E’ l’ora più odiata!

Ferro sbattuto, ferro percosso da altro ferro, ferro colpito e scagliato contro ferro. È la voce del carcere che rompe il silenzio notturno e ti aggredisce come un tormento. Lo conosci, ma ogni mattina ti fa sobbalzare, trasalire e scuotere; ma non riesce a svegliarti. Sei frastornato e resti intorpidito perché sai che il tempo del sogno è finito. Inizia la mattina, l’ora più odiata della giornata carcerata. Devi abbandonare il sogno che pure ti ha tenuto compagnia e ti ha fatto dimenticare la cella e il carcere.

Cerchi di rincorrere il sogno mettendo la testa sotto al cuscino, ma ti risuonano nelle orecchie le parole: «.. inutile mettere la testa sotto la coperta o sotto il cuscino, non puoi nasconderti dal carcere, il carcere ti viene a cercare, ti scova, tanto vale andargli incontro. Scontrarsi con le sue regole assurde, con i suoi ritmi incomprensibili è un modo per tenerlo a distanza, per evitare che ti entri dentro».

Ti assale la paura e lo spaesamento. Dove ti trovi? La dormita non ti ha riposato, ti ha disorientato. Ora lo sfinimento nasconde quella realtà che non vuoi accettare, la tua presenza in carcere. Ritardi il ritorno alle ordinarie cadenze dei rituali del carcere, il rientro in quella che viene definita “regolarità della vita carceraria”; la trovi insopportabile e disgustosa. È una regolarità prodotta dall’accanimento del battito dei ritmi carcerati come un rituale smarrito e fuori posto.

È un’incognita che disegna la separazione del sogno dalla consueta monotonia del tempo carcerato. Nel distacco il corpo tende a spezzarsi per adeguarsi a ciascuno di questi momenti del ritorno alla regolarità.

Umiliazione e annientamento modificano il modo con cui osservi la realtà in cui sei costretto e le persone che con te la condividono. Con stupore, inizialmente, incredulità e poi curiosità. Allo stesso modo osservi i luoghi, che luoghi non sono, ma ambienti apparenti di una regolamentazione totale.

A questo punto ti assale un sapore sgradevole, simile a quello che provavi quando affittavi parte consistente della tua giornata a un imprenditore in cambio di una manciata di denaro.

«Lo sfinimento finisce per farmi dimenticare le vere ragioni della mia permanenza in fabbrica, rendendomi quasi insuperabile la tentazione più forte che questa vita comporta: quella di non pensare più, solo e unico modo per non soffrirne». [Simone Weil- diario di fabbrica- in La condizione operaia, pag. 53]

«Per poco non mi sono spezzata. Per poco il mio coraggio, la coscienza della mia dignità sono stati quasi distrutti durante un periodo il cui ricordo mi umilierebbe»; [idem, p.114-]

Riuscirai a tornare al punto della realtà che hai lasciato? Tornerai a essere come prima? Domande che non avranno una risposta!

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