Carcere: privatizzazione e altre brutture…NON domandate MAI a un carcerato se preferisce soffrire la galera di stato o quella privata

Alle cronache consuete delle oscenità che mostra oggi il carcere: suicidi, autolesionismo, corpi stipati l’un sopra l’altro, malattie non curate, malattie prodotte dal carcere, diritti calpestati, ecc., se ne è aggiunta un’altra. Il carcere in mano ai privati?

Dalla lettura, secondo me un po’ affrettata, dell’articolo 44 del famigerato e recente “decreto liberalizzazioni” del governo Monti molte persone hanno immaginato che il barcone penitenziario italiano fosse alfine arenato sulle coste californiane prendendo di queste (e degli altri 49 stati Usa) i caratteri totalmente mercantili della detenzione del popolo delle carceri. L’“espiazione” e la “rieducazione” negli Usa sono da tempo una merce che viene scambiata tra stato e imprese specializzate nel tenere i detenuti in proprie carceri per poi restituirli alla società “riabilitati”, per il tempo stabilito nella condanna, e più a lungo possibile, perché appunto il carcerato produce profitti per l’impresa.

Criticare il “decreto Monti” è opera meritoria, ma non si può attribuirgli scelte che non ha fatto.

L’“espiazione”, la “rieducazione” nel carcere italiano, rimangono esclusiva prerogative dello Stato. E questo non è un sollievo per le 68mila persone stipate in quelle maledette celle. E non lo sarebbe nemmeno la notizia di carceri private.

L’articolo 44 del “decreto privatizzazioni” dà piena attuazione alle procedure in materia di finanza del progetto (project financing) previste dall’articolo 153 del decreto legislativo 12 aprile 2006 n.163, varato, un mese prima di dimettersi, dal duo Berlusconi-Castelli, che attiene al business penitenziario più che alla condizione dei vita e di morte di chi sta dall’altra parte del muro.

Il regolamento penitenziario, e quindi i tanti doveri e i pochissimi diritti, per di più calpestati, dei detenuti rimangono competenza dello Stato. Cosi come dello Stato è la responsabilità del sovraffollamento record, dei suicidi e delle morti per mancata assistenza, del blocco delle misure alternative, delle condizioni di degrado e di tortura cui vengono sottoposti quelli e quelle che stanno dall’altra parte del muro. Responsabilità dello Stato e di tutti noi.

Per l’esattezza, all”articolo 44 del “decreto privatizzazioni” si legge:

Al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri, si ricorre in via prioritaria alle procedure in materia di finanza di progetto. È riconosciuta a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, a esclusione della custodia, determinata in misura non modificabile al momento dell’affidamento della concessione. È a esclusivo rischio del concessionario l’alea economico-finanziaria della costruzione e della gestione dell’opera. La concessione ha durata non superiore a venti anni”.

Dunque le imprese cercheranno i soldi presso le banche, costruiranno e arrederanno le carceri e le affitteranno allo Stato che le riempirà all’inverosimile di corpi di uomini e donne. Lo Stato, con i soldi nostri, pagherà, a questi privati, un affitto per 20 anni, col risultato che il costo finale sarà di molto superiore a quello per la costruzione del penitenziario. E le imprese private, amici degli amici, faranno affari d’oro.

La frase: “a esclusione della custodia” sta a significare proprio che la gestione dei detenuti rimane allo Stato, che per mezzo dei suoi carcerieri: guardie, direttori, educatori, psicologi… rieducherà i peccatori.

Parlare male del carcere è cosa è buona e giusta e da fare spesso, ma per favore NON chiedete mai a un detenuto se preferisce soffrire e morire nel carcere pubblico o in quello privato... potrebbe diventare sgarbato… ve lo dice uno cui il carcere ha rubato 30 anni della propria vita.

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Nella foto a fianco vedete le finestre del carcere di Regina Coeli a Roma schermate da una specie di serrande di ferro che impediscono ai detenuti di guardare in basso e… soprattutto di “non essere guardati da fuori”…  In gergo carcerario si chiamano “gelosie“.

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