Riflessioni sui riti commemorativi del 25 Aprile e 1° Maggio: la storia è già stata riscritta e revisionata

Tante le parole usate in questi riti commemorativi. Io mi ritrovo con chi ha difficoltà ad accettare tali rituali. D’accordo, lo sappiamo, i riti hanno svolto un ruolo importante nella costruzione dell’identità di chi popola le nazioni contemporanee, però…!

Abbiamo ascoltato parole consumate dagli anni e parole nuove fatte con materiali ordinari, scadenti, ma anche parole impetuose come “Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva”; parole dette dal capo dello stato il 25 aprile, e poi, di seguito, solide parole di monito volte a condannare “interessate riscritture della storia”.

Partiamo da qui, parole di ammonimento e di esortazione; ma c’è un fatto: la storia è stata già riscritta, ci sono già state profonde e “interessate riscritture storiche” che hanno smantellato l’impianto storico su cui si reggeva la nuova repubblica, secondo gli intendimenti di chi ha fatto la resistenza e di chi ha scritto la Carta Costituzionale e che dovevano definire la nostra identità collettiva.

Non possiamo far finta di niente, sottovaluteremo la propagazione odierna di linguaggi, di atteggiamenti e di culture che stanno intensificando comportamenti razzisti. E li vediamo chiaramente! Abbiamo il dovere di precisare il periodo e gli artefici di questa riscrittura, analizzare le cause del revisionismo storico, quello che c’è stato e che si è diffuso ovunque, dalla scuola, ai media, alla comunicazione, al linguaggio, alla cultura, ecc. Dobbiamo individuarne gli artefici, i complici, ma anche chi li ha lasciati fare, chi ha chiuso un occhio e anche tutti e due. Da questa conoscenza iniziare a combattere tutto ciò per sconfiggerlo. Altrimenti è inutile mettere in fila belle parole cui è stato sottratto il senso originale e resistente.

Provo a dare qualche contributo, nella convinzione che altre e altri riprendano e amplino la ricerca per arrivare, in poco tempo, a fare chiarezza e a farla finita con l’oscurantismo capitalista.

* l’assedio revisionista è iniziato quando ha preso piede quella cultura un po’ citrulla che si è prodotta negli anni Ottanta, ben definibile da una amabile vignetta Altan: “Dopo il freddo degli anni piombo, godiamoci il calduccio di questi anni di merda“.

*oltre alla privatizzazione dei servizi, alla drastica riduzione del welfare, c’è stato anche una privatizzazione della memoria, talmente forte che quella collettiva è stata travolta dal groviglio di memorie particolaristiche.

*La pervasività dei media, quelli conosciuti come grandi costruttori di identità e di verità e quelli “minori” che si sono affiancati: i social network. Questi ultimi si sono ritagliati il ruolo attuale dimesso e vago proprio perché hanno preso piede in un periodo in cui regnava il misero ritorno ai triti e ritriti sentimenti familisti e individualisti sospinti alla banalizzazione di aspetti complessi della realtà. Questo intreccio di fattori ha piegato anche le complesse ricostruzioni storiche, fino ad allora garantite, fino a sbianchettarle, farle scomparire. Così si è prodotto un coacervo di ricostruzioni commisurate più al convenzionale e banale senso comune, alle mode propagandate dai media, agli stereotipi e luoghi comuni che non al senso dell’appartenenza collettiva. Un linguaggio qualunquistico si è dunque affermato, più simile al fanatismo sportivo, che è andato di pari passo all’affermazione di ideologie politiche altrettanto banali. Una sorta di dittatura delle banalità, un tempo patrimonio dei bar degli avvinazzati.

*La nuova moda revisionista fatta di stereotipi ha cercato prima di far velo alla ricerca storica, complessa e laboriosa per poi sostituire del tutto le ricostruzioni storiche degli avvenimenti, anche di quelli che avevano un portato tragico. Il giudizio storico è stato progressivamente soppiantato da un paradigma vittimario che si è sovrapposto al dibattito storico, anche acceso e polemico intorno a fenomeni complessi, per confezionare una strana e per certi versi imbarazzante e confusa competizione tra le vittime alla ricerca di quelle che potevano attribuirsi, con giravolte ardite, un grado di sofferenza superiore alla altre. Un garbuglio che fa titolare allo storico Giovanni De Luna un libro che mette bene in chiaro questi passaggi: “la repubblica del dolore”.

*È stato, ed è in corso, il trionfo della memorialista e il calo delle riflessioni storiche con conseguente diminuzione, fino alla loro scomparsa, delle responsabilità di governi, istituzioni, partiti e di strategie politiche per la non riproduzione della banalità del male.

*L’ideologia vittimaria ha prodotto la moltiplicazione delle associazioni dei parenti delle vittime, di tutte le vittime. Da quelle della seconda guerra mondiale con al centro la tragedia della shoah, passando per le stragi degli anni Settanta, fino ai fenomeni più recenti.

Tutto si tiene con questa ideologia: la totale assenza di un qualsiasi rapporto col passato dei grandi partiti che da allora governano questo paese (ma non solo), il partito di Berlusconi che ha iniziato il processo revisionista inserendo personaggi reazionari nei media e nelle istituzioni, il partito democratico che ha seguito pedissequamente e il movimento 5stelle che… lo vedete da voi, fino alla Lega che per inventarsi un passato ha dovuto fare un salto indietro di quasi 900 anni; alla fine è arrivata la galoppata frenetica del legislatore per istituire “giornate della memoria” o “del ricordo” di questi o di quelli:

* 27 gennaio “giorno della memoria” per le vittime della Shoah e deportazione; 10 febbraio “giorno del ricordo” per le vittime delle foibe, ribaltando la conoscenza storica faticosamente elaborata nell’immediato dopoguerra grazie alla collaborazione di chi era presente e agente, combattente e civile, in quel periodo; 9 novembre “giorno della libertà” per festeggiare l’abbattimento del muro di Berlino, dimenticando che da allora i muri si sono moltiplicati ed estesi; 9 maggio giorno delle vittime del terrorismo, senza individuare quale terrorismo, né precisare il senso di questa parola e a chi attribuirla; 12 novembre “ricordo delle vittime” militari e civili delle missioni internazionali per la pace, ma erano veramente per la pace?; 4 ottobre “giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse”, che entra clamorosamente in contrasto con quella di prima; il 2 ottobre “festa dei nonni” forse per equilibrare il “giorno della mamma” e “del papà”; e ancora la giornata delle “vittime della criminalità”; così come a quelle “della mafia”, fino alle “vittime del dovere”; non potevano mancare le “vittime dei gulag sovietici”; ma anche le “vittime del comunismo”; e perché no le “vittime dell’incuria dell’uomo e delle calamità naturali”; e ancora le “vittime della libertà religiosa” e tante altre che non ricordo, ma potranno essere aggiunte da chi ne conserva memoria. Non si è riuscito a istituire il “giorno della memoria in ricordo delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana”, queste no!, nemmeno in questo prosperare di giornate delle vittime, quelle del colonialismo italiano continuano a non avere voce… e così sia!

Questo è solo l’inizio di un lungo ragionamento, che spero si diffonda e interessi la gran parte delle giovani generazioni, in modo che possano affrancarsi dalla sudditanza a una evidente omologazione dei consumi e degli stili di vita, decisi da altri.

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