Riforma collassata, lavoro negato – sempre e solo carcere!

Nel post precedente, vedi qui   , ho riportato la convocazione di uno sciopero della popolazione carcerata negli Usa con molte rivendicazioni, oltre a urlare la loro rabbia per la morte di 7 loro compagni durante una rivolta nella prigione di massima sicurezza in South Carolina (Una violenta rissa esplosa a metà aprile nella Lee Correctional Institution, carcere di massima sicurezza della South Carolina, causò la morte di sette detenuti e il ferimento di 17). I problemi nelle carceri di tutto il mondo (da 15 a 12 milioni le persone incarcerate) sono tanti e tutti dovuti al regime concentrazionario che toglie la libertà e azzera l’identità. Importante è il problema del lavoro per i prigionieri Usa e anche per quelli in Italia. Proviamo a ragionare sul tema del lavoro nelle carceri italiane, diverso da quello in vigore negli Usa.

Tra gli intenti della riforma Orlando, bocciata dalla maggioranza di governo successiva alla tornata elettorale del 4 marzo scorso che prepara una “controriforma”, comparivano delle procedure per rendere più agevole e rapido il percorso per l’ammissione alle tanto discusse pene alternative, ossia la possibilità per i reclusi di scontare le condanne non interamente in carcere ma, nella parte finale, da svolgersi all’esterno del carcere (controllo penale esterno). Va anche detto che il precedente Governo aveva avuto tutto il tempo per approvare quella riforma che avrebbe rallentato l’aumento delle persone detenute in carcere giunte alla soglia delle sessantamila (59.135 presenze di cui 19.667 non ancora condannati, rispetto a una capienza regolamentare di 50.622, quasi 9.000 presenze in più),al 31 agosto 2018. Le persone detenute in misura alternativa sono 54.255[1].  Nella riforma era previsto anchel’eliminazione del divieto alla concessione di forme attenuate di carcerazione per gli autori di particolari reati (Art.4 bis Ordinamento.Penitenziario).

La triste vicenda della defunta riforma Orlando, ci porta al tema del lavoro in carcere, perché  il lavoro in carcere, tra le tante sfaccettature che ha, è lo strumento indispensabile per accedere alle misure alternative.

La parte che il nuovo governo ha cancellato, non a caso, è quella che voleva dare piena attuazione al decreto legge 23 dicembre 2013, n.146, che intendeva ridurre le presenze in carcere in favore delle misure alternative, richiesto anche dalla CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo), così come la parte che eliminava i divieti alla concessione di forme attenuate di carcerazione per gli autori di particolari reati.

Il lavoro è anche ritenuto un mezzo efficace per il reinserimento. È su questo dogma che è sorto il carcere moderno, ovunque sia. Il lavoro, inizialmente forzato, era al centro della punizione non per produrre chissà cosa, ma per disciplinare al lavoro dipendente e subalterno quei proletari che si ribellavano.

In questo paese, grazie alla lunga stagione di lotta del movimento dei detenuti negli anni Settanta e Ottanta e ai movimenti esterni al carcere, il lavoro forzato è stato abolito nella pratica, pur essendo ancora scritto nei regolamenti. Inoltre la popolazione detenuta ha ottenuto quella rivendicazione che è il 2° punto della piattaforma dello sciopero nelle carceri statunitensi, ossia l’equiparazione del proprio salario (il termine carcerario è mercede), che era fermo al 1993, con quello dei lavoratori esterni occupati in mansioni analoghe: “La retribuzione per il lavoro carcerario deve essere circa l’85 della retribuzione prevista dai contratti collettivi attualmente vigenti”. È successo il finimondo: i sindacati delle guardie penitenziarie hanno strillato alla vergogna, al golpe, «come è possibile – urlavano – che i delinquenti abbiano le stesse retribuzioni degli onesti?». Ovviamente l’adeguamento delle mercedi ai salari esterni non è stato accettato col sorriso dai vertici del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), vi sono stati costretti oltre che dalle mobilitazioni dei detenuti, da un lungo contenzioso con le Corti italiane ed europee, altrimenti lo Stato italiano sarebbe stato condannato – ennesima condanna – per pratica “illegale” dei lavoro forzati. Una stramberia per governi che ad ogni piè sospinto inaugurano giornate della legalità.

Quello che un po’ tutti fanno finta di non conoscere è che l’attuale media oraria lavorativa di un detenuto è di un paio di ore al giorno e alcuni mesi l’anno, per alternarsi con altri detenuti. Per cui tolti i soldi del mantenimento per il vitto e l’alloggio, di recente sono pure aumentati vedi  qui , al detenuto restano intorno ai 200 euro al mese.

Tra i lavori per accedere alle misure alternative vi sono anche i lavori di volontariato, senza retribuzione, come i lavori socialmente utili o di pubblica utilità. Di questa possibilità alcune giunte, a mo’ di esempio la giunta Raggi, cercano di servirsi per risolvere problemi che non sono in grado di far eseguire a lavoratori retribuiti. Nel sistema sanzionatorio, il lavoro gratuito ha pieno titolo, perché è connesso al dogma che il reo deve restituire alla società ciò che si presume abbia tolto col suo reato. Tuttavia finché non ci leveremo il carcere di torno (lavoriamo per questo), queste attività (socialmente utili o di pubblica utilità) consentono alla persona carcerata di uscire 4 anni prima dal carcere o non entrarvi affatto, traslocando dall’aula di tribunale al lavoro senza passare per il carcere[2]. Il punto è che queste leggi, varate in fretta sotto la scure della CEDU che dopo la prima multa ne minacciava altre, vengono boicottate dalla grandissima parte delle forze politiche in parlamento e anche settori del ministero.

Dunque il lavoro forzato in questo paese non c’è più nella realtà, mentre c’è ancora negli Usa, ma solo per particolari reati gravi. Nelle carceri italiane oggi il lavoro è la principale richiesta delle mobilitazioni della popolazione detenuta, perché per la persona detenuta avere qualche euro in tasca significa mangiare cibi diversi dalla “sbobba” carceraria (l’amministrazione spende 3,75 € per tre pasti al giorno per ciascun carcerato/a) e  comprarsi quelle quattro cose necessarie in un luogo, il carcere, dove manca tutto.

Tra proteste e denunce, convegni e campagne, la popolazione detenuta che lavora è oggi arrivata ai 18.404 (31,95%) del 2017.

Tra i detenuti che lavorano alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria l’82,15% lavora nei servizi di istituto (pulizia delle sezioni, distribuzione del vitto, mansioni di segreteria, scrittura di reclami e documenti per altri detenuti), il 4,1% nelle lavorazioni, il 7,2%  nella MOF (manutenzione ordinaria delle carceri, lavori di piccola carpenteria, idraulica o elettrotecnica), il 5,1% in servizi extramurari e solo l’1,35% in colonie agricole e case di lavoro.

L’Associazione Antigone calcola che appena il 2,2% dei detenuti lavora per datori di lavoro diversi dall’amministrazione penitenziaria. Nonostante vi sia la legge Smuraglia, che permette alle imprese che impiegano detenuti di ricevere 516 euro di credito di imposta. In questo modo non solo hanno un lavoratore che costa poco e non può partecipare ad attività sindacali, ma la cui presenza consente loro di risparmiare su tutti gli altri. Prosegue Antigone: «Alcuni di questi sono in semilibertà  (766),  e altri in in art.21 (765) e dunque escono nelle ore lavorative per recarsi sul posto di lavoro. Coloro che invece lavorano per datori di lavoro esterni, ma restando all’interno del carcere sono 949, di cui 246 detenuti alle dipendenze di imprese e 703 di cooperative.  Una «schiacciante minoranza».

Ma si tratta di lavoro “vero” e dunque retribuito e contrattualizzato come richiesto dalla legge? Purtroppo no, ma difficile pensare che possa accadere diversamente. D’altronde anche sul piano lessicale, nel gergo penitenziario, chi lavora non è definito “lavoratore”, ma “lavorante”.

Il vicedirettore del DAP Luigi Pagano così ne spiega i motivi: «Spesso per le aziende far lavorare i detenuti è complesso e costoso, dunque se possono, evitano. Allo stesso modo per i detenuti lavorare è incompatibile con gli obblighi carcerari e legali della loro condizione, come l’ora d’aria o i colloqui», c’è da aggiungere i numerosi ostacoli burocratici che rendono difficile la contrattualizzazione, inoltre le lungaggini per la scelta della persona adatta per quell’impiego

Nel 1991 la percentuale dei detenuti lavoranti sulla popolazione detenuta era del 34,46, scesa al 20% nel  periodo di grande sovraffollamento e risaliti fino all’ attuale 30%.

Inoltre il budget previsto nel bilancio del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria per le mercedi dei detenuti negli ultimi anni si è ridotto del 71%: dagli 11 milioni di euro del 2010, ai 9,3 del 2011 ai 3,2 del 2012

Anche i corsi di formazione professionali sono molto carenti, la scarsa presenza non supera il 3,8% dei detenuti.

Cosa dicono le leggi: l’art. 15 dell’ordinamento penitenziario, legge 26 luglio 1975 n. 354, individua il lavoro come uno degli elementi del trattamento rieducativo stabilendo che, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurata un’occupazione lavorativa; è un obbligo che l’amministrazione Penitenziaria è ben lungi da assicurare. L’art. 20 dell’ordinamento penitenziario definisce le principali caratteristiche del lavoro negli istituti penitenziari.

Ciò che è ancor più strano in questo paese, è che all’aumento delle misure alternative, aumentate anche se di poco, non è corrisposto un calo delle presenze in carcere, che invece sono in aumento.

Va ricordato che la teoria che sostiene la necessità delle misure alternative sostiene anche un andamento tendenziale del sistema sanzionatorio che dovrà vedere la scomparsa del carcere sostituito con pene da eseguirsi all’esterno. Alcuni paesi hanno avviato già la sostituzione e le presenze in misure alternative sono maggiori di quelle in carcere. È questo un indice del funzionamento progressivo della politica penale tesa a una graduale riduzione fino all’abolizione del carcere. Una anomalia italiana, non solo italiana, dimostra, invece, che c’è un aumento notevole di persone sottoposte a controllo penale (sia esterno, sia interno in carcere), nonostante i dati ufficiali dimostrino chiaramente che i reati tutti, in particolare quelli più gravi, sono in netta diminuzione.

La spiegazione di questo andamento “anomalo” probabilmente risiede nel susseguirsi di crisi economiche che producono insicurezza e malessere in vari settori sociali, malessere che viene indirizzato sul terreno della paura indistinta. Questa può provocare, e sembra stia producendo, una crisi di fiducia nello Stato e nella politica che non sa o non vuole proporre rimedi politici ed economici al malessere dilagante, ma soluzioni repressive di maggior rigore, sostenute da uno Stato militarizzato e dalla maggior presenza delle forze dell’ordine. Le campagne propagandistiche mediatiche di molte forze politiche iniziano col demonizzare i gruppi marginali: disoccupati, mendicanti, vagabondi, rom e attualmente gli immigrati, come responsabili di tutto ciò che non va, come nemici contro cui indirizzare l’apparato punitivo. Lo scopo di queste forze politiche è approntare i mezzi necessari per colpire chiunque voglia adoprarsi per la ripresa del conflitto sociale.

I conflitti reali, quando ci sono, vengono stravolti dalle esagitate paure lanciate dei media che utilizzano anche la cronaca “nera” per rafforzare la paura. Prende corpo il “governo della paura”, che ha la necessità di individuare un nemico cui attribuire il malessere. Un nemico che, di volta in volta, viene riplasmato con sembianze diverse. La presenza di un nemico permette di attivare un clima di guerra a bassa intensità, in cui il carcere e la repressione abbiano un ruolo centrale.

Nella realtà di tutte le carceri del mondo, il lavoro non ha avuto una effetto redditizio per l’amministrazione carceraria, a prova che il carcere non serve a produrre una merce qualsiasi su cui ricavare profitto, ma deve produrre la merce per eccellenza del capitalismo, ossia il proletario operoso e disciplinato che rimane un senza-propietà che non mette in pericolo la proprietà altrui.

Anche negli Usa dove permane il lavoro forzato, le società che gestiscono le carceri private, che gestiscono soltanto 195.000 reclusi nelle loro prigioni e li fanno lavorare, ma realizzano i loro profitti, non dal lavoro dei carcerati, ma grazie alle sovvenzioni che lo Stato paga per ogni detenuto gestito da queste carceri-private. 70 dollari al giorno per ciascun detenuti/a nelle loro prigioni, quasi 14 milioni di dollari al giorno e ne spendono molto meno. I due gruppi miliardari che hanno la quasi totalità delle prigioni private sono: la Corrections Corporation of America (CCA) e The Geo Group, sono quotate in borsa e finanziate da importanti banche.

Attualmente il dibattito sul lavoro per i carcerati, in questo paese, è incentrato sui alcuni dati che dimostrano chiaramente che le persone detenute che hanno trascorso la parte finale della condanna in misura alternativa e con un’attività lavorativa, tornano a delinquere meno frequentemente di chi finisce la pena restando in un carcere (20% dei primi contro 70% dei secondi), e ciò è comprensibile. Da parte di chi non ha interesse a rimbambire la gente per procacciarsi voti urlando alla paura, c’è la volontà di incrementare le misure alternative, ma veramente alternative, in sostituzione della pena carceraria, non che si sommino a quella come avviene attualmente in Italia.

Per terminare col lavoro in carcere, la colonia agricola ne è rimasta una sola ed è nell’isola della Gorgona con 70 ospiti reclusi che lavorano e vivono all’aria aperta e molti detenuti e anche i direttori considerano il trasferimento a Gorgona come un premio. Delle case di lavoro ne restano tre, una a Castelfranco Emilia, una a Sulmona e una nell’Isola di Favignana, mentre la Casa di Lavoro a Saliceta (Modena) è stata chiusa dopo il terremoto del 2012. Queste strutture sono residuali, non più di 270 reclusi e sono in via di esaurimento. Sono strutture che il codice penale definisce “misura amministrativa di sicurezza”. La casa di lavoro, in genere, fa seguito alla pena detentiva carceraria, quando il carcerato è considerato, da accertamenti psichiatrici, socialmente pericoloso (una “pericolosità” diversa da quella del decreto Minniti, questa è riferita a disturbi psichiatrici del carcerato). Fanno parte di quelle categorie: i delinquenti abituali e professionali e quelli per tendenza.

Intanto di carcere si continua a morire. Al 31 agosto i suicidi hanno raggiunto quota 41, un record terribile! Ma anche un elemento rivelatore, se ne leggiamo gli andamenti per mese: agli inizi dell’anno, pochi suicidi, a febbraio due e a marzo uno, via via crescono fino a passare ai sette a luglio e ai dieci ad agosto. Man mano che risultava chiaro che la scure giustizialista avrebbe demolito quella piccola riforma e iniziato la controriforma e ad agosto lo scempio era compiuto, la depressione ha colpito molti detenuti, dopo averli illusi di poter realizzare piccoli cambiamenti. È questo il motivo dei suicidi: azzerare la prospettiva.

Lo stesso discorso vale in un altro dramma nel dramma dell’universo carcerario: questo Stato reclude 62 bambini e bambine di età da zero a tre anni con le loro 52 madri, non riesce a trovare soluzioni alternative. E hanno la sfacciataggine di definirsi “stato di diritto”.

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[1]  Così ripartiti: affidamento in prova al servizio sociale  16.694;  semiliberta’ 904;  detenzione domiciliare 11.151;   messa alla prova 14.119;   lavoro di pubblica utilita’ 7.369;    liberta’ vigilata 3.831;    liberta’ controllata 183;   semidetenzione 4; totale generale  54.255
[2] Chi commette un reato punito con la pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, può ricorrere all’istituto della messa alla prova ed evitare la condanna penale. Riguarda chi è indagato o condannato per reati lievi: violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, resistenza a un pubblico ufficiale, oltraggio a un magistrato in udienza, violazione di sigilli aggravata, rissa aggravata, se non c’è nessuno morto o con lesioni gravi, lesioni personali stradali, furto aggravato, ricettazione. Chi chiede questa misura deve manifestare la volontà di svolgere volontariamente lavori di pubblica utilità presso un’associazione o un ente per il tempo stabilito dal giudice; inoltre si deve impegnare a risarcire la persona offesa. In caso di esito positivo della prova, il giudice, con sentenza, dichiara estinto il reato. Vale anche per coloro che hanno 4 anni al termine della condanna.
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