La demonizzazione del “sabotaggio”. Si sta preparando il terreno allo scontro classe contro classe senza mediazioni

sabotaggioLa demonizzazione del “sabotaggio”. Si sta preparando il terreno allo scontro classe contro classe senza mediazioni.

A= sulle forme di lotta, un po’ di storia

Si dice che in molte parti del mondo le popolazioni tornano alle credenze religiose. Può darsi, ma qui da noi non siamo da meno.

Ne è prova la demonizzazione che i governanti, gli apparati dello stato e i media impongono ad alcune pratiche del conflitto sociale. Demonizzano pratiche di lotta senza conoscerne la storia. Qui mi riferisco in specifico alle pratiche della classe operaia o del movimento antagonista come il “sabotaggio”.  Lo sciopero è buono, dicono, se però viene praticato secondo i vincoli e i limiti imposti dai compromessi sindacati-governo-padroni, mentre il sabotaggio è cattivo, perché non concordato con i padroni; è totalmente illegale, addirittura per alcuni magistrati il sabotaggio viene coniugato con la categoria di “terrorismo”.

È necessario dunque qualche passo indietro.

Siamo nella seconda metà del 1700 in Inghilterra. “Il riformatore igienista di Manchester, Thomas Percival, …negli anni Ottanta (del 1700), al pari di altri membri della Manchester Literary and Philosophical Society, aveva salutato l’avvento delle nuove fabbriche, considerandole strumenti benevoli di progresso sociale per i poveri. Ma già nel 1798 aveva ormai visto gli effetti dell’industrializzazione tanto da giungere a conclusioni opposte. Nei suoi rapporti sulla situazione igienica e morale della popolazione di Manchester, egli denunciò il fatto che i padroni delle officine facevano lavorare all’eccesso i propri apprendisti, trascurando la loro educazione ... Nel rapporto per l’anno 1800, la Society for Bettering the Condition of the Poor di Thomas Bernard denunciava le fabbriche con vigore non inferiore a quello dei tessitori e dei filatori a domicilio minacciati dalla loro concorrenza. La società sosteneva che lo sfruttamento in fabbrica del lavoro infantile stava dissolvendo i «rapporti familiari» fra i lavoratori dell’industria. I bambini in città industrializzate come Manchester non lavoravano più sotto l’autorità «morale» di un genitore o di un piccolo datore di lavoro. I sorveglianti nelle fabbriche non si preoccupavano che i bambini imprecassero o bighellonassero dopo le ore di lavoro finché svolgevano il proprio dovere. La nuova disciplina era manchevole, in altre parole, perché di natura puramente economica” [Ignatieff, L’origine del penitenziario. Cap 5°]

In quei tempi le condizioni di lavoro peggioravano in continuazione a causa della concorrenza tra capitalisti realizzata sulla pelle dei lavoratori, così i lavoratori stessi si misero in moto per impedire il peggioramento e migliorare la propria condizione di lavoro e salariale. Per far sentire le proprie ragioni i metodi che la classe lavoratrice ha praticato sono state sostanzialmente due: raccogliere firme per petizioni da presentare alle autorità pubbliche, chiedendo una regolamentazione statale delle condizioni di lavoro e salariali che impedisse le sopraffazioni padronali, oppure sospendere la produzione imponendo al padrone alcune rivendicazioni. Per questo secondo sistema di protesta, i lavoratori avevano un solo modo per presentare i propri interessi e manifestare la propria incazzatura: interrompere la produzione, perché a quella teneva particolarmente il padrone. Non essendoci nessuna legislazione sul lavoro, né sui diritti degli operai, questi manomettevano gli ingranaggi in modo da fermare la produzione; ed erano in grado di farlo con efficienza in quanto il loro sapere collettivo conosceva dettagliatamente il processo produttivo. Nelle prime aree industrializzate le forme di interruzione della produzione riguardarono la manomissione del macchinario (vedi Hobsbawm, I Ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Einaudi, Torino, 1966). In Olanda, la cui industrializzazione iniziò nello stesso periodo dell’Inghilterra, gettavano tra gli ingranaggi i loro zoccoli di legno duro, i sabot, da cui viene la parola sabotaggio. Anche tra i lavoratori agricoli il sabotaggio si espresse con gli swing riots: una rivolta che iniziò nel 1830 nell’Est Kent e che consisteva nella messa fuoricaptain-swing uso delle trebbiatrici e si diffuse rapidamente nell’Inghilterra meridionale.

L’astensione del lavoro, lo sciopero, venne molto tempo dopo, perché necessitava di un’organizzazione operaia solida, ma anche perché, per lungo tempo, venne considerato “illegale” non presentarsi al lavoro; si veniva licenziati e si ricadeva sotto il Vagabond Act del 1597, si veniva così bollati come “insofferente al lavoro”, “asociale” ed era un marchio indelebile. L’astensione del lavoro tramite lo sciopero, venne introdotto nella legislazione statale e regolato in periodi diversi in ciascuna nazione (fine del 1800, primi del 1900), e consentì l’astensione dal lavoro, ma solo se realizzata su una richiesta giudicata plausibile e con preavviso ecc., ecc. La storia del conflitto di classe ci racconta che i partecipanti agli scioperi furono regolarmente e sempre aggrediti dalle polizie private e dagli eserciti statali ed hanno avuto un costo, in termini di arresti e assassini, di gran lunga più numerosi che non le azioni di danneggiamento.

Insomma, per tutto un periodo, fu lo sciopero a essere demonizzato.

Difatti questa sospensione veniva vista dai padroni e dai governati come un’azione sovversiva, e lo era. Le sentenze, numerosissime, che condannavano scioperanti parlavano proprio di “voler sovvertire” il normale andamento della produzione. È bene ricordare che la polizia privata è nata al servizio dei padroni, ad esempio la “Pinkerton” sorta negli Usa nel 1850, con questo precipuo scopo: impedire gli scioperi e distruggere l’organizzazione dei lavoratori, contrastarli a colpi di fucile e di galera; (esempi ce ne sono a centinaia nei libri come:  Dynamite, Sciopero, Iww, ecc…).

Se ragioniamo senza ipocrisie moralistiche, in realtà vediamo che i lavoratori salariati con lo sciopero sospendono l’utilizzo da parte del capitale della propria forza lavoro. È quindi un’interruzione volontaria e organizzata del rapporto capitale/lavoro; è l’ostilità espressa dalla forza lavoro organizzata che afferma che a quelle condizioni non accetta il suo ruolo dentro il rapporto di capitale, lo rifiuta.

E dunque lo sciopero, se prodotto dalla esclusiva volontà operaia senza compromessi, né mediazioni, né regole, ha una valenza più radicale di ogni altra interruzione della produzione. E una perdita di profitti enorme per il padrone. Ma a causa delle regole dello sciopero eccessivamente limitanti e della eccessiva moderazione dei vertici sindacali, il “sabotaggio” continuò ad essere praticato, soprattutto nei momenti di inasprimento del conflitto di classe. Un oggetto qualsiasi gettato in mezzo agli ingranaggi per bloccarli, o facendo uscire le pulegge per la trasmissione del moto dalle loro sedi, o con il taglio dei cavi del telegrafo e del telefono, o con la distruzione delle vetrate e degli arredamenti in legno, o delle trebbiatrici, ecc., con la variante dei lavoratori siderurgici per i quali non era semplice distruggere il prodotto del loro lavoro, poiché in acciaio, e dunque ricorsero alla dinamite che sull’acciaio vince. Queste attività furono un monito ai padroni e li esortò a inserire sempre più l’organizzazione sindacale in azienda e li dissuasero anche dall’uso massificato del crumiraggio.

Poi, ad opera delle politiche compromissorie di partiti e sindacati della sinistra, laburisti in Inghilterra e socialdemocratici in Germania, Olanda e Francia, in accordo con capitalisti e governi, lo sciopero è stato “regolamentato” e in questa forma è stato accettato dai capitalisti nella contrattazione del costo della forza lavoro. In questa politica socialdemocratica gli scioperi sono stati ridotti a innocue e pacifiche manifestazioni aziendali simili a feste paesane del santo patrono. Mentre gli scioperi generali, dal valore esplicitamente politico (ma ogni lotta proletaria contro gli interessi del capitale, locale o generale, è lotta politica) in quanto la controparte è il governo, sono stati accettati molto dopo, solo quando i capitalisti hanno avuto la certezza che i partiti di sinistra avevano abbracciato totalmente gli interessi del capitale.

Con lo sciopero regolato e in mano ai vertici sindacali, catturati alla logica del profitto, la creatività dei lavoratori allargò il terreno di applicazione dello sciopero stesso, un linguaggio per dire in modo esplicito che intendevano sospendere l’erogazione della loro forza lavoro che è l’unica in grado di far funzionare la macchina e quindi la produzione.

Rural War,enÈ a quel punto che la creatività operaia, sganciatasi dal controllo dei riformisti, ha riproposto le forme di lotta delle origini. Scioperi i cui significati riportavano a forme di “sabotaggio”: sciopero selvaggio, sciopero a scacchiera, a singhiozzo, a gatto selvaggio, rallentamento dei ritmi, cortei interni, sciopero senza preavviso, sciopero articolato, sciopero a regolamento, boicottaggio, sabotaggio, ecc. Le mille forme di lotta che erano in grado di esprimere un antagonismo creativo reso possibile dalla conoscenza collettiva dell’organizzazione del lavoro in grado di sabotarla. Dunque il sabotaggio, come metodo di lotta per interrompere improvvisamente la produzione, secondo la volontà collettiva operaia, è ritornato ogni volta che la tensione tra capitale e lavoro si è innalzata. «Nel ciclo di lotte che culminano nel famoso “autunno caldo” del ’69 la ribellione al regime produttivo si concretizzò innanzitutto in una diffusa e multiforme pratica del sabotaggio e della rottura sistematica e permanente dell’autorità che regge l’organizzazione produttiva» [Balestrini, l’Orda d’oro].

Va da se che ciascuna di queste manifestazioni operaie, se antagonista e non compromissoria, deve porsi il compito di far dilagare la lotta che deve oltrepassare i limiti aziendali. Così è stato al suo inizio e così deve essere per rompere le regole accomodanti delle relazioni industriali e, al contrario, per imporre gli interessi operai. È quindi ricomparso l’inevitabile scontro con le forze dell’ordine nel momento clou del “picchetto” che impedisce al padrone l’uso della forza lavoro e anche dei crumiri e blocca la circolazione delle merci. L’estensione della lotta a tutta una zona, sempre più larga, è espressione massima della forza organizzata della classe e della sua capacità di coinvolgere altri proletari in quegli episodi della guerra di classe. Lo sciopero con queste caratteristiche esce dai limiti aziendali, coinvolge altri settori proletari in lotta, invade le strade, impone i picchetti e non è attività tradeunionistica, ma episodio iniziale della guerra di classe.

B= Arriviamo ad oggi:

I governi hanno gestito per conto delle multinazionali e del padronato la cosiddetta “crisi”. Gli effetti sotto gli occhi di tutte e tutti. Non credo ci sia altro da aggiungere, anche perché analisi dettagliate si possono trovare ovunque.

Dunque possiamo dare una definizione di questa fase, quella liberista, come la più feroce offensiva del capitale per ricacciare indietro le conquiste della classe operaia e dei settori di classe subalterni.

La gran parte degli osservatori economici internazionali espongono cifre che chiariscono come questa “crisi”, dal 2007 ad ora, ha spostato grandi quote di salario dalle tasche dei lavoratori e lavoratrici per trasferirli al capitale. La forbice tra redditi alti e bassi, ossia tra ricchi e poveri si è allargata come nemmeno i regimi fascisti in Europa nel secolo scorso erano riusciti a fare. I capitalisti e le classi alte sempre più ricche e gli sfruttati sempre più poveri: questa la realtà. Questa era d’altronde la previsione di Marx.

Ma pare che tutto ciò non sia stato ancora sufficiente per ripristinare i livelli di accumulazione capitalistica “necessaria”.

Il Jobs Act di Renzi è un ulteriore aiuto ai padroni, rendendo più semplice il licenziare. È sufficiente che il padrone invochi problemi economici e di mercato per poter licenziare senza reintegro. Si allargherà l’area del lavoro niente affatto tutelato e l’area della precarietà.

Queste sono le mosse del comitato d’affari della borghesia, del governo, e non finiranno qui.

Questi provvedimenti, sia legislativi sia di fatto (alcuni contenuti del Jobs Act erano già presenti in accordi aziendali), disegnano un quadro abbastanza diverso rispetto al secolo scorso, il “secolo socialdemocratico”, quello delle mediazioni e dell’assurgere dei sindacati a vere potenze economiche e politiche, soggetti di contrattazione economica aziendale, sia di settore, sia nazionale. E hanno messo in atto quell’insieme di mediazioni che hanno salvato i regimi capitalistici, mitigando le tensioni rivoluzionarie del proletariato, ma anche corrompendolo con il delirio consumista.

Questa mediazione oggi non serve più, non ci sono più i margini, ci dice il Jobs Act e lo conferma esplicitamente il premier italiano che vuole ignorare volutamente l’esistenza dei sindacati, facendo eco ai governi europei (ma anche i governi fuori dell’Europa fanno altrettanto, a volte con maggior ferocia). Così è un proliferare di provvedimenti normativi sul rapporto capitale-lavoro, tutti a favore del primo.

Finita la mediazione socialdemocratica, dove si va? Una cosa è chiara, lo scontro capitale-lavoro si fa più aspro, ma anche più evidente: vis-a-vis, una classe contro l’altra, anche se il linguaggio dei padroni, purtroppo diffuso anche a sinistra, cerca e riesce a confondere le idee. Lo scontro si avvicina al nucleo centrale della produzione capitalista: i padroni vogliono aumentare la produttività del lavoro, vogliono agganciare alla produttività i salari e anche la permanenza al lavoro. Le lavoratrici e i lavoratori che potranno sostenere i ritmi crescenti dell’organizzazione del lavoro, forse continueranno a lavorare, chi non reggerà quei ritmi verrà sbattuto fuori dal mercato del lavoro; alla fame, ai lavoretti di contorno o alle attività extralegali. I sindacati avallano tutto ciò per cercare di riottenere una internità alla mediazione tra capitale e lavoro, e rallentare la loro esclusione dalla validazione dei progetti economici e strutturali.

Dunque, ancor più esplicitamente di prima, siamo al centro del problema: per dirlo con KL_MaguiresCov600Rosa Luxemburg: chi eserciterà controllo e potere sull’organizzazione del lavoro? Se sarà il capitale l’andamento continuerà con questo segno: peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei proletari, con l’aumento feroce dello sfruttamento e della loro subalternità.

L’organizzazione del lavoro con i suoi ritmi, il suo disciplinamento, la sua regolamentazione e le sue gerarchie garantisce per il capitale che tutto proceda come programmato. Ma c’è la variante classe operaia; lavoratrici e lavoratori che possono far fallire questo bel programmino. L’hanno già fatto nel passato, più volte, anche perché il capitale non ha molta fantasia: quando i suoi problemi riguardano l’accumulazione del capitale (cioè i suoi profitti, la sua crescita) ha sempre le stesse idee e le stesse pratiche, che ruotano, più o meno, intorno all’aumento della produttività del lavoro e alla diminuzione del salario reale.

Rottura sistematica e permanente dell’autorità che regge l’organizzazione produttiva.

Possiamo fermarli? Certo, si può fare! La classe lavoratrice può contrastare il controllo e il potere del capitale sull’organizzazione del lavoro, in ogni punto del processo produttivo, e anche in quello distributivo. Lo può contrastare per la semplice ragione che è sulle spalle di lavoratori e lavoratrici che dovrà gravare il peso dell’aumento della produttività.

Per contrastarlo è indispensabile la conoscenza del funzionamento dell’organizzazione del lavoro. Conoscenza che si può conquistare con lo scambio di informazioni e la messa in comune dei saperi che ciascun lavoratore ha. È utile organizzare gruppi di lavoro e assemblee per mettere a punto la conoscenza dei meccanismi dell’organizzazione del lavoro e della risultante produttività, sia nei posti di lavoro grandi sia in quelli piccoli. Anche una friggitoria o una bottiglieria o un pub hanno modalità di lavoro e ritmi.

Non bisogna essere maghi per conoscere il terreno sul quale cresceranno gli obiettivi e le pratiche del prossimo ciclo di lotte: la produttività, i ritmi e l’intensificazione del lavoro e, ovviamente, il salario sempre più legato alla produzione.

Oltre questa conoscenza, per contrastare questo attacco del capitale e per ribaltarlo in un’offensiva rivoluzionaria, la classe ha bisogno di strumenti. Che, guarda caso, sono gli stessi che metteranno in moto la costruzione di una società rivoluzionata, senza capitale, senza profitto, senza proprietà privata e nemmeno salario. Sono gli strumenti del contropotere proletario.

Dobbiamo riprendere la costruzione di questi organismi autorganizzati: comitati, consigli, assemblee. Riprenderla e rilanciarla, contro l’offensiva violenta del capitale.

Comitati di lotta di zona dovranno sorgere in ogni territorio, prodotti dalla cooperazione attiva dei settori di proletari in lotta e di quelli disponibili alla lotta. Ne stanno sorgendo ovunque, con nomi diversi (a Bologna i social log) ma con gli stessi contenuti, bisogna solo accelerare il lavoro ed estenderli. Ad esempio, ed è esempio attualmente in corso a Roma nella zona tiburtina “settecamini”, lavoratori della logistica e proletari occupanti di case, hanno cominciato a costruire nei fatti, con la partecipazione comune ai picchetti, una cooperazione efficace e aperta ad altri; pensiamo a chi sul territorio lavora in luoghi dove l’esiguità del personale dipendente non permette il conflitto in un singolo posto di lavoro. Ma il conflitto si può realizzare ovunque se, a fianco di queste lavoratrici e lavoratori, si schiera il Comitato di zona con il massimo della partecipazione proletaria. Nello stesso modo gli eventuali sgomberi saranno ricacciati indietro dalla partecipazione di tutto il comitato, i picchetti per gli scioperi saranno sempre più numerosi e combattivi, le forme di lotta potranno innalzarsi. Si potranno affrontare problemi del territorio, dei trasporti, degli spazi verdi, dei giochi per bambini, tutti i problemi che sembrano “singoli problemi” ma che sono espressione articolata della condizione proletaria unitaria.

La capacità dei comitati di lotta di zona di collegarsi e federarsi tra loro per realizzare battaglie sempre più vaste e complessive, per esprimere un contropotere antagonista sempre più vasto e capace di incalzare il potere capitalista-borghese e smantellarlo, prefigurerà la nostra società in via di rivoluzionamento.

Non è detto che questo andamento del capitale prosegua con meccanica linearità e senza modifiche, con le stesse forme dell’offensiva sempre più feroce contro le classi subalterne. Può succedere anche che l’offensiva liberista necessiti di una battuta d’arresto. Può succedere, ma anche no, (non mi piace far previsioni rigide) che in Europa e negli Usa si ripropongano deboli e temporanee politiche vagamente socialdemocratiche. Può succedere che i governi rallentino, siano costretti a rallentare, l’offensiva antiproletaria, anche perché i disastri delle scelte liberiste sono sotto gli occhi di tutti e hanno creato problemi e ne stanno creando anche alle cosiddette “economie nazionali”, ma soprattutto perché i proletari e la piccola borghesia impoverita non ne può più. Può succedere quindi che vengano messe in campo politiche minimamente espansive, con un po’ di servizi e di welfare, per aumentare l’occupazione, anche se di poco. Ma tutto ciò se avverrà assumerà un effetto effimero, non strutturale che non cambierà il segno della tendenza. Ne è testimonianza la situazione negli Usa, dove una politica modestamente espansiva è stata attuata, la disoccupazione è diminuita, anche se di poco, ma le differenze sociali continuano ad aumentare e, in alcune città ex-operaie come Detroit, la miseria dilaga e impone scelte urgenti a Obama. Se queste tenui variazioni dal liberismo dovessero realizzarsi, con l’aumento, anche se minimale, dell’occupazione, ci sarà maggiore possibilità di espandere la lotta. Ed è quello che avverrà. E questa lotta dovrà entrare dentro l’organizzazione del lavoro e dentro i territori e, probabilmente, accelererà la costruzione degli organismi del contropotere proletario, dei comitati di lotta di zona, per un percorso rivoluzionario.

salvo,  febbraio 2015

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2 risposte a La demonizzazione del “sabotaggio”. Si sta preparando il terreno allo scontro classe contro classe senza mediazioni

  1. gianni landi ha detto:

    Gianni Landi Ottima ricostruzione delle lotte operaie, dei metodi di lotta praticati , della complicità di Partiti e Sindacati con il “padronato” e le proposte minimali (logistica ed occupazione delle case) per riprendere lo scontro di classe, ma penso che il documento di Contromaelstrom non tenga conto dello svuotamento delle fabbriche esportando la produzione in Nazioni più convenienti per il Capitale; l’importazione di prodotti a basso costo da paesi come la Cina, l’India ed in generale da paesi più arretrati dove la manodopera non costa niente; non tiene conto del lavoro precario, della flessibilità, della accettazione da parte dei lavoratori di qualsiasi condizione di rapporto col datore di lavoro per sopravvivere. Il mio può essere un discorso pessimista, ma non riesco a vedere obbiettivi concreti per uscire da questo “stallo”.

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