Ad Aversa un museo degli orrori

Non sono orrori di qualche film di fantascienza, nemmeno di pratiche perverse risalenti a tempi oscuri o territori lontani. È l’armamentario che ancora oggi si utilizza nei 6 manicomi criminali (Opg) ancora in funzione in questo “bel paese”. Pratiche infami proposte consapevolmente dalle classi dirigenti, orrori che fanno parte della nostra cultura di base, della nostra costituzione materiale, del nostri valori condivisi (condivisi della stragrande maggioranza di questa popolazione). Orrori di cui siamo tutti e tutte responsabili, baluardi della nostra “sicurezza”!

Si vedono pesanti catene di ferro, apparecchi coercitivi simili a strumenti per la tortura e le macchine per l’elettroterapia, il famigerato elettroshock. Sono strumenti  conservati in un museo nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa “Filippo Saporito”, in provincia di Caserta, che mostra a cosa vanno incontro i detenuti considerati “pazzi”.

La documentazione fotografica mostra decine di facce archiviate secondo la casistica delle teorie lombrosiane, diffuse nei primi anni del manicomio di Aversa, attivo dal 1876. L’ospedale, uno dei 6 sparsi per tutta Italia, che rinchiudono oltre 1500 persone, è stato più volte criticato per le condizioni disumane in cui vengono tenuti i prigionieri (“pazienti”) con un altissimo numero di suicidi e di “morti sospette”.

Attualmente a Aversa ci sono circa 190 reclusi, quasi tutti per piccoli reati, alcuni addirittura ufficialmente liberi ma che non hanno altro posto dove andare. C’è la speranza che il governo mantenga la sua parola che ha deciso che entro il 31 marzo 2013 gli ospedali psichiatrici giudiziari dovranno chiudere e tutti i detenuti trasferiti in strutture sanitarie regionali.

Guarda  qui  il video degli orrori

Breve storia della nascita dei manicomi giudiziari

Le drammatiche condizioni in cui versavano le carceri del Regno d’Italia, promiscuità e affollamento, violenze quotidiane, ed anche la pressione della corporazione medica, fecero da catalizzatore per l’affermazione della presunta “nuova scienza” che giungeva dalla Francia. L’ «Antropologia criminale» con i suoi esaltati esperimenti d’oltralpe convinse i vertici della giustizia italiana di mettere mano a un progetto legislativo che autorizzasse, anche in Italia, l’apertura di manicomi criminali. Gli «antropologi criminali» assicuravano la società che questi istituti avrebbero risolto il problema della delinquenza e garantito la difesa della società, perché – affermavano – il delinquente è un anomalo, affetto da malattia mentale e, in quanto tale, oggetto di custodia, emarginazione e cura e non di semplice repressione

Il primo manicomio criminale a nascere fu Aversa nel 1876                                            Nel 1876, il direttore generale degli Istituti di prevenzione e pena, Martino Beltrani Scalia, con un semplice atto amministrativo inaugurò la Sezione per “maniaci” presso l’antica casa penale per invalidi di Aversa, ospitata nel convento cinquecentesco di S. Francesco di Paola, adibito a luogo di culto fino al 1808. La Sezione per “maniaci”, la cui direzione fu affidata a Gaspare Virgilio (dal 1867 chirurgo delle case di penali per invalidi di Aversa), rappresentò il primo esempio di quegli istituti che qualche anno dopo furono denominati manicomi giudiziari, sperimentando così quegli “stabilimenti speciali per condannati incorreggibili”. La sezione accolse un primo nucleo di 19 pazzi criminali.  In origine, e per diverso tempo, la sezione per “maniaci” accolse non solo i prosciolti per infermità mentale che presentavano un grado di pericolosità sociale, ma, soprattutto, soggetti impazziti durante la detenzione o detenuti in attesa di perizia. Nel 1907 la direzione del manicomio di Aversa passò a Filippo Saporito, alienista già allievo di Virgilio, mentre il nucleo iniziale dell’istituto andava ampliandosi inglobando alcuni edifici circostanti.

Montelupo Fiorentino 1886
Nel 1878 si svolse ad Aversa il secondo congresso della Società Freniatrica Italiana, durante il quale fu sollecitata l’istituzione dei manicomi criminali in tutto il territorio nazionale, richiesta ribadita anche nel successivo Congresso tenutosi nel settembre del 1881 a Reggio Emilia, i cui partecipanti chiesero che fosse approntato un apposito progetto di legge, di fatto presentato nell’aprile del 1884. Constatato che la sezione per maniaci di Aversa non era in grado di accogliere i pazzi criminali di tutto il Regno, e preso atto dell’elevato costo che il trasferimento di detenuti provenienti dalle regioni del centro e del nord della Penisola comportava, fu proposta l’apertura di un altro istituto situato in una località del centro Italia, salubre e abbastanza isolata da non arrecare disturbo agli abitanti del territorio. La scelta dell’edificio che avrebbe ospitato il nuovo istituto cadde sull’antica Villa Granducale dell’Ambrogiana di Montelupo Fiorentino, (centro che dista circa venticinque chilometri da Firenze) la cui costruzione risale al XVI secolo su progetto del Buontalenti. Situata a poca distanza dalla ferrovia comunicante con i principali snodi ferroviari, la sede offriva il vantaggio di consentire un rapido trasporto di detenuti da ogni carcere del Regno. L’antica Villa Medicea, per adeguarsi alle esigenze del nuovo uso, subì quindi delle modifiche. I lavori furono eseguiti in economia, utilizzando la mano d’opera di detenuti. Il nuovo manicomio criminale di Montelupo Fiorentino fu inaugurato il 12 giugno 1886.

Reggio Emilia 1892
Un terzo manicomio giudiziario entrò in funzione a Reggio Emilia. Ospitato in un vecchio convento del XVI-XVII secolo, un massiccio edificio a pianta quadrata, chiamato La Casa delle Missioni, situato nel centro storico della città, fu prima adibito a carcere per condannati affetti da vizio parziale di mente, quindi a manicomio giudiziario. Nel 1925 furono costruiti quattro padiglioni a un piano rialzato, disposti a quadrato, destinati a Sezione per minorati psichici. Nel 1991, a causa della fatiscenza della struttura, l’ospedale psichiatrico giudiziario è stato trasferito in un nuovo edificio.

Napoli S. Eframo 1923
Situato nel pieno centro di Napoli, la sede del quarto manicomio giudiziario fu un antico convento dei Padri Cappuccini già adibito a carcere giudiziario per adulti fino al 1920 e successivamente sede del primo istituto speciale per minorenni. Promotore e primo direttore fu il prof. G. De Crecchio. Giunto al carcere di S. Eframo nel 1912, con l’incarico di analizzare lo stato mentale di quei detenuti che presentavano disturbi psichiatrici o nervosi – allo scopo di accertarne la reale patologia o scoprirne l’intento simulatorio – De Crecchio istituì una apposita Sezione Antropologica e Medico-Legale, dove venivano inviati reclusi da tutto il regno. Nel 1921 la Sezione Antropologica Medico-Legale si trasformò in Infermeria Psichiatrica delle Carceri di Napoli e, infine, con decreto ministeriale del 1° luglio 1923, fu istituito il manicomio giudiziario di S. Eframo.

Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) 1925
Il manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, fu istituito con legge del 13 marzo1907. L’inaugurazione avvenne il 6 maggio 1925, alla presenza del ministro Guardasigilli fascista Alfredo Rocco e numerose autorità. Successivamente, con D. M. del 10 giugno 1945, al manicomio fu annessa una sezione per minorati psichici e con D. M. 1° febbraio 1969 una Casa di cura e custodia. Nel 1952, con disposizione ministeriale, fu istituito un centro clinico diagnostico per detenuti della Sicilia e della Calabria.

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Una risposta a Ad Aversa un museo degli orrori

  1. sabatino catapano ha detto:

    niente da aggiungere sono semplicemente inorridito……..grazie Natale per questa interessante controinformazione

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