L’estate nelle carceri

L’estate non è mai tranquilla nelle carceri italiane (e non solo italiane, Attica 9 sett 1971, vedi qui).

Il 6 luglio 1968, prima protesta di massa organizzata dai detenuti del carcere milanese di San Vittore. L’obiettivo era, quanto mai legale, pretendere dal ministero il rispetto di una sentenza della Corte Costituzionale che definiva illegittima l’inchiesta giudiziaria svolta senza l’assistenza di un difensore per l’imputato. I detenuti pretendevano inoltre l’approvazione di nuovi codici e regolamenti in sostituzione del codice Rocco (1931) di epoca fascista, ancora in vigore. Quanta fretta!, commentavano borghesi, burocrati e giornalisti, sono passati appena 20 anni, e poi se quei codici hanno funzionato nel periodo fascista, perché cambiarli? In fondo il carcere persegue sempre lo stesso scopo: annientare, distruggere l’identità della persona detenuta, renderla sottomessa. Qualche “raro” democratico faceva notare che la Costituzione diceva cose diverse sul sistema sanzionatorio. La Costituzione non utilizza mai la parola “carcere”, intendendo che la “sanzione” deve essere un percorso più vicino possibile alla società, non separato e ghettizzato come il carcere, ma al contrario interno e relazionante per consentire il reinserimento. Quante sottigliezze, commentavano borghesi, burocrati e giornalisti, intanto facciamo capire ai “delinquenti” che loro non possono “pretendere”, né rivendicare, devono aspettare, pazientemente. che concederemo loro qualcosa. E non devono protestare.

Difatti la repressione fu brutale: oltre 4.000 poliziotti, elicotteri per bombardarli dall’alto col gas. Teste e ossa rotte. Isolamento e letto di contenzione per i più attivi.

Ma qualche giorno dopo, il 16 luglio il movimento studentesco milanese raccolse l’invito dei detenuti a solidarizzare e circondò letteralmente il carcere di San Vittore.

La rivolta si propagò ovunque:

«Tot promesse, tot rivolte»

La rivolta in carcere ha unificato il paese. Crollati i luoghi comuni sulle specificità territoriali del carcere, spazzate via le presunte «differenze culturali», ora la lotta è una sola, un unico obiettivo da raggiungere: cambiare radicalmente il carcere, fino alla sua distruzione. Un solo nemico, il governo e l’apparato statale che usano un solo linguaggio: la repressione. La nostra risposta: la rivolta. Il 15 aprile 1969 un telegramma del Ministro di Giustizia, Antonio Gava, indirizzato agli ispettorati perché lo inoltrino alle direzioni delle carceri, disponeva «assoluto divieto rilascio qualsiasi dichiarazione stampa et ogni altro organo informazione da parte personale civile et militare dipendente questa amministrazione». Il governo sceglie quindi ancora una volta la linea dell’isolamento della protesta, ignorandone i motivi. Una settimana dopo la Direzione Generale Degli Istituti Prevenzione e Pena comunicava per telefono all’ispettorato distrettuale di Firenze che «i parlamentari non possono indagare in merito ai recenti episodi di indisciplina». Qualora si fossero presentati all’ingresso delle carceri sarebbero stati «ricevuti coi riguardi dovuti al loro altissimo rango ma avrebbero avuto diritto solo ai chiarimenti che non riguardano le attuali agitazioni nelle carceri»

[Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi, 2009]

           questi i commenti della stampa:

Il «Corriere della Sera» del 7 luglio 1968: La contestazione è entrata a San Vittore:

Tutto ha avuto inizio alle 15.00 al termine della consueta ora d’«aria». Gruppi di detenuti sparsi nei diversi raggi si sono rifiutati di lasciare il cortile; il loro atteggiamento ostinato e provocatorio si è trasmesso in breve tra i compagni come un fulmineo contagio. […] Il direttore del carcere […] ha cercato quale fosse il motivo della protesta. Ed è venuto a sapere

che i detenuti intendevano chiedere l’approvazione dei nuovi codici, con l’assistenza dell’avvocato difensore nella prima fase dell’indagine giudiziaria. Si ripeteva in sostanza l’agitazione già avvenuta alle «Nuove» di Torino mercoledì scorso; anche in quel carcere i detenuti invocavano la riforma dei codici.

Così «l’Unità» del 7 luglio 1968:

«Basta con le chiacchiere, fuori i codici!» era scritto oggi pomeriggio alle 16.30 su un grosso cartello issato in uno dei cortili maggiori del carcere San Vittore.

Per tutto un periodo della protesta nelle carceri «l’Unità» e i giornali della sinistra istituzionale si pongono a metà strada: d’accordo con i contenuti riformatori della lotta, ma… Da «l’Unità» dell’8 luglio:

“Vi sono compresi alcuni pericolosi pregiudicati, ma ciò non toglie nulla alla validità della protesta” .

Verso le nove di sera polizia e carabinieri sgomberavano i passeggi dopo un pestaggio durissimo che procurava 13 feriti. I rivoltosi trasferiti nelle carceri di punizione: Volterra, San Gimignano, Porto Azzurro, Alghero, Lecce.

1969, si replica:

 Sabato 12 aprile, Milano, S. Vittore. Il Procuratore della repubblica incontra i rappresentanti dei detenuti. Nei giorni precedenti, per due volte i detenuti non erano entrati in cella dopo l’aria. Si protesta contro i buglioli, le bocche di lupo, si vuole l’abolizione del letto di contenzione, quella tremenda tortura chiamata del «balilla» e la riforma del codice penale fascista; si denuncia l’uso arbitrario della carcerazione preventiva, e della censura della posta. La protesta è pacifica. Lunedì 14. La notizia della rivolta del carcere Le Nuove di Torino si propaga al carcere Marassi di Genova,

Alle 16.30 tutto il carcere in rivolta è in mano ai detenuti. Se fino ad allora sulle proteste in carcere il potere aveva imposto il silenzio censorio, ora la tv le racconta. È uno spettacolo di immagini rassicuranti, per i benpensanti.

Polizia e carabinieri schierati con i fucili alla mano intorno alle mura del carcere. Le famiglie italiane possono stare tranquille, lo Stato sa difenderle da questa teppaglia. Si vedono in alto negli schermi, attaccati ai finestroni questi teppisti urlano, vogliono far sentire le loro ragioni. Le inquadrature televisive li mostrano come animali, eppure chi ha orecchie attente per ascoltare quelle urla riferisce che quelle rivolte sono il più grande servigio reso dal 1946 al riscatto della Costituzione repubblicana schiacciata sotto il fardello lugubre dei codici fascisti. La teppaglia se ne è fatta carico, poiché la «brava gente» aveva altro da fare, arricchirsi e sottomettersi, e il ceto politico democristiano ci sguazza nei codici fascisti. Il ringraziamento non si fa attendere, prende la forma di 2000 armati, polizia e carabinieri che entrano in carcere. Tegole, calcinacci e suppellettili da una parte; raffiche di mitra e bombe lacrimogene dall’altra. Dopo quindici ore di battaglia San Vittore è tutto un incendio. Un centinaio i feriti gravi tra cui una trentina di agenti. Le guardie carcerarie prese in ostaggio vengono rilasciate sane e salve.

Alle sette del mattino San Vittore si arrende, per ora. I detenuti con le mani in alto contro il muro, poi incatenati l’uno all’altro e, accompagnati da pugni, calci, manganellate, cinghiate e catenate, trasferiti alle carceri di punizione. Dopo una notte eccitata trascorsa a guardare le dure immagini della battaglia, i benpensanti possono rilassarsi. I nostri, nelle vesti della celere proveniente da Padova, Gorizia, Bolzano, Bologna hanno ripristinato l’ordine. Eppure, chi si fosse attardato a vedere le scene del trasferimento, della deportazione di quei corpi maciullati non avrebbe visto una congrega di piagnucolosi sottomessi, su quei volti non c’era ombra di sconfitta. Salutano festosi e urlano ancora slogan, alcuni levano in alto il pugno chiuso, per quanto glielo consente la catena di acciaio. Sono promesse di un nuovo inizio!!!

[Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, 1973]

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L’Italia repubblicana e presunta democratica continuava ad avere un atteggiamento fascista verso la detenzione, ma non è servito mettere la testa sotto la sabbia. I direttori delle carceri bombardavano il Ministero: la tensione era insostenibile. I trasferimenti punitivi, dopo ogni rivolta, portavano in giro per il paese, oltre alle sofferenze, i motivi della proteste e la conoscenza dell’organizzazione dentro le galere. In silenzio, il governo dovette cedere. Nel maggio ’69 una circolare dispose la costituzione in ogni istituto di una rappresentanza di detenuti per il controllo del vitto (non eleggibile ma estratta a sorte). Comunque uno strumento importante per permettere ai detenuti dei diversi reparti e bracci di comunicare tra loro. Con circolari successive venne disposto anche un miglioramento del vitto. Poi con l’anno nuovo il governo consentiva la circolazione della stampa politica e delle varie associazioni (fino ad allora vietata).

Il detenuto Aldo Trevini, che fu testimone a un pestaggio avvenuto a Rebibbia, ha denunciato alla magistratura di essere stato legato a un letto di contenzione dopo essersi rifiutato di firmare la rinuncia a comparire al processo, poi trasferito nel manicomio di Aversa per «incapacità di intendere e volere». Aprile 1973.

Motivi per protestare e ribellarsi in carcere ve ne sono a iosa. Ma c’è un motivo superiore a ogni altra rivendicazione: è il non riappacificarsi mai col carcere. Il prigioniero per conservarsi umano deve coltivare tutti i giorni, in cui è costretto in quella gabbia, lo stesso disprezzo, lo stesso odio che ha provato nei primi momenti in cui vi è stato gettato. Se il detenuto fa pace col carcere il sistema punitivo gli entra dentro e lui diventa carceriere di se stesso. Molti carcerati cercano e trovano ogni occasione per scontrarsi con le guardie, è un mezzo per verificare e confermare la propria identità opposta al sistema carcere. Non importa quale sia il motivo: è un esercizio a mantenersi vivi. Essere in guerra permanente col carcere è la garanzia che il carcere non ti uccida dentro. Non chiedete mai quali ragioni hanno spinto uno o più detenuti a un atto di ribellione individuale o a una rivolta collettiva. Se lo chiedete non conoscete affatto la galera. Il motivo di una ribellione, di una rivolta, è sempre, in primo luogo, l’esistenza stessa del carcere. Lo stesso ragionamento dovrebbe valere per ciascun sistema di potere: Stato, lavoro, famiglia, chiesa, coppia, scuola ecc., queste «istituzioni totali» se non le contrasti giorno per giorno ti entrano dentro, ti catturano e tu diventi parte di esse; schiavizzata/o.

…e andiamo sotto le carceri a solidarizzare con le persone recluse….

ABOLIAMO TUTTE LE GALERE!!!!!!

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