Il Consiglio d’Europa assolve l’Italia sullo stato delle carceri

Il Consiglio d’Europa assolve l’Italia sullo stato delle carceri.                              Ma dalle galere non giunge alcuna assoluzione!

Dunque nelle carceri italiane si “sta bene”! Lo dice il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che “accoglie positivamente l’impegno delle autorità italiane a risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri in Italia e i risultati significativi ottenuti in questo campo, attraverso le varie misure strutturali adottate per conformarsi alle sentenze”.

cella2Non sono dello stesso avviso gli oltre 60mila detenute e detenuti rinchiusi a forza nei 206 istituti penitenziari, come vengono definiti le infami galere italiane. È stato sufficiente al governo ridurre di 5, 6mila il numero delle presenza per avere la benedizione di istituzioni che dall’alto del nome altisonante di cui si fregiano: “Corte europea dei diritti dell’uomo”, hanno deciso che nelle galere italiane ci si può stare.

Non ci vogliono stare però le detenute e i detenuti, lì dentro. E cercano di liberarsi dalla galera. E urlano di rabbia. Un grido non ancora così forte da cambiare la realtà.

È un grido di rabbia che cerca solidarietà, che chiede un sostegno per riorganizzare un “movimento dei detenuti e detenute” che è il solo strumento per combattere il carcere e ogni altra struttura di distruzione umana e di privazione della libertà.

Sostegno e solidarietà i detenuti e le detenute lo chiedono esplicitamente a quei movimenti che delle libertà hanno fatto il loro vessillo e le loro battaglie.

Ecco così serviti tutte e tutti coloro che ci credevano e che facevano e fanno affidamento cellanelle istituzioni, stavolta istituzioni internazionali, per la difesa dei diritti e degli interessi degli ultimi, dei “dannati della terra”. Non è da quelle parti, dalle istituzioni vicine o lontane, che può venire la soluzione ai problemi di quei settori sociali sempre più espulsi da lavoro, esclusi dal reddito e inseriti nelle attività extralegali.  Sono il costo umano della deportazione di massa, stante i livelli di disoccupazione giovanile che si avvicinano al 50%. Un’offensiva del capitale che ha i numeri della guerra di classe, confermata dal duro ma non inaspettato inasprimento della repressione nei confronti di chi si riappropria collettivamente di un tetto e di chi lotta sul lavoro e nella strada.

Cadono, via via tutti i veli che sono riusciti, negli anni, a nascondere la ferocia dello sfruttamento capitalista. Ora, di fronte a questa aggressione, sta a noi decidere. Dovunque ci troviamo: in carcere o nelle tante forme di sfruttamento che ci impongono oppure nei territori devastati dalla speculazione, sta a noi decidere se continuare a subire o alzarsi in piedi e affrontare il nemico.                      

Qualunque faccia ci presenti.

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