Quale tendenza per la Repressione? Privatizzazioni delle carceri o controllo territoriale?

Qualche giorno fa ho letto questo interessante articolo su Hurriya, dal titolo “Italia – Uno sguardo sulla privatizzazione delle carcerihttps://hurriya.noblogs.org/post/2016/09/21/italia-uno-sguardo-sulla-privatizzazione-delle-carceri/

             Che si apra un dibattito serrato sulle tendenze e sugli orientamenti della repressione in questo paese è cosa auspicabile; che vi partecipi tutto il movimento è indispensabile, in quanto proprio il movimento è uno degli obiettivi della repressione (non l’unico, poiché  la repressione tiene sotto controllo e colpisce tutto ciò che si muove in contrasto con l’ordine esistente capitalista, come le micro attività extralegali assai diffuse). E dunque provo a dire la mia.

            Il carcere nasce contemporaneamente alla fabbrica così come il diritto che lo rende attivo e che sancisce la supremazia del capitale sul lavoro Il carcere è uno dei pilastri su cui si impianta il capitalismo. Le banche, le religioni, la famiglia, il moralismo, il conformismo e quant’altro è stato utile al capitalismo, avevano avuto una propria vita precedente. Il carcere nasce per assicurare la forza lavoro ai nascenti opifici della prima e delle successive rivoluzioni industriali. Compito quanto mai necessario poiché la popolazione agricola e pastorale espropriata e condotta in fabbrica ne fuggiva, non sopportando le terribili condizioni di vita e di lavoro dentro quelle manifatture. Reprimere il vagabondaggio prodotto dalla questa fuga (il Vagabond Act è del 1597 e raccoglie e unifica le molte leggi e sentenze già esistenti per reprimere ferocemente questo fenomeno) e per ammaestrare/ disciplinare i riottosi ad accettare il loro destino di forza lavoro subordinata alle esigenze della produzione capitalista, sono questi i compiti del carcere. In realtà il carcere non riesce a educare o convincere la massa proletaria della “bontà del lavoro produttivo” ma ottiene l’assoggettamento del proletario al ruolo di “non-proprietario” per mezzo del terrore repressivo. La “crisi” dell’istituzione carceraria, a tratti riproposta da analisti giuridici e sociologi, l’accompagna fin dal suo sorgere in epoca borghese: il penitenziario nasce già afflitto da questa malattia mortale, la sua storia è la storia di una riforma impossibile ed ha oscillato tra la sua scomparsa o la riattivazione come strumento di terrore. (per Foucault per mezzo dell’inserimento in carcere di una parte dell’illegalismo diffuso, il potere ha voluto selezionarne una fascia ristretta, nominandola “criminale” e identificata come “nemico”, lasciando indenne l’altro illegalismo maggioritario necessario alla sopravvivenza e alla riproduzione del sistema capitalistico. Il carcere dunque come creatore della criminalità).

Pur affiancato alla fabbrica, pur riproducendo i ritmi e la disciplina di fabbrica, pur obbligando a svolgere -a volte- il lavoro forzato, ma non sempre produttivo, il carcere ha avuto e avrà fino alla sua esistenza una funzione molto diversa dalla fabbrica. Il sistema penitenziario con l’enorme quantità di donne e uomini che contiene segregate, non serve a produrre merci di vario tipo, come avviene nelle fabbriche, ma  serve a produrre la merce per eccellenza, quella merce indispensabile al funzionamento del modo di produzione capitalistico nel suo complesso: il proletario operoso e docile! Senza il quale l’intero meccanismo crollerebbe miseramente: ed è quello che le compagne e i compagni perseguono operando in modo che il proletario operoso e docile si trasformi in proletario rivoluzionario autorganizzato.

Va pur detto che, purtroppo, fin qui l’ammaestramento/ disciplinamento è riuscito; tuttavia il capitale richiede che la repressione-carcere continui ad operare per adeguare il proletario operoso alle nuove esigenze del capitale.

Il sistema penitenziario è quindi una fabbrica di proletari operosi, non di merci.

 «L’uomo nel penitenziario è l’immagine virtuale del tipo borghese che egli deve sforzarsi di diventare nella realtà … Come – secondo Tocqueville – le repubbliche borghesi, a differenza delle monarchie, non violentano il corpo, ma investono direttamente l’anima, così le pene di questo ordinamento aggrediscono l’anima. Le sue vittime non muoiono più legate alla ruota per lunghissimi giorni e notti intere, ma periscono spiritualmente, esempio invisibile e silenzioso, nei grandi edifici carcerari, che solo il nome, o quasi, distingue dai manicomi.» [M.Horkheimer – T.Adorno,  Dialettica dell’illuminismo]
 «Il salario per il lavoro carcerario non retribuisce una prestazione; funziona invece come una macchina delle trasformazioni individuali; una funzione giuridica, perché questo (il salario) non rappresenta la “libera cessione” di forza lavoro, ma un artificio che dà efficacia a delle tecniche di correzione». [M.Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione]

             È successo, e potrà succedere di nuovo, che la sete di profitto di singoli imprenditori, in combutta con le amministrazioni pubbliche, imponga a questa massa di persone, rese schiave dalla reclusione, lavorazioni particolari per realizzare profitti, ma queste incursioni non cambiano la natura del sistema repressione-carcere. Anche in una fase di privatizzazione spinta, come quella attuale (che però grazie alle contraddizioni che ha accentuato, fa già intravvedere probabili  inversioni di tendenza), di stravolgimento delle forme giuridiche nel rapporto di lavoro e di inserimento di “nuove”, che fanno parlare di “precarizzazione”, la funzione della repressione-carcere mantiene quel compito di plasmare e ammaestrare la forza lavoro alle nuove esigenze del capitale.

            Non è stato lasciato solo il carcere a svolgere questa orrenda funzione di ammaestramento/ disciplinamento. In passato ha avuto l’ausilio della religione, della famiglia, della scuola, dei moralismi, della tradizione, dei media, ecc., oggi, oltre a questi, ha il sostegno dei media molto più potenti di prima, ma si sono aggiunti i centri commerciali e i tantissimi aggeggi che connotano lo status del consumatore.

            Il profitto dei capitalisti all’interno del sistema carcerario è sempre ricercato, come in ogni altro pezzo di realtà; soprattutto nei periodi in cui l’andamento del mercato del lavoro ha fatto salire la domanda di mano d’opera o diminuire l’offerta.

La storia del carcere, in particolare quella statunitense, per tutto un periodo è anche storia di impiego della popolazione reclusa, e ci offre alcuni esempi dei tentativi di singoli imprenditori di sfruttare la forza lavoro reclusa che si affiancava alla necessità delle amministrazioni che gestivano le carceri per ridurre i costi del mantenimento della popolazione detenuta. È nei primi decenni dell’Ottocento che la pressione di alcuni capitalisti si materializza: i detenuti vengono affittati (leasing system– inizialmente il più diffuso) o prestati (contract system che diventerà poi ancor più diffuso del leasing) a imprenditori per attività produttive. Oppure impiegati dall’amministrazione per lavori pubblici all’esterno del penitenziario per costruire strade, ferrovie, ecc. (public-works system). Con le varie forme di utilizzo della forza lavoro prigioniera come forza lavoro produttiva, ad esempio il carcere di Sing Sing viene costruito dal lavoro dei carcerati nel 1825, molte amministrazioni carcerarie grazie a questi profitti portano in attivo i loro bilanci. Ma l’interesse di alcuni imprenditori e funzionari pubblici non è la stessa cosa dell’interesse del capitalismo nel suo insieme. I profitti arrivano ma la realtà di questi aggregati di detenuti-forza lavoro è disastrosa. Cominciano quindi a schierarsi  consistenti settori di opinione pubblica contro il lavoro penitenziario, si vuole ripristinare il ruolo del carcere come produzione di proletari disciplinati e obbedienti; ci sono anche i sindacati, che vedono nel dilagare del lavoro penitenziario un abbassamento del salario medio e attraverso petizioni e addirittura scioperi puntano alla fine di questo esperimento. «I vostri funzionari hanno potuto vedere gli internati non perfettamente istruiti nelle varie discipline professionali; schiavizzati da imprenditori privati, in alcune ipotesi a salario ridotto e in altre ipotesi impiegati per il profitto dello Stato; il loro prodotto collocato sul mercato ad un prezzo di poco superiore al costo delle materie prime e tutto questo per la rovina dei liberi operai» [Storia del Lavoro negli Stati Uniti, vol I]. Soprattutto è il ceto politico che, in nome degli interessi complessivi del sistema capitalistico, si mette al lavoro per riportare il carcere alla sua funzione prioritaria: operare per il mantenimento e la riproduzione dell’ordine capitalistico. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il lavoro penitenziario, anche negli Usa, si ridimensiona fortemente, rimanendo di poco superiore alla media europea dove, l’azione dei sindacati molto più incisiva di quelli statunitensi, farà quasi scomparire la produzione penitenziaria.

            In Italia, le attività lavorative inserite nei penitenziari dopo la fine del secondo macello mondiale (Girardengo, B-Ticino, ecc.) sono durate poco grazie all’azione congiunta di sindacati e imprenditori che lamentavano una concorrenza squilibrata da parte delle imprese che sfruttavano il lavoro a basso costo penitenziario. Attualmente il lavoro di imprese esterne nelle carceri italiane è al minimo storico (poco più di 2.000 detenuti lavorano per ditte esterne nonostante il decreto del ministro Orlando 30/7/2014 conceda sgravi fiscali alle imprese che assumono lavoratori/trici detenuti/e); è diminuito anche il lavoro interno che si chiama domestico (circa 11.000 detenuti/e che perecepiscono un salario – mercede si chiama in carcere- che non raggiunge i 200 € al mese), a causa del taglio della quota del bilancio dell’Amministrazione penitenziaria e i detenuti/e si lamentano di non avere la disponibilità monetaria nemmeno per acquistare piccole quantità di generi alimentari o di conforto (sigarette, caffè, ecc.). L’Amministrazione penitenziaria sta, molto lentamente, predisponendo bozze di regolamento e iniziative per una tenue riattivazione del lavoro di ditte esterne nelle carceri, in particolare i Call-Center, ma va tutto molto a rilento e, soprattutto, rimarrà molto contenuto.

            La tendenza non è dunque nell’aumento dello sfruttamento dei detenuti/e in quanto forza-lavoro produttiva; il loro sfruttamento si manifesta attraverso la devastazione umana e intellettuale che il sistema carcere produce su di loro e per riflesso su tutto il tessuto proletario.

Il lavoro della popolazione detenuta rimarrà come attività disciplinante ma che non deve competere con la produzione delle fabbriche, dovrà servire per l’attività correzionale dei prigionieri.

            Il profitto nel penitenziario però sussiste: le mense sono appaltate; i generi alimentari vengono fornite da ditte esterne; la costruzioni delle carceri è sempre stato un grande business, fino al Project Financing, nei confronti del quale bisogna pur dire che dai roboanti disegni di 5, 6 anni fa, oggi si è ridotto a misera cosa. Questo sistema consente ai privati di gestire tutti i servizi del carcere riguardante il mantenimento, ma non possono intervenire nella gestione dei/delle detenute né nel percorso rieducativo (ammaestrante). La differenza con le carceri private Usa è proprio qui: nelle carceri private Usa le imprese appaltanti gestiscono anche il trattamento, ossia il potere decisionale di concludere positivamente il periodo di rieducazione (la condanna) e quindi mandare libero il prigioniero, oppure no e farlo restare in carcere (questa possibilità è specifica del sistema giuridico statunitense, nei paesi europei l’amministrazione non ha il potere di prolungare la detenzione). Anche negli Usa si sono sollevate molte critiche a una modalità che prolunga i percorsi rieducativi poiché per il privato il prolungamento della detenzione si trasforma in profitti in quanto lo stato per ciascun detenuto/a affidato a un carcere privato paga una retta; è intervenuto perfino Obama a criticare la rieducazione privata.

Questa è una delle grandi differenze con i CIE. La similitudine tra carceri e Cie sta solo nella ributtante brutalità terrorizzante dei due sistemi di segregazione e nella nostra volontà di distruggerli entrambi. Ma i compiti e gli obiettivi assegnati dallo Stato alle due strutture sono diversi. Nei Cie non c’è disciplinamento da imporre  ma “solo” segregare per regolamentare i flussi di forza lavoro in sintonia con le esigenze del capitale. I Cie servono altresì, in queste fasi di “emergenza”, per illudere il ceto medio locale che lo Stato sa affrontare il “fenomeno dell’immigrazione” e sa gestire l’ordine pubblico.

In conclusione, le tendenze della repressione, secondo me, non risiedono nell’aumento dello sfruttamento della popolazione detenuta in quanto forza lavoro, ma in un controllo preventivo a tutto campo. Né nella privatizzazione delle carceri. Il controllo si sposterà dal carcere altrove. È in questo altrove la tendenza della repressione reale che si incentrerà su un asfissiante controllo territoriale preventivo. Il territorio diventerà il terreno di diffusione ma anche di resistenza per l’attivazione del nuovo modello di controllo sociale. Il carcere rimarrà per la reclusione terrorizzante dei soggetti “pericolosi” a elevato indice di sorveglianza, avendo abbandonato anche una parvenza dell’utopia rieducativa e scegliendo definitivamente quella custodialistica. Il carcere resterà come simbolo terrorizzante, più ideologico che reale, per dare senso a tutta la manovra del controllo esterno territoriale necessario di fronte a una realtà sociale in ebollizione imprevedibile.

L’obiettivo del sistema oggi è quello di tenere sotto controllo quei settori della popolazione che producono “disordine sociale” (extralegalità) e relegarli in territori emarginati, sia con deportazioni militari sia con misure di polizia differenziata (se spacci o rubi in territori “perbene” la mano pesante della legge sarà più pesante, in altri territori ghettizzati, meno pesante).

Per il conflitto sociale- politico, stante la scarsa diffusione odierna e la bassa intensità della conflittualità, l’obiettivo non è distruggerlo (il potere opera per la distruzione di un movimento quando questo è maturo, forte, esteso e incontrollabile, insomma sovversivo, vedi come ha reagito il potere contro il movimento del ’77, carri armati in piazza, leggi speciali, carceri speciali, processi speciali, ecc.), l’obiettivo del potere oggi è riportare più settori possibili all’interno del conflitto “legale” quello che si svolge secondo le regole dell’ordine capitalista. Purtroppo questa ri-legalizzazione di settori di movimento rischia di riuscire se non si accresce la conflittualità.

Dunque il sistema repressivo privilegierà sempre più la prevenzione, il controllo preventivo. Vediamo quotidianamente fioccare i provvedimenti di polizia per la sorveglianza speciale (firme, daspo di piazza, obbligo di dimora, orari di rientro, non frequentazione di ambienti, e tantissime altre limitazioni della libertà di movimento e di attività). Compagni/e, attiviste/i di settori importanti del movimento reagiscono spesso rifiutando questi obblighi, ma ad oggi non c’è ancora un forte dibattito nel movimento in grado di produrre un comportamento unitario ed efficace. Realizziamolo!

 Nel blog ci sono altri post dove ho cercato di ragionare su questa tendenza:  quiquiqui  e qui

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