26 giugno 2018 terzo digiuno nazionale contro l’ergastolo!

ll 26 giugno 2018 si terrà il  terzo digiuno nazionale,

nella  data in cui l’ONU dedica una giornata alle vittime della tortura, quindi  anche contro la pena dell’ergastolo.

Vai al sito dell’Associazine Liberarsi propotrice di questa iniziativa per l’abolizione dell’ergastolo: qui 

dove puoi anche sottoscrivere per aderire a questo sciopero,

e puoi anche scaricare l’opuscolo 9999 n.3

——

Questo blog appoggia questa campagna ma ribadisce che:

-la lotta per l’abolizione dell’ergastolo deve essere parte di una battaglia, più ampia e complessiva, contro la galera, contro chi la utilizza e contro le dinamiche devastanti in essa contenute contro l’essere umano.

Ritengo inoltre e sottolineo che la richiesta di abolizione dell’ergastolo, non deve essere indirizzata alle istituzioni, né a personaggi interni alle istituzioni stesse, ma rivolta alle persone, alle donne e agli uomini che hanno visto e vedono l’operare del carcere da vicino, nella devastazione dei volti carcerati, nelle speranze uccise.

La funzione del carcere è quella di mantenere l’ordine esistente. Quell’ordine che vede i ricchi sempre più ricchi e i poveri, gli sfruttati, sempre più poveri. Il carcere è  il concentrato di tutte le violenza interne alla società. Violenza  di classe espressa nella prepotenza che le classi alte, per tutelare i propri interessi, esercitano sulle classi subalterne. Dentro il carcere è manifesta la contrapposizione di classe, ed è questa che impedisce una comunicazione tra carcerati/e  e la «società civile», molto più della censura, delle sbarre e dei muri. Il carcere e la punizione diventano una rappresentazione spettacolare della società divisa in classi, tenuta insieme dalla normativa esistente, dal complesso giuridico e dalle funzioni dello stato che ne cura la regia.

abolire il carcere!

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5 risposte a 26 giugno 2018 terzo digiuno nazionale contro l’ergastolo!

  1. sergiofalcone ha detto:

    Ricevo e inoltro.

    Appello per la scarcerazione di tutte le persone detenute gravemente ammalate.

    L’ordinanza di sospensione della pena e scarcerazione immediata per motivi di salute, emessa dal Tribunale di Sorveglianza di Roma in favore di Marcello Dell’Utri, è un atto di giustizia e civiltà che aiuta gli operatori della giustizia a chiedere con più forza che venga tutelato il diritto alla salute di tutti i detenuti e il rispetto degli artt. 146 e 147 del Codice penale, che già prevedono la possibilità della sospensione della pena per le persone con gravi patologie fisiche.

    Senza nulla togliere alla fondatezza dell’ordinanza relativa a Dell’Utri, abbiamo avuto modo di verificare e denunciare l’esistenza di casi ben più gravi di quello in oggetto, che, però, non riescono ad avere riconosciuto il diritto alla sospensione della pena o alla detenzione domiciliare, e subiscono così una carcerazione ben lontana dai principi rieducativi,che spesso diventa afflizione e tortura.

    Fra gli oltre 58.000 detenuti sono moltissime le persone affette da patologie analoghe a quella di Marcello Dell’Utri e anche più gravi: tumori, patologie psichiatriche, cardiovascolari, respiratorie, disabilità gravi, leucemie, diabete, morbo di Huntington. Per la maggior parte gli istituti penitenziari non sono attrezzati per le cure necessarie ed anche negli istituti dove sono presenti centri clinici le cure sono per lo più inadeguate, e rischiano di determinare l’aggravamento delle patologie.

    Il senso del giuramento di Ippocrate è questo: «Medico, ricordati che il malato non è una cosa, o un mezzo, ma un fine, un valore, e quindi comportati di conseguenza». In carcere però, purtroppo, il malato detenuto è un malato sfortunato. Quando una persona in libertà è malata di solito ha le attenzioni dell’ambiente in cui vive, nel senso che riceve cure e assistenza e, di norma, può essere sicura di avere l’attenzione dalla propria famiglia. Guai, invece, al paziente in carcere: il prigioniero malato gode di poca protezione, spesso non viene creduto e viene additato come simulatore, e quando comunque viene creduto, deve combattere con la lentezza e la scarsa umanità del sistema. Purtroppo il detenuto malato, se non suscita la risonanza mediatica e politica di un nome noto come Dell’Utri, ha scarsissime possibilità di essere seguito e assistito con la tempestività che la malattia impone.

    Chiediamo pertanto che venga riconosciuta la sospensione della pena o la misura domiciliare a tutti i detenuti che presentano patologie analoghe o più gravi di quella riscontrata a Marcello Dell’Utri, che troppo spesso finiscono per morire in carcere perché non hanno la possibilità economica di sostenere i diversi gradi di ricorsi, come è successo a Dell’Utri o, ancora, vedono le loro istanze valutate da magistrati in qualche modo influenzati da un’opinione pubblica sempre più incattivita. Non serve fare qui l’elenco dei nomi delle persone detenute gravemente malate, dal momento che il DAP, i magistrati di sorveglianza, le direzioni carcerarie e i medici penitenziari conoscono benissimo le condizioni di salute di ogni singola persona detenuta.

    La legge deve essere uguale per tutti, il diritto alla salute deve essere tutelato e riconosciuto per tutti, altrimenti diventa solo un privilegio.

    Primi firmatari:

    Associazione Yairaiha Onlus

    Ristretti Orizzonti

    Osservatorio Repressione

    Comitato Ex Detenuti Organizzati Napoli

    Associazione Il Viandante

    Associazione Fuori dall’Ombra

    Associazione Nazionale Giuristi democratici

    Legal Team Italia

    Associazione Antigone Campania

    Associazione Socialismo, Diritti, Riforme

    Rifondazione Comunista – Sinistra europea

    Potere al Popolo

    Comitato Piazza Piccola

    Cpoa Rialzo

    Prendocasa Cosenza

    Ex OPG “Je sò pazzo”

    Fondazione Romanì Italia, delegazione Calabria

    Casa dei diritti Sociali – Cosenza

    Camera Penale “Fausto Gullo” – Cosenza

    Csc Nuvola Rossa

    Haidi Gaggio Giuliani, Nicoletta Dosio, Ornella Favero – presidente Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, Eleonora Forenza – europarlamentare Prc, Francesca De Carolis – giornalista, Sandra Berardi – presidente Yairaiha, Caterina Calia – avvocato, Lisa Sorrentino – avvocato, Giusy Torre – Yairaiha, Elisabetta della Corte – ricercatrice Unical, Danya Maiuri – attivista, Tiziana Barillà – giornalista, Viola Carofalo – Potere al Popolo, Yvonne Graf – Yairaiha, Francesca Trasatti – avvocato, Antonia Romano – avvocato, Annamaria Sergio – educatrice, Carmen Veneruso – Yairaiha, Pia Panseri – attivista, Maria Grazia Greco – avvocato, Bruna Nocera – Yairaiha, Francesca de Marinis – Antigone Campania, Annalisa Senese – avvocato, Stefania Pulice – Yairaiha, Franca Garreffa – docente Unical, Maria Teresa Pintus – avvocato, Alessandra Luberto – cooperatrice sociale, Adele Nappo – Yairaiha, Alessandra La Valle – avvocato, Francesca Altieri – giornalista, Monica Murru, avvocato, Maria Grazia Caligaris – presidente SDR, Daniela Morandini – giornalista, Francesco Maisto – Presidente Emerito del Tribunale di Sorveglianza di Bologna; già coordinatore del Tavolo sulla sanità degli Stati Generali dell’esecuzione penale, Pino Roveredo – scrittore e garante dei detenuti del Friuli Venezia Giulia, Alessandro Fo – Università di Siena, Giuseppe Ferraro – filosofo, Università Federico II Napoli, Filippo Vendemmiati – giornalista e regista, Nicola Siciliani de Cumis – ordinario f.r. Sapienza Università Roma, Carmelo Musumeci – scrittore, Italo di Sabato – Coordinatore Osservatorio repressione, Pasquale Zagari – Yairaiha, Giuseppe Lanzino – avvocato, Antonio Perillo – PRC, Francesco Caruso – ricercatore UMG, Carmelo Sergio – USB, Domenico Bilotti – ricercatore UMG, Mario Spada – Architetto, Rosario dello Iacovo – 99 Posse, Giancarlo Costabile – Docente Unical, Francesco Cirillo – giornalista, Giorgio Marcello – docente Unical, Charlie Barnao – Docente UMG, Giancarlo Capozzoli – giornalista, Attilio Scola – avvocato, Peppe Marra – attivista, Giuliano Santoro – giornalista, Maurizio Nucci – avvocato, Francesco Gaudio – insegnante, Francesco Febbraio – medico 118, Mario Pontillo – educatore, Francesco Campolongo – segretario PRC Cosenza, Claudio Dionesalvi – giornalista, Andrea Bevacqua – insegnante, Beniamino Gaudio – operatore sociale, Roberto Evangelista – attivista, Gianfranco Fornoni – attivista pap, Cesare Antetomaso – avvocato, Gianluca Vitale – avvocato, Antonello Anzani – musicista, Luca Acciardi – avvocato, Luigi Romano – ricercatore, Emanuele Lupo – attivista, Pietro Ioia – attivista, Vincenzo Scalia – sociologo, Antonino Nicosia – docente pedagogia esperto in trattamento penitenziario, Federico Caputo – Sensi ristretti, Sergio Moccia – impiegato, Giovanni Russo Spena – resp. democrazia e istituzioni PRC, Gianluca Schiavon – resp. Giustizia PRC, Franco Bellina – Associazione NF1, Fulvio Massarelli – scrittore, Luigi Bevilacqua – attivista, Stefano Catanzariti – attivista, Damiano Aliprandi – giornalista.

    per adesioni: evasione@autistici.org
    https://www.change.org/p/sergio-mattarella-appello-per-la-scarcerazione-di-tutte-le-persone-detenute-gravemente-ammalate

  2. sergiofalcone ha detto:

    Lettera di un ergastolano al nuovo Ministro della Giustizia

    Dopo più di un quarto di secolo di carcere duro, sono ormai 20 mesi che sono sottoposto al regime di semilibertà, anche se il mio fine pena rimane, come per tutti gli ergastolani, il 31 dicembre 9.999. Da un anno e otto mesi passo le notti in carcere e tutte le mattine esco per recarmi in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, dove presto servizio volontario. In questo modo sono felice perché la mia pena ha finalmente iniziato ad avere un senso e fa bene a me stesso e alla società.

    Continuo comunque a lottare contro la pena dell’ergastolo, perché io sono l’eccezione che conferma la regola e, purtroppo, stando così le cose, molti miei compagni usciranno solo cadaveri dalle loro celle.

    Signor Ministro, che ne pensa della pena dell’ergastolo? Non crede che pretendere di migliorare una persona per poi farla marcire dentro sia una pura cattiveria? Anche perché in carcere se uno rimane cattivo soffre di meno.

    Signor Ministro, credo che una persona in carcere dovrebbe perdere solo la libertà e non la dignità, la speranza, la salute, l’amore e, a volte, anche la vita. Diciamolo chiaramente: quasi sempre si finisce in questi posti per avere commesso dei reati, ma poi nella maggioranza dei casi si va, di fatto, in un luogo che nega la legalità e dove la legge infrange la sua stessa legge.

    In carcere in Italia sembra di stare in un cimitero, con molti detenuti nelle brande sotto le coperte a guardare i soffitti, imbottiti di psicofarmaci. Il problema è che molti di noi non sono ancora morti, anche se a volte ci comportiamo come se lo fossimo. Il carcere ti lascia la vita, ma ti divora la mente, il cuore, l’anima e gli affetti che fuori ti sono rimasti. E quelli che riescono a sopravvivere, una volta fuori, saranno peggio di quando sono entrati. La società vorrebbe chiudere i criminali e buttare via le chiavi, ma bisogna rendersi conto che prima o poi alcuni di questi usciranno. E molti saranno più cattivi di quando sono entrati. È difficile migliorare le persone con la sofferenza e l’odio.

    Signor Ministro, il carcere in Italia non è la medicina ma è, invece, la malattia, che fa aumentare la criminalità e la recidiva. E che molto spesso aiuta a formare cultura criminale e mafiosa, La galera è spesso una macelleria che non ha nessuna funzione rieducativa o deterrente, come dimostra il fatto che la maggioranza dei detenuti ritorna a delinquere in continuazione. Come si può pensare di garantire la sicurezza sociale tenendo in carcere tossicodipendenti, che hanno bisogno solo di cure e che se curati non diventerebbero mai spacciatori? Come si fa a tenere un uomo dentro per sempre, con l’ergastolo ostativo, molto spesso “colpevole” di avere rispettato le leggi della terra e della cultura dove è nato e cresciuto, senza dargli la speranza di poter diventare una persona migliore? Perché queste persone dovrebbero smettere di essere mafiose se non hanno la speranza di un futuro diverso? Cosa c’entra la sicurezza sociale con tutte le privazioni previste dal regime di tortura del 41 bis? Il carcere in Italia, oltre a non funzionare, crea delle persone vendicative perché alla lunga trasforma il colpevole in una vittima: quando si riceve del male tutti i giorni si dimentica di averne fatto. E che dire dei numerosi suicidi di questi mesi? Io penso che molti detenuti che si tolgono la vita forse scelgono di morire perché si sentono ancora vivi. E forse, invece, alcuni rimangono vivi perché si sentono già morti o hanno già smesso di vivere. Altri forse lo fanno per ritornare a essere uomini liberi. E molti si tolgono la vita perché non hanno altri modi per dimostrare la loro umanità.

    Signor Ministro, mi permetto di ricordare ad alcuni politici, che fanno certe dichiarazioni per avere consensi elettorali, che il carcere, così com’è oggi in Italia, non rieduca nessuno, anzi ti fa diventare una brutta persona. E se fai il “bravo” è solo perché sei diventato più cinico di quando sei entrato. Credo che “maggiore sicurezza” dovrebbe significare più carceri vuoti, perché fin quando ci saranno carceri pieni vuol dire che i nostri politici hanno sbagliato mestiere. La nostra Costituzione stabilisce che la condanna deve avere esclusivamente una funzione rieducativa, e non certo vendicativa. E la pena non deve essere certa, ma ci dev’essere la certezza del recupero, per cui in carcere un condannato dovrebbe stare né un giorno in più, né uno in meno di quanto serva. Io aggiungo che ci dovrebbe stare il meno possibile, per non rischiare di farlo uscire peggiore di quando è entrato.

    Signor Ministro, in tanti anni di carcere ho capito che la mafia che comanda si sconfigge dando speranza e affetto sociale ai suoi gregari, facendoli così cambiare culturalmente e uscire dalle organizzazioni criminali. Sì, è vero, molti ergastolani non sono dei santi e se stanno dentro è perché hanno commesso gravi reati. Questo lo sanno anche loro, ma non sono più gli uomini del reato di 20 o 30 anni prima, non sono più i giovani di allora. Ormai sono uomini adulti, o anziani, che non hanno alcuna prospettiva reale di uscire dal carcere, se non da morti. Molti di loro sono stati condannati alla pena dell’ergastolo per reati commessi a 18/20anni, appena maggiorenni, e, per quante ne possano aver fatte, non potevano certo essere i boss della mafia che ha distrutto l’Italia. Sono stati, al massimo, manovalanza a servizio della mafia. Ora sono persone che sanno di aver fatto errori, anche grossi, che stanno pagando e l’unica cosa che chiedono è una data certa del loro fine pena. In carcere quello che manca più di tutto è proprio la speranza di riavere affetto sociale. Solo questo può sconfiggere la mafia e creare sicurezza. I padri della nostra Costituzione lo sapevano bene -forse perché alcuni di loro in carcere hanno trascorso tanti anni- se hanno stabilito che la pena deve avere solo una funzione rieducativa.

    Signor Ministro, vivere in carcere senza avere la speranza di uscire è aberrante. La pena dell’ergastolo è un insulto alla ragione, al diritto, alla giustizia e, penso, anche a Dio. A me sembra che finora le politiche, ultraventennali, del carcere duro e del fine pena anno 9.999 abbiano portato più vantaggi alle mafie (almeno a quelle politiche e finanziarie) che svantaggi, dato che anche gli addetti ai lavori affermano che l’élite mafiosa è più potente adesso di prima. A questo punto, io penso che se è solo una questione di sicurezza, e non di vendetta sociale, sia più sicura per la collettività la pena di morte che la pena dell’ergastolo o il regime di tortura del 41bis. Qualcuno sostiene che il carcere duro, almeno all’inizio, sia stato utile, ma questo a che prezzo? Io credo che alla lunga il regime di tortura del 41bis, e una pena realmente senza fine come l’ergastolo ostativo, abbiano rafforzato la cultura mafiosa, perché hanno innescato odio e rancore verso le Istituzioni anche nei familiari dei detenuti. Penso che sia davvero difficile cambiare quando sei murato vivo in una cella e non puoi più toccare le persone che ami, neppure in quell’unica ora al mese di colloquio che ti spetta. Con il passare degli anni i tuoi stessi familiari incominciano a vedere lo Stato come un nemico da odiare e c’è il rischio che i tuoi figli, che si potrebbero invece salvare, diventino loro stessi dei mafiosi.

    Signor Ministro, sono rimasto perplesso di fronte al programma di costruire nuovi istituti penitenziari, perché nei Paesi in cui ci sono pochi carceri ci sono anche meno delinquenti. Non citerò i dati sulla recidiva, ma per esperienza personale penso che il carcere in Italia non fermi né la piccola né la grande criminalità, piuttosto la produca. E questo probabilmente perché quando vivi intorno al male non puoi che farne parte. Penso che spesso non siano i reati commessi a far diventare una persona criminale, bensì i luoghi in cui è detenuta e gli anni di carcere che vengono inflitti. Si vuole assumere nuovo personale di Polizia, ma siamo il paese nel mondo che, in rapporto al numero di detenuti, ha più agenti penitenziari. Non pensa che sarebbe meglio se in carcere ci fossero più educatori, psicologhi, psichiatri, insegnanti o altre figure di sostegno?

    Signor Ministro, credo che sia sbagliato cedere parte della nostra umanità per vivere in una società più sicura. Sigmund Freud affermava che l’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza.

    Io posso dire che per me è molto più “doloroso” e rieducativo adesso fare il volontario fuori che non gli anni passati murato vivo in isolamento totale durante il regime di tortura del 41bis. Trattato in quel modo dalle Istituzioni, mi sentivo innocente del male fatto; ora, invece, che sono trattato con umanità, mi sento più colpevole delle scelte sbagliate che ho fatto nella mia vita. E penso che questo potrebbe accadere anche alla maggioranza dei prigionieri che sono ancora detenuti in quel girone infernale. Sono convinto che anche il peggiore criminale, mafioso o terrorista, potrebbe cambiare con una pena più umana e con un fine pena certo. Ci sono persone che hanno passato più anni della loro vita dentro che fuori. Persone che sono cambiate, o potrebbero cambiare, ma che non potranno mai dimostrarlo perché nel certificato di detenzione c’è scritto che la loro pena finirà nel 9.999. In tutti i casi, il rischio zero non esiste per nessuna persona, perché siamo umani. In noi c’è il bene e il male e, a volte, spetta anche alla società rischiare, pur di trarre fuori il bene. È vero che una società ha diritto di difendersi dai membri che non rispettano la legge, ma è altrettanto ragionevole che essa non lo debba fare dimostrando di essere peggiore di loro. Purtroppo, a volte, questo accade. Penso che il regime di tortura del 41bis, insieme alle pene che non finiscono mai, non diano risposte costruttive, né tanto meno rieducative. Non si può educare una persona tenendola all’inferno per decenni, senza dirle quando finirà la sua pena, soprattutto nel caso, non raro, che essa non abbia ulteriori probabilità di reiterare i reati. Lasciandola in quella situazione di sospensione e d’inerzia la si distrugge e, dopo un simile trattamento, anche il peggiore assassino si sentirà “innocente”.

    Signor Ministro, non voglio convincerla, desidero solo farle venire qualche dubbio. Non posso fare altro.

    Carmelo Musumeci

    Luglio 2018

  3. sergiofalcone ha detto:

    http://ildubbio.news/ildubbio/2018/07/12/anche-allergastolo-i-detenuti-sono-persone-e-hanno-diritti/

    È incostituzionale negare i benefici anche per gli ergastoli ostativi

    La Consulta ha ritenuto fondata la questione sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Venezia. I giudici della Corte Costituzionale hanno ritenuto troppo rigido l’automatismo che impedisce al magistrato di valutare il progressivo miglioramento del condannato

    La Corte costituzionale, ancora una volta, interviene in maniera decisa sull’ordinamento carcerario. Questa volta ha ritenuto incostituzionale negare qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati all’ergastolo. Anche per i reati cosiddetti ostativi contemplati dall’articolo dell’art. 58- quater, comma 4 dell’ordinamento penitenziario che prevedono benefici solamente dopo aver scontato almeno 26 anni. L’incostituzionalità è stata affermata dalla Consulta con la sentenza n. 149 depositata ieri. La questione era stata sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Venezia, al quale un condannato all’ergastolo per sequestro a scopo di estorsione e omicidio della vittima aveva chiesto di poter accedere al regime di semilibertà avendo trascorso più di 20 anni in carcere, dove si era meritevolmente impegnato in attività lavorative e di studio.

    I giudici costituzionali hanno ritenuto fondati i dubbi sollevati dal Tribunale di sorveglianza di Venezia per contrasto con gli articoli 3 e 27 della nostra Costituzione. «L’appiattimento all’unica e indifferenziata soglia di ventisei anni per l’accesso a tutti i benefici penitenziari indicati nel primo comma dell’art. 4- bis – scrive la Corte – si pone in contrasto con il principio, sotteso al- l’intera disciplina dell’ordinamento penitenziario in attuazione del canone costituzionale della finalità rieducativa della pena, della progressività trattamentale e flessibilità della pena, ossia del graduale reinserimento del condannato all’ergastolo nel contesto sociale durante l’intero arco dell’esecuzione della pena».

    I profili di illegittimità costituzionale – si legge ancora nella sentenza – «affliggono, in realtà, tanto la disciplina, in questa sede censurata, applicabile ai condannati all’ergastolo per il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione di cui all’art. 630 cod. pen., quanto l’identica disciplina dettata dallo stesso art. 58- quater, comma 4, ordinamento penitenziario per i condannati all’ergastolo per il diverso delitto di sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione di cui all’art. 289- bis cod. pen. Ne deriva gli effetti della presente pronuncia devono essere estesi anche alla parte del- l’art. 58- quater, comma 4, ordinamento penitenziario. che si riferisce ai condannati all’ergastolo per il delitto di cui all’art. 289bis cod. pen. che abbiano cagionato la morte del sequestrato».

    In soldoni i giudici costituzionali hanno ritenuto che la norma sovvertisse indebitamente la logica di progressività con cui, secondo il vigente ordinamento penitenziario, il condannato all’ergastolo deve essere aiutato a reinserirsi nella società, attraverso benefici che gradualmente attenuino il regime carcerario, favorendone contatti via via più intensi con l’esterno del carcere. Di regola, infatti, già dopo avere scontato 10 anni di pena, l’ergastolano, se mostra una fattiva partecipazione al programma rieducativo, può beneficiare dei primi permessi premio e può essere autorizzato a uscire dal carcere per il tempo strettamente necessario a svolgere attività lavorativa all’esterno delle mura penitenziarie. In caso di esito positivo di queste prime esperienze, dopo 20 anni l’ergastolano “comune” può essere ammesso al regime di semilibertà, che consente di trascorrere la giornata all’esterno del carcere per rientrarvi nelle ore notturne; e dopo 26 anni, qualora abbia dato prova di sicuro ravvedimento, può finalmente accedere alla liberazione condizionale. La norma ora dichiarata illegittima – con riferimento ai soli condannati all’ergastolo per i reati considerati ostativi – appiattiva invece all’unica e indifferenziata soglia temporale dei 26 anni la possibilità di accedere a tutti questi benefici, impedendo così al giudice di valutare il graduale progresso del condannato nel proprio cammino di reinserimento sociale. La Corte ha censurato il rigido automatismo stabilito dalla norma, che impediva al giudice di valutare i progressi compiuti da ciascun condannato, sacrificando così del tutto la funzione rieducativa della pena sull’altare di altre, pur legittime, funzioni.

    Damiano Aliprandi

  4. sergiofalcone ha detto:

    Lucca – La Croce Rossa costringe al TSO una ragazza che voleva lasciare la tendopoli

    https://hurriya.noblogs.org/post/2018/07/12/lucca-la-croce-rossa-costringe-al-tso-una-ragazza-che-voleva-lasciare-la-tendopoli/

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