Fiorentino Conti dal carcere di Perugia nel settembre ’71

«Noi, contrariamente a quanto si crede, non siamo delinquenti «comuni»; questo modo di definirci è una generalizzazione borghese che ci pone nelle categorie del male al di là della storia per poterci colpire con disinvoltura […]. Innanzitutto la nostra realtà sociale di delinquenti ci accomuna nella lotta, perché la nostra realtà sociale di delinquenti è il carcere. […] Ed ora vediamo un po’ se è possibile distruggere le carceri borghesi o comunque liberarci della loro coercizione […]. Purtroppo ogni volta che ci siamo o ci mettiamo d’impegno per demolirle, ne siamo usciti  e ne usciamo fuori demoliti, e ogni volta che qualcuno di noi evade (altroché delinquenti comuni! se veramente fossimo comuni, le alte sfere della società borghese dovrebbero darci, come minimo, asilo politico) gli danno la caccia […] e quando ci fanno uscire perché abbiamo scontato come delinquenti «borghesi» la nostra «brava» pena, come delinquenti «borghesi disordinati» subito e presto ci rimettono in prigione. Dunque è ancora chiaro e conseguente che per liberarci della maledetta coercizione del carcere dobbiamo sconfiggere prima le forze sociali che ci mettono in carcere, che sono le forze sociali dello Stato borghese, che  in concreto il nostro carnefice e il carnefice delle masse popolari».

[Liberare tutti i dannati della terra, 1972]

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