggior controllo era sorta agli stati liberali dell’Ottocento per una maggiore governabilità della  società sempre più industrializzata e urbana, altamente produttiva al cui interno di intrecciavano in continuazioni relazioni economiche assetate di profitto. Necessitavano dunque istituzioni funzionali al bisogno di un nuovo modello di controllo sociale.

Servivano istituzioni, quindi strutture, ma soprattutto tecniche di controllo.  Il manicomio criminale, si colloca al centro di questa vicenda, come perno attorno al quale ruotò la dinamica della costituzione di nuovi saperi funzionali all’esercizio ed alle esigenze del potere.

Assumono quindi sempre più importanza i sistemi di conoscenza degli specialisti dei comportamenti umani  E’ attraverso la figura del medico che la follia diventa malattia mentale.

«Foucault, nell’analizzare questa fase, giungerà ad affermare che le scienze umane, e in particolare quelle legate alla psichiatria, pur non avendo contribuito ad una oggettiva conoscenza degli esseri umani, hanno tuttavia ottenuto una notevole importanza e un grande potere nella nostra civiltà […]. Infatti l’indagine sul perché e sul modo in cui questa inconsistenza scientifica abbia potuto diventare una componente essenziale del potere moderno costituisce il centro tematico delle ultime opere di Foucault» (H.L. Dreyfus e P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault. Analitica della verità e storia del presente, Firenze, Ponte alle Grazie, 1989, pp. 33-34.)

Più che alle istituzioni (strutture, muri, edifici, sbarre), dunque, Foucault guardava alle tecniche. Al centro del problema, infatti, egli non pose i manicomi o le prigioni, ma la disciplina ed il suo funzionamento che agisce a partire dal controllo sul corpo: «Il corpo umano entra in un ingranaggio di potere che lo fruga, lo disarticola e lo ricompone. Una “anatomia politica” che è anche una “meccanica del potere”, va nascendo» ( M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1976, p. 150).

Le corporazioni dei medici imposero la loro tecnica perché erano riusciti a produrre una rappresentazione della follia adatta alle esigenze dei nuovi rapporti di potere.

Nello stesso periodo cominciano a prender forma i primi istituti.  All’inizio dell’ottocento fu per prima la Francia, sulla spinta dei due padri della sichiatria moderna Pinel ed il suo allievo Esquirol, ad avviare la costruzione di istituti pubblici destinati ad ospitare degli alienati seguita da Germania, Inghilterra e Stati Uniti.   Il Regno d’Italia aveva avuto in eredità dagli Stati pre-unitari almeno tre manicomi civili: quello di Aversa, quello di Palermo e quello di S. Lazzaro a Reggio Emilia.  Nel 1872 fu riconvertito alla custodia dei pazzi pericolosi lo Stabilimento penale di Aversa.

Cesare Lombroso aveva cominciato a parlare della necessità di manicomi criminali già dal 1865 dalle pagine della Gazzetta medica italiana: «E’desiderabile che sorga da noi, pei casi più difficili, quella stupenda istituzione dei manicomi criminali, la quale può torre alla società, al giudice ed anche al perito, il pericolo, il rimorso, di condannare un malato o di assolvere un colpevole. Ivi si manderebbero tutti i casi di rei maniaci e maniaci rei, si terrebbero custoditi tutta la vita; e la società ne resterebbe molto meglio guardata che nol sia dagli ergastoli, dai quali esce il reo punito, ma non guarito, con la tendenza irresistibile alla recidiva ed anzi all’impeggioramento» (C. Lombroso, La medicina legale delle alienazioni mentali studiata col metodo esperimentale).

Il progetto di legge sui manicomi criminali fu presentato alla Camera il 15 marzo 1881 dal ministro dell’Interno Depretis. Il progetto era formato da 36 articoli. Anzitutto si distinguevano le categorie dei giudicati e dei giudicabili ed in ordine ai primi, qualora la pazzia fosse sopraggiunta durante la condanna si sarebbero senz’altro destinati ai manicomi criminali. Sul progetto Depretis, Lombroso naturalmente, espresse entusiasti commenti.

Per la categoria dei non imputabili, l’articolo 30 prevedeva la possibilità di destinarli ai manicomi criminali solo quando il Tribunale, sentito obbligatoriamente il parere di almeno due alienisti (Medico specialista in malattie mentali, psichiatra), avesse riconosciuto che il vizio congenito o acquisito non fosse transitorio e rappresentasse un reale e continuo pericolo per la sicurezza sociale… le esigenze di difesa sociale prevalevano ancora una volta sui diritti dei cittadini. Peggiore era il sistema inglese dove la reclusione durava fino al beneplacito del Re e quindi il più delle volte era perpetua. Finita la pena, se il vizio di mente ed il pericolo per la società perdurasse, il Tribunale, sentito il parere del medico dello stabilimento ed eventualmente anche quello di altri alienisti, poteva, con ordinanza, decidere sulla permanenza nel manicomio criminale fino a completa guarigione (mai!) oppure propendere per l’affidamento alla famiglia o al manicomio civile.

Con la costituzione dei manicomi criminale e delle leggi che ne regolano l’internamento, il sapere medico degli psichiatri entra con forza nei tribunali  nel momento in cui lo Stato ha sempre più bisogno di reprimere e controllare i comportamenti antisociali, che la scienza freniatrica (individuazione e terapia della malattia mentale, sinonimo di psichiatria) aveva progressivamente collocato nell’ambito delle manifestazioni psicopatologiche.

In Italia dalla metà degli anni Settanta i “manicomi criminali” hanno cambiato nome: Ospedali psichiatrici giudiziari.

Ma per questa scuola (positivista), i manicomi criminali dovevano rappresentare solo un tassello nel mosaico degli istituti di controllo e di sicurezza sociale, un mosaico che doveva estendersi a tutta la società…. e ci stiamo arrivando!!!

CONTRO IL CONTROLLO PSICHIATRICO

ABOLIAMO TUTTE LE GALERE….  AMNISTIA ORA!!!

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