80 persone più ricche detengono la stessa ricchezza di 3,5 miliardi degli ultimi!

Tumultuose manifestazioni scuotono diverse regioni del mondo. Regimi di tutti i tipi vengono scossi da rivolte e proteste. Non c’è angolo di questo pianeta che non sia investito da quest’onda di scontri impetuosi, violenti, intensi. A un osservatore superficiale potrebbe sembrare una campagna di sollevazione sociale preparata e diretta da qualche centrale politica.
Invece no! La caratteristica dei conflitti oggi è la marcata diversità che li contraddistingue: per provenienza da settori di classe diversi, per diversa composizione, diversi per età, diversi per obiettivi immediati.
I contenuti di queste proteste esprimono una forte critica contro regimi sociali che fanno riferimento a diverse ideologie, a volte opposte. Le proteste si scatenano contro l’ordine esistente in quel momento e in quell’area, quale esso sia; puntano a cambiamenti sostanziali; anche questi molto diversi tra loro, con una prospettiva spesso opposta di cambiamento ancorata a un diverso progetto che a volte è assente.
Dovrà pur esserci un filo rosso che tiene insieme tutti questi tumulti? Oppure no?
Riflettere sugli obiettivi immediati, quelli esplicitati e quelli taciuti, per poi soffermarsi sugli aspetti di più lungo termine, non è facile. Come non lo è trovare punti in comune, se non elementi di una profonda insofferenza e di un malessere esplicitato nel linguaggio di cui ciascun conflitto si dota, spesso non in maniera pacifica, né ordinata, né prevista. Un malessere addebitato alle scelte che quel regime ha fatto e a ciò che non ha fatto.
Un dato però salta agli occhi: le forme di questi conflitti sono, più o meno, le stesse. Quasi tutti veri e propri tumulti o rivolte e ci costringono a riflettere. Allo stesso modo fa riflettere il tentativo delle polizie di fermarli o almeno arginarli con metodi e tattiche molto simili. Qualcosa vorranno dire questi elementi comuni? Se non altro cancellano la sensazione diffusa che l’ordine esistente non sia scalfibile, e cacciano via il senso di impotenza prodotto dalla sfiducia instillata nell’azione collettiva.
Pur nella marcata diversità, sono convinto che cercar di capire le cause di questi conflitti, le loro origini e il percorso che stanno facendo è compito non rinviabile. Il conflitto è un’azione di massa che toglie i veli che coprono le contraddizioni e le mettono a nudo, cancellando le certezze sull’ordine ormai consolidato.
I media a nulla ci aiutano a capire. Spesso aumentano la confusione con racconti ideologizzati, squallidi e infelici come e più di prima. Quelli succubi dell’ideologia anticomunista, ad esempio, attribuiscono alle sommosse di Hong Kong un significato di “movimento per la democrazia” così alle sommosse in Iran, al contrario si definiscono come sfasciacarrozze o Black Block quei movimenti dentro l’area europea come i Gilet Gialli e i No Tav . Anche se poi fanno le stesse cose. Come si fa ad attribuire ad alcune bottiglie molotov, o bombe incendiarie o sampietrini la qualifica di “democratici” e ad altri no? Imponendo loro una definizione contraria? E ancora, come si fa a stupirsi per la polizia che rudemente sgombera una università occupata, quando di questi sgomberi, nei nostri lidi, ne abbiamo visti a dozzine; oppure stupirsi del divieto a manifestare col volto coperto quando in questo felice paese esiste fin dal 1975?: [“Chi, nel corso di un corteo, indossa sciarpe, cappucci o caschi in modo da coprire in tutto o in parte il volto commette reato” (Art. 5 L. n. 152/1975.)]. Ma anche da parte nostra non dobbiamo giudicare né definire rigidamente i movimenti, poiché sono spesso aggregati eterogenei. Né ignorare quei movimenti che riteniamo contrari ai nostri progetti, ricordiamo quanto è costato all’Unidad Popular di Allende nel Cile del 1973 aver sottovalutato gli scioperi dei camionisti e i cazerolados delle signore della borghesia cilena che chiedevano a piena voce un golpe, che poi c’è stato.
I media condannano il contegno riservato dalla polizia ai manifestanti, in un certo paese ed esaltano lo stesso contegno nei paesi le cui classi dirigenti sono in sintonia con le classi dirigenti di qua. Eppure, lo ripetiamo, questi comportamenti sono molto simili. Noi da queste parti ne abbiamo fatti e visti di scontri con la polizia, utilizzando tutto quello che si poteva utilizzare; ne abbiamo occupate di università, ne abbiamo visti di drappelli di poliziotti circondarci per stanarci da quegli edifici, abbiamo visto anche la polizia sparare e torturare come a Genova nel 2001.
Lasciamo da parte, dunque, le stupidità dei media e scrutiamo attentamente queste tumultuose manifestazioni per capire a cosa potranno portare, pur avendo progetti opposti. È questo un compito imprescindibile di oggi per le compagne e i compagni.
Una cosa la possiamo dire: ecco, di nuovo, esplodere la lotta tra le classi in maniera ben visibile, nel suo ambiente di elezione: la piazza! In maniera violenta perché tali sono i rapporti tra le classi. La ripresa del conflitto di classe e le forme accese del conflitto oggi lo rendono osservabile, nonostante lo sforzo dei media di nasconderlo o snaturarlo.
Vediamole in modo sintetico:
Bolivia – In Bolivia proseguono le proteste della popolazione che si oppone al golpe della destra appoggiata dagli Usa. Il bilancio provvisorio di arresti e feriti è in continua crescita, così anche le morti. La Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) ha affermato che l’alto numero di vittime, in prevalenza indigeni, è frutto della “repressione combinata di forze di polizia e dell’esercito”.
Cile – L’emblematica Plaza Italia, nel cuore della capitale, è stata nuovamente teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza. La contestazione sociale è entrata nel secondo mese e non accenna a diminuire.
Libano – Morti e feriti, ponti e strade bloccate, cassonetti di immondizia e copertoni di auto incendiati, sotto attacco è il governo ma si notano volontà di un cambiamento radicale.
Francia – Il 17 novembre, a un anno dal loro inizio, sono ripresi gli scontri a Parigi fra gilet gialli e polizia, qualche barricata e transenne in fiamme a place d’Italie Assaltata a Parigi una sede della banca Hsbc, in avenue d’Italie, da un gruppo di manifestanti. Le forze dell’ordine hanno lanciato gas lacrimogeni per disperdere i violenti.
Iran – Le proteste scaturite dal caro benzina, si sono estese in molte città. La polizia ha sparato, ucciso e arrestato.
Iraq Dallo scoppio delle proteste contro il governo, al quale vengono rinfacciati corruzione, carenza di lavoro, servizi disastrati e politiche repressive, sono oltre 320 i morti.
Cina – Da mesi la protesta non cessa a Hong Kong e i manifestanti “pro-democrazia” si sono scontrati molto violentemente intorno al Politecnico di Hong Kong (comunemente chiamato PolyU); la polizia ha fatto irruzione: scontri nel campus e nei dintorni.
Myanmar – Scontri violentissimi tra ribelli della minoranza musulmana Rohingya e forze di sicurezza birmane.
Pakistan – Violenti scontri in Pakistan, dopo l’intervento della Polizia per mettere fine alle manifestazioni tra Islamabad e Rawalpindi per chiedere le dimissioni del Ministro della Giustizia, Zahid Hamid. La violenza, diffusasi anche in altre città, ha costretto il Governo a ricorrere all’intervento dell’Esercito. Si è riaccesa la rivolta del Kashmir, ancora in pieno svolgimento nonostante le incoraggianti iniziative di pace, è iniziata nel 1989 ed ha sempre rappresentato una guerra per procura tra i due colossi asiatici Pakistan e India (che dispongono anche di testate atomiche).
Burkina Faso –Da una parte nel paese africano ci sono le proteste sociali contro il governo, ultime quelle contro l’aumento del prezzo del carburante (+12%), con i protestanti ribattezzati “camicie rosse” sulla scia dei gilet gialli francesi.
Curdi – Dopo la dura battaglia per sconfiggere l’Isis, i curdi del Rojava si sono visti aggredire dall’esercito turco, che vuole ricacciarli indietro di molti chilometri. Il ritiro dell’aviazione Usa ha consentito alla Turchia di avere mano libera.
Sud Sudan – Il cessate il fuoco non tiene e la situazione è ormai fuori controllo nella capitale Giuba e nelle altre zone del Sud Sudan che sono in guerra da dicembre 2013.
E altri come: Ecuador, Haiti, Honduras, Argentina, Perù, Puerto Rico, ecc. ecc.
Movimento Femminista – La ripresa dcl movimento femminista, ancorato alla battaglia contro la violenza che le donne subiscono dagli uomini, si propone di abbattere la cultura patriarcale, di cui si ciba il capitalismo. È quindi un movimento esplicito contro il capitalismo e l’attuale ordine; un movimento che è sempre più presente in ogni angolo della società e in ogni parte del mondo.
Conflitti mai cessati
Aceh è una provincia autonoma dell’Indonesia, situata nell’estremità settentrionale dell’isola di Sumatra. Dal 1976 è teatro di una guerra tra i ribelli del Movimento Aceh Libero (GAM) e l’esercito indonesiano. I morti, secondo le fonti più accreditate, sono almeno 12mila, ma altre fonti parlano di 50mila, o addirittura 90mila.
Afghanistan Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Twin Towers ed il Pentagono. La reazione degli USA i dei loro alleati è stata di abbattere il regime del Mullah Omar e dei Talebani, accusati di nascondere Bin Laden. Nonostante la morte del leader talebano, il conflitto procede da 17 anni, e i morti sono più di 110.000, la maggior parte dei quali civili.
Burundi – Non è cessata la guerra tra le due maggiori componenti etniche del Burundi, i Tutsi e gli Hutu, iniziato nel 1993, ha provocato almeno 300.000 morti ed un milione di sfollati. Dopo un’interruzione nel 2004, sono ricominciate le guerre civili etniche.
Colombia – Da quasi quarant’anni la Colombia è sconvolta da una sanguinosa guerra civile tra governo, paramilitari e gruppi ribelli di estrema sinistra. All’origine di questo conflitto (300.000 morti) vi è una enorme disparità sociale tra classi dirigenti e popolazione che ha riproposto lo scontro nonostante la tregua recente.
Congo R.D. – Una “Guerra Mondiale Africana”, come è stata definita, che vede combattere sul territorio congolese gli eserciti regolari di ben sei Paesi per una ragione molto semplice: il controllo dei ricchi giacimenti di diamanti, oro e coltan del Congo orientale. Almeno 350mila le vittime dirette di questo conflitto, 2 milioni e mezzo contando anche i morti per carestie e malattie causate dal conflitto.
Filippine – Dal 1971 i musulmani di Mindanao hanno iniziato una lotta armata per l’indipendenza dell’isola. La guerra tra l’esercito di Manila e i militanti del Fronte di Liberazione Islamico dei Moro (MILF) ha causato fino ad oggi 150mila morti.
Yemen – La situazione politica dello Yemen, attualmente il Paese più povero del mondo, è molto complessa. Da una parte, vi è un conflitto  tra i ribelli sciiti Houthi e il governo di Abed Rabbo Mansour Hadi, appoggiato dall’Occidente e dell’Arabia Saudita (sunnita) per evitare che una vittoria dei ribelli possa portare a un rafforzamento della minoranza sciita nel territorio saudita.
Israele-Palestina – Un lungo conflitto, che affonda le sue radici nel dopoguerra, il 14 maggio del 1948, quando Ben Gurion dichiarò l’indipendenza di Israele, dopo la decisione delle Nazioni Unite di dividere la Palestina in uno Stato arabo e in uno Stato ebraico. Dopo oltre mezzo secolo di guerre e di patti storici falliti, di atti terroristici e di speranze di pace andate in fumo, la colonizzazione dei coloni israeliani di territori palestinesi continua senza sosta.
Libia – Nel 2014 è scoppiata una seconda guerra civile tra due coalizioni. I morti sono più di tremila, e la guerra civile non sembra fermarsi.
Nepal – I guerriglieri del Nepal sono in lotta contro la monarchia costituzionale del re Gyanendra (creduto l’incarnazione del dio Visnhu) dal 1996. Sono 8.000 le vittime in tutto l’arco del conflitto. Scontri a fuoco, rapimenti, attentati e estorsioni avvengono quotidianamente.
Siria – Dal 2011 la Siria è dilaniata da una guerra civile con diverse forze in campo, tra cui l’Isis e la Turchia.  Secondo alcune stime, i morti finora sarebbero molti più di 300.000.
Somalia – Dopo l’uscita di scena del presidente Siad Barre nel 1991, è iniziata una violentissima guerra di potere tra i vari clan del Paese, guidati dai cosiddetti “signori della guerra”. Una spirale di violenze che, fino ad oggi, ha provocato quasi mezzo milione di morti
Considerazioni:
Molti si erano illusi che, dopo il grande massacro della 2° guerra mondiale, le società avrebbero potuto vivere in pace. Credevano che la coesione sociale prodotta dalla democrazia potesse produrre una convivenza pacifica per far morire la dinamica sociale. Invece il conflitto si sta riprendendo il suo ruolo centrale sia nelle democrazie così come nei regimi autoritari. Il conflitto è il motore di ogni società e della storia nel suo complesso; ha in se l’energia vitale che tiene viva una nazione. Una società a lungo senza conflitto, muore!
Il Novecento ci ha presentato il conflitto in uno scenario privilegiato nel mondo del lavoro; come teatro la fabbrica, in particolare la grande fabbrica in cui si è consumata l’era della produzione di massa e si è affermato il mito del fordismo. Le condizioni di lavoro, la remunerazione del lavoro, le gerarchie e i rapporti di potere, erano la posta in gioco. La sospensione del lavoro e l’interruzione della produzione era lo strumento con cui questi conflitti venivano combattuti. Il conflitto in fabbrica era nel contempo causa ed effetto di un processo di socializzazione che aveva al centro il processo lavorativo e le esperienze di condivisione e di riconoscimento che in esso si generavano. Poi, a seguito dell’offensiva del capitale, appoggiata dalle burocrazie statali e istituzionali, il conflitto è stato gradualmente espulso dalla scena fino a non essere più l’evento campione della dinamica sociale. Venuta meno la dimensione collettiva, gli individui si sono ritrovati soli con le loro scelte di vita, spenta la fiducia nella possibilità di poter modificare collettivamente la realtà sociale secondo un disegno condiviso. il battage mediatico ha fatto sembrare irraggiungibili gli obiettivi di cambiamento sociale che la mobilitazione collettiva di ingenti masse di lavoratori si era proposta.
Dal secondo dopoguerra le centrali capitalistiche e finanziarie hanno posto le basi di un’egemonia culturale che avrebbe dovuto estirpare dal corpo delle società occidentali l’obiettivo dell’abbattimento dello sfruttamento e della disuguaglianza sociale. Hanno imposto il neoliberalismo come risultato della distruzione sistematica di tutti gli spazi e gli organismi collettivi che si erano formati nella società. Ma il conflitto, condotto anche con forme estreme, fa parte del normale metabolismo sociale, attraverso cui la società divisa in classi, trova, di volta in volta, i propri equilibri anche se parziali e transitori. Si è cercato di programmare un conflitto “regolato”. Ha funzionato finché le istanze rivendicate sono state in parte soddisfatte. Quando questo non è avvenuto il conflitto è fuoriuscito dalle “regole”, conquistando il ruolo di indicatore di problemi e contraddizioni sociali che la politica non è in grado di interpretare e dare risposta. Da tempo il sistema della rappresentanza ha perso la capacità di leggere le dinamiche sociali prodotte dai nuovi soggetti che si presentano sulla scena sociale con richieste e bisogni non previsti.
L’esplosione di conflitti forti come quelli attuali dimostra che questa ripresa è possibile in qualsiasi società, purché la condizione di vita siano vissute come insopportabili insieme alla convinzione che l’azione collettiva può cambiarle, scontrandosi con quelli che sono i difensori dell’ordine presente. Non lo impedisce il cambiamento delle basi economiche e della riproduzione sociale, più che altro sono di intralcio le basi culturali costruite sotto l’influenza dei media liberisti nelle quali gli individui costruiscono il loro progetto di vita, il loro modo di stare nella società. Questa cultura e marchingegni giuridici hanno prodotto una grande frammentazione, oggettiva e soggettiva, della società, gli individui si sono ritrovati confinati nel loro microcosmo e, poco a poco, sono stati relegati nell’egoismo individuale diventando ostili a progetti collettivi. Una cultura che ha saputo e sa nascondere la disuguaglianza dei redditi, in crescita esponenziale, dietro l’inganno che il possesso di massa di quelle merci che un tempo erano prerogativa dei possidenti, abbia avvicinato le classi. Al contrario!, il divario di classe è invece aumentato, sia durante le fasi di crescita economica, sia durante le fasi di crisi. Nella maggior parte dei paesi, tra cui l’Italia, la forbice tra ricchi e poveri è la più alta da 30 anni a questa parte. Tanto che oggi siamo arrivati che l’1% della popolazione mondiale (circa 70 milioni di individui) è più ricca di tutto il resto dell’umanità messa insieme.  80 persone si accaparrano l’equivalente di ciò che hanno i 3,5 miliardi più poveri (la metà della popolazione del globo). Per il 99% della popolazione Usa, ad esempio, la diminuzione è di 15 punti rispetto al 1980. Un trasferimento dal lavoro al capitale pari a 1.800 miliardi dollari che riporta la fetta di valore che spetta ai salariati al livello del 1920 (dati Ocse). E qualche imbecille parla di “progresso”!

Non c’è altra strada che sviluppare anche qui conflitti forti e decisi!

Questa voce è stata pubblicata in Internazionalismo, Lotta di classe - Documenti e cronache operaie e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.